E… niente, un giorno ti arriva una telefonata, è un ex collega della Stampa, ex vicedirettore, l’amico di comuni, antiche radici professionali: come-va, bene-&-tu, non-c’è-male. E, poi: «Tienti libera per sabato 24 ottobre, ore 16, Disit di Alessandria». Ah, ok.
A ridosso della data, il whatsapp di un altro ex collega, ex capo, amico: «Ci-vediamo-domani, sì-ci-vediamo, ciau».
Ci vediamo, sì; e poi pensi: chissà-che-cos’hanno-combinato…

Embè, e poi… mi hanno premiata: prima classificata nella sezione «Alessandria e Provincia» del Premio giornalistico nazionale Franco Marchiaro.
Al secondo posto, Floriana Rullo (Corriere della Sera), al terzo, Sara Fisichella (La Stampa).
Per la sezione «Nord Ovest», questa la classifica: primo posto a Valeria Parrella (la Repubblica-Robinson), secondo a Enrico Martinet (La Stampa), terzo a Mario De Fazio (Secondo XIX).

Sono stati anche assegnati i prestigiosi riconoscimenti «Testimone dell’Informazione» a Enrico Mentana (volto notissimo del giornalismo televisivo; ha annunciato ufficialmente, nell’occasione, la data della sua uscita da La7 dove, dal 2010, conduce il tg: 23 dicembre) e «Premio Umberto Eco» a Cecilia Sala (giornalista con radici casalesi, – a Casale è nata e cresciuta la madre, mentre la nonna è stata indimenticabile insegnante e mia preside al Liceo Palli -; Cecilia Sala ha lavorato e lavora per diverse testate, occupandosi di temi internazionali, autrice del podcast Stories, per Choramedia). Entrambi, conversando con il presidente della giuria, Luca Ubaldeschi, hanno raccontato, con parole chiare e schiette attinte alla diretta esperienza sul campo, gli scenari dell’informazione e della politica mondiale.

CHI C’ERA
Alla cerimonia di premiazione, sabato 24 ottobre nell’Aula Magna dell’Università del Piemonte Orientale, erano presenti numerose autorità tra cui: Antonio Maconi, presidente della Fondazione Solidal (che, dodici anni fa, ha posto le basi al Premio, mettendo generosamente a disposizione il lascito che Marchiaro gli aveva fatto – a ricompensa dell’affetto filiale ricevuto – «per fare un bel viaggio»), Paolo Arrobbio, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, Giorgio Abonante, sindaco di Alessandria, Menico Rizzi, rettore dell’Università del Piemonte Orientale.



C’era tanta gente e molti con cui ho condiviso tanta vita: dentro stanze istituzionali, nelle aule di giustizia, dentro le caserme, ai bordi delle strade, sull’erba dei fossi, tra parole e scatti fotografici; soste lunghe alternate a frenesia: per avere la notizia di prima mano, per non farsi “bucare”, per rispettare il patto con i lettori che ogni giorno si fidano di te.
Non è «nostalgia canaglia», ma è il ricordo vivo e autentico di un pezzo di esistenza scolpito in geroglifici nelle mie numerose e ben visibili rughe.
Come dice Massimo Recalcati: «Un essere umano è la somma stratificata degli incontri che ha fatto nella vita». E, quindi, io contengo un po’ di tutti loro.
GRAZIE ALLA GIURIA

Grazie. Sono commossa e sono molto grata alla giuria di colleghi, presieduta da Luca Ubaldeschi, affiancato da Carlo Annovazzi, Piero Bottino, Marco Caramagna, Roberto Gilardenghi e Nadia Minetti, per avermi assegnato il premio, richiamando, nella motivazione, «articoli, libri, contenuti social sulla vicenda dell’amianto a Casale Monferrato. Silvana Mossano ha cercato notizie, raccolto testimonianze, analizzato studi scientifici e atti d’inchiesta e lo ha fatto senza inseguire il sensazionalismo, ma sforzandosi di capire e spiegare le cause di una tragedia che ha seminato – con conseguenze che arrivano a oggi – morte e dolore nella sua città. Lo ha fatto e lo fa senza ambizioni di protagonismo, ma con la determinazione che anima chi si fa voce di una parola di verità e giustizia che un Paese civile deve a una comunità ferita».
GRATA E COMMOSSA

