Antonella Torra, firma storica del quotidiano La Stampa, e collaboratrice della testata online indipendente L’Unica, ha firmato un articolo approfondito e dettagliato prendendo spunto dal recital «Volevamo l’America» che sarà presentato giovedì 24 settembre, alla Cantinetta Resort di Mombello Monferrato. Antonella Torra ha raccontato molto bene che cosa, per molta nostra gente, ha rappresentato, nel Novecento, il «mito americano» e chi, oggi, carica sui barconi (che hanno sostituito i piroscafi) la stessa speranza di allora nella ricerca di una vita migliore.
E’ un grande piacere ospitare qui l’articolo di Antonella Torra, pubblicato su L’Unica (*).
E vi aspetto giovedì 24 settembre, ore 21, al Teatro Dionisiaco all’aperto, di Mombello: recital di teatro canzone «Volevamo l’America», con Sergio Salvi e Silvana Mossano.
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QUANDO IL FUTURO ERA L’ARGENTINA
Le lettere di una famiglia divisa tra il Monferrato e la Pampa, quando l’emigrazione era abituale per i contadini piemontesi, alla base di uno spettacolo dei casalesi Silvana Mossano e Sergio Salvi
15 set 2026
All’origine c’è una promessa non mantenuta: quella che Silvana Mossano, giornalista e scrittrice casalese, porta con sé da decenni e che ha finito per trasformarsi prima in un romanzo, poi in uno spettacolo. Una promessa fatta alla nonna contadina, custode di ricordi e di lettere arrivate dall’altro capo del mondo. «Volevo scrivere le biografie delle persone che negli anni ho conosciuto e amato», ha raccontato Mossano a L’Unica. «Ma poi mi sono resa perfettamente conto che non sarei stata in grado di farlo. E così, gira e rigira, ho scritto un romanzo».
Si intitola “Un giorno arriverò” ed è la storia di Anita, una giovane donna che sogna l’America mentre sua sorella è già partita e non è mai tornata. Pubblicato da Salani nel 2012, il libro è tornato d’attualità grazie allo spettacolo “Volevamo l’America”, che l’autrice sta portando in scena insieme al marito musicista Sergio Salvi. Un recital che intreccia monologhi, reading di lettere autentiche e musiche evocative, capace di trasformare una vicenda familiare in uno specchio del nostro tempo.
Quando l’Argentina era la terra promessa
La storia (vera) da cui tutto nasce è quella di una prozia di Mossano, la sorella maggiore della nonna materna, che – come tanti dalle campagne monferrine – lasciò la propria terra nei primi anni Venti del Novecento per seguire il marito in Argentina. «Mia nonna era una contadina, a lei ero legatissima», ha detto Mossano. «Ho trascorso molti anni della mia infanzia nella sua campagna. Da anziana aveva degli appunti, insomma un racconto costruito sui ricordi che negli anni mi aveva raccontato». Ricordi tramandati a voce, nelle serate di festa, attorno a un tavolo, come avveniva in tante famiglie contadine del Monferrato. «La sorella più grande della nonna si era sposata da poco quando aveva deciso di partire. La nonna era ancora una bambina: aveva dieci, forse dodici anni. E il peso di quella separazione le rimase dentro per tutta la vita».
La storia della prozia di Silvana Mossano non rappresenta un caso isolato. Secondo i dati riportati dalla Regione Piemonte, un esodo di proporzioni straordinarie ha attraversato il Piemonte per oltre un secolo. Tra il 1857 e il 1930 giunsero in Argentina oltre tre milioni di italiani: quasi 800 mila erano i piemontesi, che recitarono un ruolo fondamentale nella colonizzazione agricola e nello sviluppo sociale del Paese. Le zone agricole insediate dai coloni europei presero il nome di Pampa Gringa, soprattutto nelle province di Santa Fe, Córdoba ed Entre Ríos. In queste terre i piemontesi figurarono tra i gruppi più consistenti e meglio organizzati, e furono protagonisti della coltivazione dei terreni e della fondazione di colonie come Rafaela, San Guillermo, San Francisco e Las Varillas.
Una migrazione massiccia – tanto che oggi si calcola che siano circa quattro milioni gli argentini di origine piemontese, quando i residenti in Piemonte sono quattro milioni e 200 mila – spinta dalla stessa molla che Mossano descrive nella storia della sua famiglia: la terra non bastava, la campagna rendeva poco, le famiglie erano numerose. Così, partivano sui piroscafi, con traversate che duravano settimane e che erano spesso preda di tempeste e malanni, esattamente come raccontato dalla prozia Maria. Arrivavano in destinazioni sconosciute dove non capivano la lingua e venivano spesso guardati con diffidenza o peggio.
Il parallelo con l’attualità è inevitabile. Mossano non lo evita, anzi, lo mette al centro dello spettacolo con una frase che è diventata la sua chiave interpretativa: «Noi volevamo l’America allora. Ma l’America oggi siamo noi. L’Italia è l’America per chi ci vede allo stesso modo, cioè come meta del desiderio per una vita migliore». Gli stessi sogni e gli stessi bisogni. «Mentre allora se li portavano dietro salendo sui piroscafi, oggi accade sui barconi. Ecco perché il libro, che era partito con un altro obiettivo, ha assunto una sfumatura in più, agganciandosi all’attualità».
Il prossimo spettacolo “Volevamo l’America” si terrà giovedì 24 alle ore 21 al Teatro Dionisiaco della Cascinetta Resort di Mombello.
