La giornalista Emma Camagna è morta all’alba di giovedì 20 agosto.
Aveva 94 anni.
Compiuti o non compiuti? Domanda classica, nel nostro gergo, ogni volta che si associa il nome di una persona all’età.
Emma 94 li aveva compiuti il 17 luglio scorso. Da un po’ di tempo, però, quando ci si sentiva, non si parlava più di compleanni.
Va detto che, in ossequio al bon ton non mancava di liquidare come «cafone» chi «chiede a una signora quanti anni ha», ma lei non aspettava di essere interrogata sul punto, svelava tranquillamente l’età sua. E, poi, benché si schermisse, era sinceramente compiaciuta quando le veniva fatto notare: «Signora Emma, ma non li dimostra affatto!». Ed era vero. Non soltanto per l’aspetto e il portamento, ma soprattutto per il piglio del suo dire e del suo fare.
Era una schietta, Emma. In altre parole: non te le mandava a dire, anche a costo di essere graffiante. E il timbro di voce era tale che la sentivi dall’inizio al fondo dei lunghi corridoi del palazzo di giustizia (luogo, per inciso, che lei definiva la sua seconda casa). Severa e intransigente nei giudizi in fatto di eleganza, tanto femminile quanto maschile, aveva poi un suo modo particolarissimo di esprimere complimenti. Alzi la mano, tra coloro che l’hanno conosciuta, che non sia stato interpellato e ossequiato con quell’inconfondibile «caro» o «cara» dalla rrrr arrotata, pronunciato con voce stentorea e arrochita dal fumo.
Le feste di compleanno
I compleanni che ricordava – e che ricordavamo insieme – erano quelli festeggiati in grande. Ne rammento un paio cui ho partecipato. Uno, un po’ di anni fa, quando aveva accolto i numerosi ospiti per le scale di casa. Preciso meglio: sullo scalone di una nobile palazzina in cui all’epoca aveva dimora. Un evento indimenticabile: su ogni gradino, c’erano cuscini colorati su cui sedersi e chiacchierare, qua e là candele profumate, su e giù passavano di mano in mano vassoi di dolci e salatini, mentre gli invitati andavano e venivano liberamente, portando doni e auguri. Fu fatta una colletta e Emma destinò quel denaro alla costruzione di una scuola in un Paese molto povero.
Un altro festeggiamento, un po’ meno lontano nel tempo, fu Alli Due Buoi Rossi. Tanti tavoli rotondi, tanti amici di ogni età. In quella occasione, il suo ex compagno di scuola (già alla materna, come lei spesso ricordava), l’avvocato Mario Boccassi, da brillante oratore qual è, aveva espresso nei suoi confronti un saluto affettuoso e spiritoso che, cosa non comune, aveva fatto arrossire Emma di emozione.
Compagne di banco
Noi, per parecchio tempo, siamo state, per così dire, «compagne di classe», anzi in un certo senso «di banco»: le nostre scrivanie erano accostate, l’una in faccia all’altra.
Nella stessa stanza, in fondo alla redazione de La Stampa di Alessandria, condividevamo codici, agende telefoniche e, soprattutto, armadi traboccanti di faldoni pieni di appunti e ritagli riguardanti fatti di cronaca nera e di cronaca giudiziaria. «Ti ricordi quando c’è stato il processo a… Chi era l’avvocato? E il magistrato che… Potrebbe esserci presto l’Appello? Ho saputo che forse…».
L’irrinunciabile toscano
Ho accennato alla voce arrochita dal fumo. Ecco, il toscano era una delle sue irrinunciabili passioni. Quando fu vietato fumare nei luoghi di lavoro e il richiamo di legge fu regolarmente esposto in redazione, Emma non la prese proprio bene. Limitandosi alla fronte corrugata, resisteva per tutto il tempo necessario a scrivere senza lagnanza manifesta, ma, dopo aver spento il computer e essersi passata un velo di rossetto vivace sulle labbra, sfilava il toscano dall’astuccio, lo accarezzava con due dita e si avviava verso l’uscio. Appena chiusa la porta alle spalle, lo accendeva con voluttà, lasciando sulle scale il caratteristico afrore penetrante. Forse anche lei lo sapeva che noi colleghi avevamo brevettato quella… diremo così… essenza come «lo Chanel di Emma».
I viaggi
Un’altra passione era rappresentata dai viaggi. Conosceva ogni angolo d’Italia e di buona parte d’Europa, e dei vari posti ricordava dettagli e sensazioni, spesso condivisi con la sorella, più grande di lei di un paio d’anni (e mancata non molto tempo fa), e con il cognato, di cui ammirava l’abilità di guida. Al ritorno, distribuiva sempre oggettini ricordo dei luoghi visitati.
I libri e le recensioni
A Emma, poi, piacevano i libri. Si vantava di essere stata un’assidua cliente e amica di Fissore. Mi mostrò, in casa sua, un angolo speciale: «Vedi? Quella è la mia poltrona, dove sto a leggere, a fumare…». Il cantuccio, insomma. Ha letto moltissimi libri, si rammaricava di averne dovuti archiviare parecchi in cantina, stipati dentro a scatoloni. Leggeva per suo diletto, ma anche per recensire, soprattutto le opere di autori locali e di scrittori di ogni dove che in provincia venivano a presentarsi. Per anni, le recensioni pubblicate sull’edizione di Alessandria de La Stampa hanno portato la sua firma.
