Caro Babbo Natale… una storia strampalata

Caro Babbo Natale,

in questa splendida cornice piena di luci scintillanti

e dolci melodie scrivo a Te in quanto leader

carismatico della festività più celebrata, per culto e

per business, nel mondo intero.

Ti confesso che, nell’esporti le linee guida del mio

pensiero, ho la fronte madida di sudore. Ma è arrivato

il momento di tirare i remi in barca e parlarti con il

cuore in mano.

Sono molto depresso. Lo psicanalista dice che devo

guardarmi dentro e trovare in me la forza per uscire

dal buco nero in cui sono precipitato.

Ma io, invece di scrutare dentro di me, sono

assalito da ricorrenti incubi notturni nei quali mi vedo

riflesso in uno specchio con lo sguardo disperato. Per

che cosa? Nel brutto sogno, mi vedo afflitto da un

gravissimo problema esistenziale, causato da una

calvizie incipiente che mi impedisce di guardare al

futuro con serenità. Già mi immagino la scena

raccapricciante di quando anche l’ultimo capello

smetterà di pulsare sul mio cranio. Come potrò

sopportare questa immane sciagura? E’ allucinante.

Mi risveglio in un bagno di sudore, il cuore che

batte all’impazzata e con l’unica consolazione di aver

perso sì il sonno, ma non i capelli.

Ma la vera origine del tormento delle mie notti

insonni scaturisce dal fatto che la mia donna mi ha

lasciato. Si, se n’è andata con un tipo dalla chioma

fluente, folti baffi e barba, si occupa di import-export

e, per di più, ha una Ferrari della madonna. Insomma,

l’angelo del mio focolare non c’è più. Mi mancano le

sue labbra tumide e sensuali, il suo sguardo

penetrante, la sua voce suadente. Ed è così che mi si è

aperto quell’insanabile buco nero nell’anima. Mi

impegno a ripararlo, ma non so che attrezzi usare.

Non riesco proprio a dare una svolta alla mia vita.

Mi sono buttato a capofitto nel lavoro; mettendomi

a disposizione in prima persona con spirito di

servizio, ho aperto tavoli di concertazione sulla fame

nel mondo, sulla crisi finanziaria, sui pedofili,

sull’emancipazione degli zulù che non sono certo

cittadini di serie B, sullo sport come attività educativa

che fortifica corpo e spirito e allontana dalla droga, e

chi più ne ha più ne metta, ma non sono riuscito a

tirarmi su il morale.

Scruto l’orizzonte, ma, nel tramonto infuocato della

mia mente, vedo il nulla. Anzi, mi pare di avere

davanti la città deserta come ad agosto, di quegli

agosti di alcuni anni fa, quando le ferie si

concentravano in un mese e non come adesso che si

fanno le partenze intelligenti e l’esodo scaglionato,

così da non rimanere intrappolati per interminabili ore

su una striscia d’asfalto infuocata (poi, però, a fine

agosto, non si sa come, arriva sempre tutta insieme

l’ondata del controesodo e scoppiano le polemiche per

le strade intasate, e pure per le stragi del sabato sera

che, però, ci sono tutto l’anno).

Bene, anche se mi immergo nel bagno di folla di

una «notte bianca» (o di una «notte rosa», o

variopinta o, meglio ancora, full color), sento il vuoto

pneumatico dentro. E, pure se scoppia un caldo afoso

e torrido, io avverto un freddo pungente. Gli altri non

se ne accorgono, perché mostro una calma apparente,

ma dentro di me è l’inferno.

Ho deciso di scagliare una tremenda offensiva per

reagire al mio stato d’animo mobbizzato dallo stress.

Mi sono catapultato all’improvviso nella sala

congressuale dell’Ergife a un’assemblea plenaria di

manager, quadri, colletti bianchi, tute blu (e anche

calzini verdolini), veline, scribacchini, portavoceportaborse-

portacicche, uscieri, operatori ecologici,

personale adest, ata, oss, cocopro, e pure accattoni. In

quella splendida cornice davanti a uno splendido

pubblico – chi con il cellulare piantato nel lobo

auricolare, in collegamento diretto con le Borse di

Milano, di Londra, di New York e di Tokyo, che

crollano e si rialzano come yoyo, impantanati tra Mib

e Down Jones, chi a nettarsi unghia contro unghia e a

scaccolarsi – ho sentito il calore della folla. Una folla

immensa che mi pareva pendesse dalle mie labbra:

un’immagine, insomma, che mi rimarrà per sempre

scolpita nella memoria.

Così mi sono alzato per dire due parole. E ho

parlato a braccio per quarantasette minuti della

formula vincente per rimanere a galla nell’atomico

caos finanziario che rischia di inghiottirci e

disintegrarci come kamikaze. Ho spiegato il mio

punto di vista e ho fatto appello al senso civico di tutti

perché ciascuno si assuma le proprie responsabilità di

fronte a una situazione così complessa che non ha

precedenti. Bisogna fare uno sforzo collettivo per

trovare il minimo comune denominatore in una causa

corale che ponga l’uomo al centro e che venga gestita

da una cabina di regia attenta ai segnali puntuali che

arrivano dal mondo globalizzato. Ma, per fare ciò,

occorre partire dalla definizione di una precisa scala

delle priorità e puntare alla valorizzazione delle

professionalità. Tutto questo lo facciamo per i nostri

figli, che sono gli uomini di domani, altrimenti hanno

ragione a lamentare che non si fa niente per i giovani.