Pur schiva, da sempre, ai riconoscimenti ufficiali, ho ricevuto questo Premio con emozione e commozione, con gratitudine per chi mi ha scelto, per chi ha scritto una motivazione così intensa e speciale, e anche per chi, alla cerimonia e anche dopo, si è congratulato con genuina amicizia, e, in più, ho ricevuto questo premio con profondo affetto nei confronti di Franco Marchiaro.
CHI È STATO FRANCO

Franco è stato un collega cui ho voluto molto bene e penso che pure lui ne abbia voluto a me. Anche se tra noi c’era differenza d’età, abbiamo condiviso un lungo periodo professionale, perché lui è andato avanti senza limiti di età e io avevo cominciato presto.
L’ho detto in diverse occasioni e questa è adatta a ripeterlo: io, e molti altri, non possiamo che essere profondamente grati a giornalisti come Marchiaro e Emma Camagna (che, ieri, è stata giustamente ricordata a pochi mesi dalla scomparsa); con il loro impegno, rettitudine e rigore hanno dato lustro al mestiere nel cui solco abbiamo camminato. Cito loro per la frequentazione vicina, senza escludere idealmente i molti colleghi, anche di altre testate, che hanno interpretato il giornalismo con pari stile e dignità.
BUONO SI’, MA FUMINO…
A Franco, dicevo, sono legata da molto affetto. Si faceva voler bene perché, fondamentalmente, era una persona umanamente buona e generosa.
Un momento: buono, sì, ma anche fumino!
Oh, se era fumino!
Un giorno, preoccupata per il tono particolarmente focoso di una sua telefonata (non ricordo a chi), mi precipitai nell’ufficio di Piero Bottino, all’epoca mio caposervizio alla Stampa, e gli dissi sgomenta: «Piero, Franco è fuori di sé, quasi non respira mentre parla, ho paura che gli venga un infarto!». Piero, imperturbabile, continuò a disegnare il menabò che aveva davanti, e mi disse: «Nooo, Silva, no che non gli viene un infarto, è tutto normale…».
Aveva ragione Piero.
L’IRA FUNESTA
Anch’io fui travolta dall’ira di Franco. Ne ho precisa memoria. Racconto l’aneddoto.
Avevo «passato» un suo articolo; «passare un pezzo», in gergo, significa metterlo in pagina, cioè collocarlo nella gabbia del menabò digitale e verificare che sia della misura giusta, non deve né crescere di righe né essere corto. In una gabbia a parte, viene collocata la firma del giornalista, in un’altra il titolo, in un’altra la didascalia e così via. Ogni spazio deve essere compilato. È il lavoro di cucina redazionale, cioè la preparazione del giornale che uscirà, stampato, in edicola.
Ecco, «cucinando», scivolai, malissimamente, nel mettere la firma. Fui sbadata io, e neppure altri si accorsero dell’errore quando la pagina fu controllata prima dell’ok per la tipografia.
Ahi!
Il mattino dopo, ricevetti di buon’ora una telefonata da capo Piero.
Che si annunciava sempre così: «Ciao, sono Piero». Okkei, ti riconosco dalla voce.
Comunicazione secca: «Hai messo la tua firma su un pezzo di Franco».
Ahi, ahi!
«E’ molto arrabbiato».
Ahi, ahi, ahi.
E gelo. Non gelo tra me e Piero, gelo in me: dall’attaccatura dei capelli dietro la nuca alla punta dei piedi. Era una delle cose per cui Franco avrebbe potuto fare le peggio cose.
Piero, che è un fine e pacato diplomatico, senza scomporsi mi dettò perentorio la linea guida: «Adesso, tu parti immediatamente, vieni qui da me e mi comunichi che intendi rassegnare le dimissioni. Io ti convincerò a non farlo, anzi le respingerò e vediamo di sistemare la faccenda».
Partii come un fulmine, entrai in redazione, eseguii alla lettera le indicazioni del capo.
Franco si aggirava inquieto, anzi inquietissimo, tra stanze, ingresso e corridoio. Dopo un po’, entrò nell’ufficio di Piero dove io ero in attesa del mio destino. Mi guardò, borbottò qualcosa, io lo guardai, lui dovette vedere benissimo il mio capo cosparso di cenere; allora, mi posò una mano sulla spalla e sorrise. Pace fatta. Perché Franco era sì fumino, ma non rancoroso: non investiva manco un grammo delle sue energie nel rancore. Mai, con nessuno. Gli chiesi scusa, ovviamente, e ogni traccia di rabbia sfumò.
