LA RECENSIONE
del SABATO

“Non è successo niente di grave”, autore Michele Brambilla, edito da Baldini+Castoldi, prima edizione luglio 2025, pp. 175.
In una frase: breve, bello e istruttivo.
“Non è successo niente di grave” è un romanzo poliziesco (un “noir” precisa la copertina) ambientato a Besana Brianza, paese a una ventina di chilometri da Monza, nella primavera del 1980.
Michele Brambilla, autore e voce narrante, giornalista di lungo corso, inscrive una vicenda frutto di fantasia nella sua esperienza di giovane cronista del “Corriere di Informazione”, l’allora quotidiano del pomeriggio/sera del “Corriere della Sera”. Il risultato del mix è di gran classe: la vicenda scorre, perfettamente nella realtà di quel periodo; insomma il racconto è molto più verosimile dei fatti veri (cit. Giovannino Guareschi).
Michele Brambilla è nato a Monza nel 1958 attualmente dirige lo storico quotidiano genovese “Il Secolo IX”; durante la sua carriera, iniziata a diciotto anni scrivendo per il bisettimanale monzese “Il Cittadino”, ha vissuto tutte le tappe possibili e immaginabili del mestiere di giornalista. Ha lavorato al Corriere della Sera, prima come cronista, poi come caporedattore della Cultura e del magazine Sette.
E’ stato vicedirettore de La Stampa, direttore della Gazzetta di Parma e, poi, di QN Quotidiano Nazionale. Si è laureato in Storia all’Università Statale di Milano e, a partire dal 1993, ha anche scritto numerosi saggi e racconti. Cito tra gli altri: “Gesù spiegato a mio figlio” (Piemme 2002), “Sempre meglio che lavorare. Il mestiere del giornalista” (Piemme 2008), “Coraggio, il meglio è passato. Viaggio nel conformismo italiano” (Mondadori 2009), “Non ci sono più i cornuti di una volta (e altri racconti di provincia)” (La Vita Felice, 2018), il magnifico “Romanzo Inter”, insieme a Leo Turrini (Minerva Edizioni 2023), “I peggiori anni della nostra vita” (Aragno, 2024), quest’ultimo con struttura narrativa simile a “Non è successo niente di grave”.
La sera di venerdì 7 marzo 1980, Caterina Besozzi, 34 anni, medico di famiglia del paese, viene trovata massacrata, forse a colpi di martello, nel salottino della sua villa; a scoprire la tragedia è il fratello della vittima Attilio Besozzi, 38 anni. L’uomo, entrato in casa, ha trovato il cadavere della sorella sulla poltrona, davanti alla tv ancora accesa, tra le mani una copia della “Settimana Enigmistica”. In casa tutto era in ordine (il movente della rapina pare pertanto da scartare). La dottoressa è stata ripetutamente colpita alle spalle. L’ipotesi è che a uccidere sia stata una persona conosciuta dalla Besozzi, una persona alla quale la vittima stessa avrebbe aperto la porta di casa. Il fratello ha dichiarato di essere arrivato verso le 21, ora concordata per cenare insieme, perché la dottoressa era solita ricevere i pazienti, nell’ambulatorio sottostante, fino a tarda ora.
“Il caso Besozzi era stato accolto dal maresciallo Vincenzo Vicinanza come la peggior disgrazia che gli potesse capitare, essendo giunto a sconvolgere la tranquillità dei suoi ultimi mesi di onorato servizio” (p. 23). Il maresciallo aveva 46 anni e sei mesi e, all’epoca, era infatti possibile per i militari dell’Arma andare in pensione a 47 anni e quattro mesi.
“Ma adesso che in questo odioso pasticcio c’era in mezzo, il maresciallo Vicinanza voleva farsi onore. «Se riesco a risolvere un simile caso – pensò mentre aspettava la visita del sostituto procuratore, – chiudo in bellezza: magari pure con un encomio e un piccolo scatto di carriera che mi farebbe incrementare la pensione»”. (p.28).
Nel passato di Caterina Besozzi, c’era una storia d’amore finita male con “l’Aristide Bellorini, un belloccio molto intraprendente e con qualche precedente di intemperanze, soprattutto con le donne …” (p. 32). Aristide era il barista del paese di Caterina (Laveno Mombello, provincia di Varese) e la giovane donna, profondamente ferita dalla fine della relazione amorosa, aveva deciso di andarsene e aveva chiesto di essere assegnata come medico di base in altri comuni della Lombardia, meglio se al di fuori della provincia di Varese. Era stato dunque così che “la ruota del destino si era fermata sulla mappa di Besana Brianza”. (p.32).