Ingresso gratuito.
Lettere dal passato
A rendere particolare questo progetto narrativo è la materia prima che lo ha ispirato: non solo la memoria orale, ma una corrispondenza autentica, ricca, che non si è mai interrotta nell’arco di decenni di storia. Una materia tenuta viva grazie alle lettere inviate dalla nonna alla sorella emigrata, così come le risposte arrivate dall’Argentina, conservate con cura da quelle donne che avevano frequentato al massimo le prime classi elementari. «Mia nonna ha conservato le lettere che la sorella aveva scritto dall’Argentina», ha aggiunto Mossano. «Ma poi qualche anno fa la figlia di quella zia emigrata ha spedito a mia mamma anche le lettere che loro avevano ricevuto: oggi molta di quella corrispondenza, da un lato all’altro dell’oceano, è passata a me».
Leggendo, l’autrice ha scoperto qualcosa che l’ha colpita profondamente: «In quelle lettere, attraverso un certo modo di scrivere, emergono i limiti di espressione di chi ha frequentato appena pochi anni di scuola. Ma, al tempo stesso, si legge tra le righe una ricchezza di sentimenti che oggi…». Silvana Mossano si ferma, ma il concetto è chiaro.
Nello spettacolo alcune di quelle lettere – arrivate dalla Pampa o partite dal Piemonte – vengono lette ad alta voce. Nei viaggi di carta si condensa tutto: la nostalgia, le speranze, la quotidianità raccontata con la concretezza di chi non ha troppo tempo per il melodramma. «Non si piangevano addosso, erano donne concrete, che si raccontavano ciò che stava avvenendo attorno a loro: lo zio ha trovato questo lavoro, tua sorella ha fatto quest’altra cosa. Insomma, si raccontavano i fatti di tutti i giorni. Le emozioni uscivano dai resoconti, senza che fossero dichiarate».
Vita dura da una parte e dall’altra dell’oceano
Mossano ha conosciuto di persona la prozia, Maria, quando era una ragazzina. Era tornata in Italia a rivedere i luoghi della sua giovinezza, da anziana, insieme al marito e alla figlia. E in quell’incontro aveva spiegato quanto i primi anni in Argentina fossero stati durissimi. «Il viaggio era stato un incubo. E quando penso ai barconi di oggi, mi tornano in mente i racconti di quella zia. Il viaggio era interminabile perché c’erano le tempeste. Lei stette malissimo, in balìa del mal di mare». Un parallelo con l’attualità che nella voce della scrittrice non è retorico ma concreto: gli stessi corpi agitati dalle stesse acque, anche se separati da un secolo.
Una volta arrivati a destinazione, i migranti piemontesi trovavano conforto nella comunità italiana, già insediata nelle grandi aziende agricole che lei chiamava la fazenda. La vita non era facile: «La zia non conosceva lo spagnolo. Era una ragazza molto bella, florida, la nonna diceva che era la più bella di tutte le sorelle. E capitava che questa giovane donna così attraente fosse oggetto di frasi oltraggiose. Dai gesti e dagli ammiccamenti poteva capire che erano espressioni volgari, pur senza comprenderne il senso esatto. Soffriva anche per questo. Teniamo conto che siamo negli anni Venti, le ragazze ricevevano nelle famiglie un’educazione morigerata».
Lo zio, con grande fatica, riuscì anni dopo a ottenere un lavoro come autista di corriera. Ebbero una figlia, che imparò più lingue (l’italiano, il dialetto piemontese, lo spagnolo, l’inglese) e trovò lavoro in una multinazionale. «La ragazza poté studiare – ha raccontato ancora Mossano –. E naturalmente conosceva la parlata monferrina, perché sentiva i suoi genitori parlare sempre in dialetto». Una sorta di bene prezioso, tramandato da una generazione all’altra. Lo stesso Papa Francesco, argentino dalle radici astigiane, ebbe modo di definire il piemontese la sua «lingua madre».
Ma come si sentivano, alla fine, quelli che erano partiti dall’Italia in quegli anni? Avevano trovato davvero l’America? «Hanno avuto l’opportunità di ricominciare una vita che qui non avrebbero avuto. Destinati alla campagna, lì trovarono qualcosa di diverso e ne furono felici», ha detto Mossano. Ma la semplicità del concetto non nasconde la complessità del percorso. Non era un’America priva di sacrifici, era un premio da conquistare giorno per giorno.
E la nostalgia? «Quanto vorrei tornare», si legge in alcune lettere. La zia scriveva che non vedeva l’ora di rivedere la sua terra, la chiesa dove si era sposata, i parenti che non aveva mai conosciuto se non attraverso le fotografie. Ma Silvana Mossano invita a non semplificare: «Noi la chiamiamo nostalgia. Ma in realtà quando lei scrive “mi manca la camomilla che nostra madre raccoglieva e faceva essiccare nelle sere fredde”, non esprime un vero rimpianto, un ricordo dolce, dove non c’è spazio per la miseria. Nei ricordi resiste solo la bellezza».
I piemontesi d’Argentina erano gente concreta, che aveva lasciato una terra avara. «C’era tanta povertà e in molti se ne andarono. Chi è rimasto alla fine è riuscito a stare meglio, anche perché chi era partito aveva lasciato più spazi e possibilità. Lo dico in modo brutale, ma è andata così».
(*) L’Unica
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