Ma dovetti, comunque, pagare pegno. Pretese che uno dei miei articoli, che avrei scritto per il giorno successivo, portasse la sua firma. Equilibrio ristabilito.
RICORDO STRUGGENTE
C’è un altro aneddoto che mi lega a Franco.
Devo prima ricordare che Franco era rimasto vedovo: la moglie Ester morì a causa di una grave malattia, dopo un lungo calvario di cure, in cui lui l’aveva assiduamente accompagnata e assistita.
Passò del tempo.
Un giorno, arrivò in redazione una lamentela da alcuni lettori in merito agli orari di apertura dell’ambulatorio ospedaliero di Alessandria a cui avevano accesso i malati che dovevano sottoporsi alla chemio. Qual era la lagnanza? Al mattino, i pazienti oncologici erano costretti a lunghe attese in strada, in qualsiasi stagione, prima che venisse aperto il cancello di ingresso. Uno stress fisico ed emotivo che si aggiungeva al prostrazione della malattia. Avevano provato a segnalarlo, ma senza esito.
Feci la cosa che era da fare: andai a vedere.
Al mattino, partii poco dopo le 5 da Casale e arrivai prima delle 6 ad Alessandria. Parcheggiai un po’ distante e, prima di scendere dall’auto, mi calai in testa un berretto per nascondere tutti i capelli. Poi mi avviai. Ero la prima.
Era buio, freddo, umido. Per un po’ passeggiai, sola, lungo il marciapiede, fino a che cominciarono ad arrivare una, due, più persone, alla spicciolata. Alcuni malati rimanevano a bordo dell’auto, mentre i famigliari, sani, facevano la coda per loro. La mattinata, tra esami e terapia, si prospettava lunga: passare prima significava tornare a casa un po’ in anticipo, per avere ancora un pezzo di giornata davanti.
Molti già si conoscevano, si salutavano, si scambiavano parole, sensazioni.
Finalmente fu aperto il cancello. Tutti lo varcarono, in mesta processione, sapevano dove andare. Io, mescolata tra loro, li seguii. Entrammo in un vano scala, al fondo c’era la porta dell’ambulatorio, ma ancora chiusa. Per almeno una buona mezz’ora, anche più, ci piazzammo sugli scalini, duri, scomodi e gelati. Imitai gli habitué e mi sedetti con loro, ascoltando e annotando mentalmente le lamentele, le confidenze, le speranze. Nessun taccuino visibile.
Finché la porta si aprì, e tutti, con un sospiro, entrarono.
Io uscii e andai in redazione. Mi sedetti al computer e, con ancora addosso quell’immedesimazione intensa e struggente, cominciai a scrivere.
La cronaca uscì sulla Stampa il giorno dopo. Com’era prevedibile, arrivarono tempestivamente le telefonate dalla direzione dell’ospedale. Avevo poco da aggiungere se non perorare la causa. Bè; trovai persone comprensive, una è nei miei ricordi, in particolare; immagino che abbia dovuto insistere tenacemente, ma, nel giro di poche ore, giunse una comunicazione ufficiale con i nuovi orari di apertura dell’ambulatorio: i malati oncologici non sarebbero più rimasti a fare la coda sul marciapiede e sugli scalini per poter accedere alla chemioterapia.
Lo stesso calvario che, tempo prima, aveva sopportato con rassegnazione anche la moglie di Franco.
Ovviamente, uscì l’articolo che annunciava le nuove misure.
Quel giorno, Franco si affacciò alla porta della stanza dove io lavoravo, quella che condividevo con Emma Camagna.
Si appoggiò allo stipite della porta.
«Ehi…».
«Ciao».
«Ho letto».
«Uhm».
Pausa di silenzio. Poi, quasi un sussurro: «Ester ti sarebbe grata. E anch’io». La voce tremava.
Io avevo un groppo in gola. Anche adesso a ricordare.
Ci si voleva bene così: semplicemente.
E altrettanto semplicemente, e con voce tremante, oggi, a Franco, dico: «Grazie». Il premio intitolato al suo nome mi onora.
Grazie, sì, anch’io.
Cara Silvana, I complimenti sono scontati ma io te li faccio lo stesso e sono davvero sinceri. Ti sei tanto impegnata in tutti i tuoi scritti, libri e non. Sono molto contenta per il prezioso riconoscimento che hai ricevuto. Brava.
Complimenti Silvana! Non so valutare l’importanza di questo premio, ma da quel che leggo dev’esseee per te un’imoortante conferma dei numerosi successi ottenuti col tuo impegnativo lavoro di giirnalista e scrittrici di bellissimi romanzi che mi hanno dato forti emozioni . Brava Silvana!