
«Ma tu vuoi l’America!».
Si diceva così, un tempo, quando qualcuno desiderava qualcosa di grandioso, smisurato, pressoché irraggiungibile.
«Vuoi l’America!», «Tu vuò fà l’americano!»: erano le frasi con cui si ridimensionavano le pretese di chi manifestava aspirazioni impossibili, destinate per lo più a rimanere stampate nel libro dei sogni. Era un modo un po’ canzonatorio, insomma, per riportare i piedi per terra.
Volevamo l’America fu anche, per buona parte del Novecento, l’attrazione reale verso il mito americano inseguito da molti emigranti italiani che, in terre lontane da qui, cercarono (e spesso trovarono) possibilità di affrancarsi dalla miseria per vivere un’esistenza migliore.
Oggi quel mito si è molto ridimensionato.
Sognavamo l’America
Ma un tempo sì, sognavamo l’America, la terra delle opportunità infinite, delle innovazioni che arrivavano almeno cinquant’anni prima che da noi, dei «macchinoni lunghi da qui a là», dei colossal cinematografici, della fiducia incondizionata nella scienza e nella tecnologia.
Volevamo la Merica: cioè volevamo quel sogno, quella modernità, quell’evoluzione effervescente.
«Un giorno arriverò»
[Qui sopra, le due copertine (per la prima uscita e per la successiva ristampa) del romanzo «Un giorno arriverò» (Edito da Salani nel 2012)]
Nel 2012, a quel sogno americano dedicai un romanzo intitolato «Un giorno arriverò» edito da Salani. A ispirarmi, furono alcune vicende legate alla storia della mia nonna materna.
[Le due foto sono tratte dall’album di famiglia. A sinistra, ci sono Maria e il marito Erminio, da poco giunti in Argentina (anni Venti del Novecento); a lato, Ada, la sorella più piccola di Maria (cioè, mia nonna giovanetta). A loro mi ispirai per scrivere il romanzo «Un giorno arriverò» (2012), anche se le vicende raccontate nel libro e ora in parte riproposte nel recital «Volevamo l’America» sono state modificate e trasfigurate dalla fantasia. La foto grande, in apertura, invece, è frutto di una elaborazione con un programma di intelligenza artificiale]
Protagoniste, due sorelle: Anita, detta Nita, e Irene, detta Nene.
Nene, la più grande, migrata in Argentina negli anni Venti del Novecento, Nita, la più piccola, rimasta in Italia, con il desiderio struggente di raggiungere la sorella «a la Merica». Separate, per oltre mezzo secolo, dall’Oceano e dai grandi eventi della Storia, le due sorelle restano comunque tenacemente legate da amore profondo e dall’ininterrotto scambio di corrispondenza in cui raccontano le nascite, le morti, le preoccupazioni, gli affanni del lavoro e le paure della guerra.
Finché un giorno, ormai mature, si ritrovano, si riabbracciano e si fanno una promessa. Si realizzerà finalmente quel sogno americano?
Dal romanzo al recital
Ispirato al romanzo «Un giorno arriverò», nasce ora il recital di teatro-canzone «Volevamo l’America».
I testi, che ho rivisitato e rielaborato adattandoli alla trasposizione teatrale, scorrono attraverso la mia voce narrante, sorretti dall’impalcatura musicale curata da Sergio Salvi che, alla tastiera digitale, esegue i brani con arrangiamenti rivisitati.
Le parti recitate si alternano a suggestioni musicali e a canzoni interpretate a due voci da me – Silvana Mossano – e da Sergio Salvi.
Nel corso di un’ora, questo recital è «un viaggio emozionante lungo mezzo secolo, guidato dalle lettere di due sorelle, tra Italia e Argentina, per raccontare le ansie e le speranze di quando noi sognavamo “la Merica”».
Le prime date
La prima data dello spettacolo sarà al Pontino Vallechiara di Frugarolo, martedì 11 agosto alle ore 21 (via Toti 4).
Il secondo appuntamento sarà domenica 13 settembre, alle ore 17, a Murisengo Monferrato, al Belvedere della Cappelletta di Sant’Antonio.

Lo riproporremo in altri luoghi. Ad esempio, abbiamo già ricevuto l’invito a Conzano, nel panoramico e accogliente Auditorium di San Biagio, in occasione del suggestivo programma natalizio. A mano a mano, faremo conoscere le date.