E a Besana la dottoressa si era trovata bene, al punto che, nonostante la giovane età, aveva detto più volte al fratello che a Laveno non sarebbe più tornata e le sarebbe piaciuto stabilirsi definitivamente in questo “suo” nuovo paese. Proprio per questo motivo il funerale fu celebrato a Besana e la salma tumulata nel cimitero locale.
“A Besana la chiesa parrocchiale è, come nei film di Don Camillo, nella stessa piazza del municipio. Ma, a differenza dei film di Don Camillo, si impone sul Comune per dimensioni e centralità, quasi a segnare il primato del clero sulla politica e avvisare subito gli eventuali forestieri che qui siamo in Brianza”. (p.33).
Qualche giorno è passato; le indagini sul delitto non registrano progressi significativi; durante una conferenza stampa di “riepilogo”, uno degli inquirenti si era lasciato sfuggire con i cronisti: “Di sospettati ce ne sono otto o nove, non uno solo: ecco perché le indagini sono difficili” (p.72).
“Quando sui quotidiani uscì la notizia degli otto o nove sospettati, a Besana Brianza scoppiò un bel trambusto. Alcuni cominciarono a guardare con sospetto il vicino di casa, il compagno di bar o il fedele accanto a sé in chiesa … altri ancora trovarono l’occasione per poter finalmente bisbigliare qualcosa di cattivo sulla vittima: «Visto? Se aveva tanti nemici, chissà quante cose teneva nascoste. Con quell’aria da santarellina»” (p.73).
Gli interrogatori furono fissati soprattutto di notte, per limitare l’afflusso di curiosi e ficcanaso, ma anche perché il maresciallo Vicinanza era convinto che di notte “fosse più facile cogliere gli interrogati in contraddizione approfittando della loro stanchezza”. (p. 82) E poi accadde che “durante quelle notti, decine di automobilisti si videro girare in continuazione attorno alla caserma, passando e ripassando senza meta apparente; automobili condotte da uomini abituati ad andare a letto presto per tirare su la saracinesca e aprire fabbriche e uffici la mattina alle sette: ma dopo il delitto Besozzi divenuti, misteriosamente, insonni. Erano – lo scoprimmo ben presto – cittadini del posto, totalmente estranei al delitto Besozzi ma timorosi che, indagando su possibili tresche della dottoressa uccisa, i carabinieri potessero venire a conoscenza anche delle loro, di tresche… la piccola caserma in cima al colle diventò così, all’improvviso, il centro di tutto il paese: il cuore e la coscienza, pulita e sporca, dei cittadini di Besana e dintorni”. (p. 84).
Finale: questo prezioso libro offre al lettore un “noir” avvincente, una riflessione sul rischio di coltivare e giustificare l’ipocrisia, ed esprime l’amore sconfinato per la professione del giornalista che lo stesso Michele Brambilla ha così riassunto: “Quello che rimane, e rimarrà sempre, è il bisogno di un essere umano che va sul posto, guarda una cosa e la racconta; perché non c’è intelligenza artificiale che possa sostituire questo”. In più c’è un sorprendente bonus fatto di decine di aneddoti, citazioni, indicazioni interessanti, intriganti, divertenti: il che “è bello e istruttivo” (avrebbe detto Giovannino Guareschi).
Quel passaggio di otto/ nove cin tutto quello che ne consegue descrive molro bene le reazioni degli abitanti delle piccole comunita’ di fronte a eventi imprevisti che generano poi un clima di generale sospetto. Come e’ vero e come lo capisco molto bene….
Grazie Sergio per lo stile sempre molto pulito e pertinente.
Come sempre lo stile e’ pulito e adeguto, grazie Sergio.
La storia in modi diversi richiama quanto avviene nei piccoli centri quando capita un fatto inatteso. Le valutazioni si moltiplicano e se poi c’ e’ un 8/9 che aiuta si scatenano i sospetti piu i verosimili. E’ una reazione che conosco molto bene avendo vissuto a lungo in piccole comunita’. Che scrive consce certamente i tasti giusti da toccare per creare il giusto clima.