«Green criminology e giustizia riparativa. Un dialogo a partire da Casale Monferrato». È il tema di cui si è parlato, martedì 28 aprile, ricorrenza della Giornata Mondiale delle Vittime dell’Amianto, al salone Tartara di Casale, con il criminologo Lorenzo Natali, professore associato di Criminologia al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Milano – Bicocca. https://www.festivaldellacriminologia.it/f_a_q__crime/lorenzo_natali

L’iniziativa, introdotta da Assunta Prato, è stata promossa dall’Afeva, a dimostrazione, ancora una volta, che l’Associazione Famigliari e Vittime Amianto non si è piegata sul dolore, ma ha reagito aprendosi a prospettive più ampie di vitalità e rinascita, senza nulla togliere alla memoria di chi non c’è più (anzi, salvaguardandola e valorizzandola) e senza nulla precludere a chi resta e a chi viene dopo.
Hanno partecipato anche due legali patrocinatori delle parti civili nei processi d’amianto: gli avvocati Esther Gatti e Giacomo Mattalia. Il Salone era affollato di studenti, le menti più aperte e fertili a considerare una proposta radicalmente innovativa.
SFIDA

Partiamo dal tema: più che un titolo è una sfida.
Green criminology: cioè crimini ambientali, sempre più frequenti, sempre più presenti nelle aule di giustizia penale.
Giustizia riparativa: ci sono raccomandazioni e direttive internazionali; da una relazione di Claudia Mazzucato, professore ordinario di Diritto Penale, all’Università Cattolica del Sacro Cuore, https://docenti.unicatt.it/ppd2/it/docenti/12789/claudia-mazzucato/profilo riprendiamo la Direttiva 2012/29 dell’Unione Europea che definisce la «giustizia riparativa qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, se vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale», (…) «per riparare le conseguenze del reato, in modo da reintegrare nella società sia il reo sia la vittima e ricostruire un futuro di osservanza dei precetti penali».
Se ne parla, sì, ma la si pratica ancora poco. Quasi nulla, benché in Italia sia stata istituzionalizzata qualche anno fa, con il decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 150 (nell’ambito della cosiddetta «riforma Cartabia»).
Ecco perché è una sfida. Lo ha detto bene il professor Natali: «L’esperienza di Casale Monferrato sarebbe un laboratorio vitale, perché qui gli effetti del danno ambientale sono ancora molto concreti. Si può avviare una sperimentazione nuova, un passaggio storico».

UTOPIA
Utopia? c’è chi la vede così. Ma, sempre per rimanere nel solco dell’esperienza casalese, non era forse un gesto «folle», una «utopia» la firma della storica ordinanza del 1987 con cui l’allora sindaco Riccardo Coppo vietò l’uso di amianto in tutto il territorio comunale di Casale, con cinque anni di anticipo rispetto alla legge nazionale? Eppure quella utopia ebbe conseguenze estremamente e positivamente concrete.
Torniamo alla green criminology. «Bisogna fare un cambio di lenti – ha proposto Natali – per provare a capire se si può andare oltre le risposte della giustizia penale tradizionale, a volte insufficienti e frustranti che lasciano ferite drammatiche e insanabili. Le vittime hanno bisogno di riconoscimento, temono l’invisibilità», tanto più perché spesso «chi ha il potere può riposizionar le informazioni». E, quindi, deformare, dissimulare e occultare la verità oltre a minimizzare e seppellire il dolore di chi ha subito il danno.
Analizzando il caso di Casale, il professor Natali ha parlato di una «storia immane, gigantesca sia per quanto è accaduto… una violenza al rallentatore, strisciante… sia per la reazione combattiva della popolazione, veramente rara».
IL DIALOGO
E allora da che cosa bisogna partire? O, anzi, da che cosa si può ri-partire?
Torniamo al titolo dell’incontro dove troviamo la parola «dialogo». Ecco quel che fa il criminologo scienziato: «Si mette in ascolto, esamina la situazione, ipotizza un percorso e immagina dei dialoghi tra le vittime e i perpetratori del danno compiuto, promuovendo un ponte verso la giustizia riparativa, con il coinvolgimento dei mediatori». Non ha potuto essere presente la mediatrice Federica Brunelli, annunciata nel programma; si organizzeranno altre occasioni per ascoltarla.
Dialogo è la parola chiave, partendo «dal riconoscimento della perdita del prima per rilanciare lo sguardo verso il futuro», cioè bisogna provare «a uscire dalla gabbia del passato per immaginare un senso di riparazione, una ricucitura della fiducia violata in modo tragico. Recuperare la relazionalità. comporta un rinnovamento sociale, politico, personale».
PERCHE’ HAI FATTO QUESTO?
L’avvocato Esther Gatti ha evidenziato bene l’anelito di molti casalesi: «Ho ascoltato molte persone insistere a proposito dell’imputato dei processi Eternit: “Perché non si presenta?”, hanno bisogno di chiedergli “Perché hai fatto questo? Perché mi hai fatto questo? E perché a me?”. Non è un bisogno con finalità consolatorie, ma la necessità profonda di sapere».
Certo, per muovere il passo verso la giustizia riparativa una delle condizioni è rappresentata la volontà delle parti di accedervi. «Il consenso è la cifra della giustizia riparativa» scrive la professoressa Mazzucato. «Il vero punto di svolta tra la giustizia riparativa e il sistema penale tradizionale dalla partecipazione attiva, libera e volontaria delle persone coinvolte».
L’IMPUTATO SI CHIAMA FUORI
A questo proposito, l’avvocato Giacomo Mattalia ha espresso sincera perplessità: «Ho l’impressione che questo imputato non abbia né la consapevolezza del danno causato né la volontà di acquisirla. Non ha mai espresso un’azione di rispetto neppure verso le istituzioni, come se ritenesse che le regole a lui non vadano applicate».
A dire che Stephan Schmidheiny potrebbe voler continuare a rimanere sordo, lontano e invisibile.
ORIZZONTE POSSIBILE
E tuttavia, «se è senza dubbio poco realistico aspettarsi che i processi di giustizia riparativa possano dimostrarsi efficaci in tutti o anche soltanto in molti casi di crimini ambientali – ha concluso il professor Natali – il modello collaborativo offerto come risposta al crimine può non di meno essere impiegato per contribuire almeno in parte a riparare i danni che ne derivano. La giustizia riparativa – ha insistito, riprendendo un passaggio del suo libro “Green Criminology – Prospettive emergenti sui crimini ambientali” – rappresenta un orizzonte possibile, naturalmente lontano da qualsiasi ambizione totalizzante».