I pranzi e le cene
Un altro piacere irrinunciabile erano i pranzi e le cene. In verità, non diceva mai «mi piace cucinare», ma «mi piace ricevere». Era impeccabile signora nell’accogliere, nell’apparecchiare la tavola con raffinate stoviglie disposte secondo l’etichetta, nella scelta di cibi (rigorosamente cucinate da mani sapienti cui lei si affidava) che incontrassero i gusti degli ospiti, accostati a vini di pregio. Aveva un debole per le «bollicine», citava anche quelle preferite, ma, essendo io astemia, non ne ho trattenuto memoria.
L’eleganza a colori
Altro carattere distintivo di Emma era l’eleganza. «Quando ero giovane – mi confidò – mi vestivo sempre di scuro, anche perché snellisce. Più passano gli anni, invece, più mi piacciono i colori». E osava, sicura di sé e del proprio portamento.
Uno degli abiti di cui andava più orgogliosa, però, era la divisa di dama dell’Oftal che, ogni anno, per il pellegrinaggio a Lourdes, faceva rigorosamente rinfrescare per essere inappuntabile a quell’appuntamento che rinnovava fin dalla giovane età.
La professione giornalistica
Ho lasciato per ultima la scrittura, o, più precisamente, la professione giornalistica. Per Emma non fu soltanto una passione, ma una totale identificazione. Ha sempre militato a La Stampa, fin da giovanetta. Ad avviarla era stato il padre, che già curava la corrispondenza del territorio alessandrino per il quotidiano piemontese. E lei – che al mitico direttore Giulio De Benedetti svelò di non essere intenzionata a scrivere né di moda né di cucina – si dedicò a tutti i settori che, all’epoca, erano quasi totale appannaggio dei colleghi maschi. Si occupò di sport e, poi, più a lungo, di cronaca.
La rivolta del carcere
Frequentava per mestiere l’ambiente del carcere e, quando ci fu la tragica rivolta del 1974, fu la prima giornalista a essere interpellata dai detenuti. Al suo fianco, fin dai primi momenti, anche i colleghi Franco Marchiaro e Giuseppe Zerbino. Emma conservava nitidi ricordi, ora per ora, minuto per minuto di quei terribili giorni, che evocava ogni volta che sfogliavamo insieme un voluminoso dossier pieno zeppo di ritagli di giornali dell’epoca. «Alcuni detenuti che conoscevo avevano chiesto che noi giornalisti andassimo a trattare con loro. Io mi ero detta subito d’accordo…». «Ma io no» aveva replicato Marchiaro in una di quelle evocazioni in redazione. Più saggiamente la ammonì: «Emma, tu sei ingenua. Rischiamo di trovarci al centro di un fuoco incrociato». La sua prudenza fu lungimirante.
Dei grandi processi seguiti da cronista, Emma ricordava, tra gli altri, quello «dei sassi» di Tortona e quello «di Erika&Omar» di Novi.
Aggredita e rapinata
In una occasione, poi, fu protagonista e vittima lei stessa di una grave vicenda di cronaca: brutalmente aggredita, legata e rapinata in casa sua, il giorno di Pasqua di dieci anni fa.
Si liberò da sola, diede l’allarme alle forze dell’ordine e raccontò quel che era successo nei minimi dettagli, come se avesse dovuto scrivere un articolo di cronaca per un fatto occorso ad altri.
A tu per tu, però, mi confidò: «Ho avuto paura di quel che avrebbero potuto farmi».
Non fu lei, però, a scrivere di sé stessa. Ne scrissi io, anche quando, alcuni mesi dopo, uno dei due rapinatori venne identificato, arrestato e mandato a processo. Ebbene, non si trovò un solo avvocato iscritto al Foro di Alessandria che accettò di rappresentarlo. «E’ il rapinatore di Emma? No che non lo difendo!». L’imputato dovette scegliersi un legale di Como.
Le accuse erano pesanti, difficili da mitigare anche con qualche attenuante. Quali? La giovane età, l’incensuratezza… E poi?
Il rapinatore si alzò in piedi, in aula, e biascicò parole di scuse e di pentimento. Emma, scafata, sapeva bene che si trattava di uno stratagemma difensivo, ma tagliò corto. «Accetto le scuse» disse tonante, senza bisogno di microfono, e ritirò la costituzione di parte civile.
Uscì dall’aula con un preciso pensiero in testa: «Voglio lasciarmi tutto alle spalle».
E, senza cedere all’autocommiserazione, andò in cerca di altre notizie da scrivere.
L’ultimo saluto
In memoria di Emma Camagna, sarà recitato il rosario nel Duomo ad Alessandria oggi, venerdì 21 agosto, alle ore 19. Il funerale, sempre in Duomo, si svolgerà domani, sabato 22 agosto, alle ore 10,30.
Nella foto grande, Emma Camagna nella «nostra» stanza in redazione (una scrivania di fronte all’altra), a La Stampa, in piazza della Libertà.
Hai tratteggiato perfettamente la figura della cara Emma che ho avuto la fortuna di conoscerla. Mancherà al giornalismo tutto . Riposa in Pace e continua a scrivere da lassù !
Un bellissimo ricordo