Con spirito costruttivo, ho lanciato seduta stante una

proposta innovativa e originale: proprio perché i

giovani rappresentano la nostra finestra sul futuro, è

indispensabile coinvolgere il mondo della scuola. E,

quindi, la prima cosa da fare, sempre, è bandire un

concorso per gli studenti di ogni ordine e grado: dalle

materne, alle primarie, alle medie alle superiori,

sensibilizzando il dirigente del Miur, il dirigente del

Csa, i dirigenti degli Istituti Superiori, degli Istituti

Comprensivi e, se ce ne sono rimasti, dei Circoli

Didattici, i docenti e il personale Ata tutto. Un tema

per il concorso lo si trova, tipo: «Droga, che fare?»,

«L’educazione stradale ieri e oggi», «Strage di

piccioni: analogie e differenze tra piazza del Duomo a

Milano e piazza San Marco a Venezia», «Scontri tra

ultras negli stadi: perché non accada mai più»,

«Sanità: priorità e progetti», «La guerra combattuta

dai nonni raccontata ai nipoti: per non dimenticare»,

«Giovani e sicurezza. Competenze trasversali per

comportamenti responsabili». In palio, per i vincitori,

un bel viaggio premio in un campo di

concentramento, o alle foibe o alle catacombe.

Contemporaneamente, però, un pool di esperti

(selezionati da un’apposita commissione, previa

presentazione di dettagliati curricula) procederà a fare

un accurato monitoraggio dell’esistente.

La folla mi ha ascoltato attonita, poi, appena ho

posato il microfono, si è lanciata, con spirito liberal e

bipartisan, indifferente a qualsiasi gerarchia socioculturale

political correct, sul buffet del coffee break:

una tavola imbandita strabordante di prodotti tipici

locali e di vini pregiati del nostro territorio. Sì, caro

Babbo, sta proprio nella valorizzazione dei prodotti

tipici di qualità la nostra salvezza e la forza del futuro

per richiamare un turismo soft che rilanci il territorio

garantendo ricchezza e benessere alle nostre città

costruite a misura d’uomo: bisogna partire dal

recupero delle radici e capire da dove veniamo per

sapere dove dobbiamo andare. Io sono assolutamente

convinto che la formula vincente consista non nel

promettere mari e monti, ma nel costante impegno

profuso a valorizzare le risorse turistiche riconducibili

al concetto di benessere nella sua accezione più ampia

di star bene, non solo sotto gli aspetti psicofisici, ma

anche mentali e sociali. Uau!

Bisogna dire che è stata proprio una toccante

cerimonia, in un luogo elegante e dotato di tutti i

comfort, pensato e realizzato di sicuro da una persona

dotata di innato senso dell’arte. Mi aggiravo nel

salone sbocconcellando qualcosa e osservando, dalle

ampie vetrate, le bellezze del paesaggio: scorci di

natura così belli che sembravano fotografie. Bisogna

dirlo e bisogna dircelo che non abbiamo niente da

invidiare alla Langhe, alla Toscana, alla foresta

dell’Amazzonia, alle cascate del Niagara e neppure al

deserto del Sahara. Mi sentivo in pace con me stesso,

a raccogliere i frutti maturi delle stagioni dell’anima.

A un certo punto, però, in mezzo a quella folla

affamata e vociante, ho intravisto lei, la mia donna,

cioè la mia ex donna, con lui, quello della chioma

fluente dell’import-export e della Ferrari. E allora ho

sentito il mondo crollarmi addosso.

Ero in bilico tra due sensazioni opposte. Da un lato

la volontà, dettata dal buon senso e dal mio innato

savoir faire, di avvicinarmi e intrattenermi con loro

per un colloquio cordiale, esordendo con «mi

consenta, dottore…» e passando subito affabilmente

al «tu», buttando lì qualche carineria del tipo «che

shampoo antiforfora usi, stai attento che il phon killer

non ti scivoli nella vasca quando fai il bagno, quanto

ti costa un treno di pneumatici per la tua macchinetta

sportiva, quanto fai con un litro, certo che una Ferrari

rossa ehe!… ma non sarebbe male neanche gialla con

quei begli occhioni, pardon: fanali a mandorla…»,

cose così che fanno sempre piacere e ti rendono

simpatico. Dall’altro la bestia in ebollizione dentro di

me mi istigava verso un bagno di sangue secondo un

preciso cronoprogramma: mettere a fuoco

l’obbiettivo, spingere il piede destro indietro, piegare

leggermente il busto in avanti, prendere la rincorsa e

piombare con la parte più puntuta del mio cranio

contro il petto villoso del ferrarista capellone e un po’

dandy.

Poi, però, la voce della mia coscienza con un urlo

diabolico mi ha scosso dal mondo onirico e virtuale e

mi ha riportato nel mondo reale con i piedi ben

piantati per terra. Ho avuto uno scatto d’orgoglio, ho

voltato le spalle e sono scappato via per non

commettere un tragico errore umano.

Riflettendo, nella calma dell’abitacolo della mia

Punto bianca, fermo al semaforo che cambiava

alternativamente colore da rosso a verde a giallo e

così via con la stessa sequenza, cullato dalla musica

soave dei clacson che suonavano solo per me,

intenerito dai gesti di solidarietà degli automobilisti

che mi sfrecciavano rombando a destra e a sinistra,

grato alla pioggia purificatrice che, arricchita di

scintillanti grani di tempesta, aveva cominciato a

spiaccicarsi contro il parabrezza, con l’umidità che mi

entrava nelle ossa (d’altronde siamo a dicembre e, se

non fa freddo adesso, quando vuoi che lo faccia,

benché le stagioni non siano più quelle di una volta),

ho capito il senso della vita.

Sì, di colpo, caro Babbo Natale, ho compreso

chiaramente che non desideravo più nessun rapporto

conflittuale. Avrei cercato rifugio nelle piccole cose,

nei dialoghi cordiali senza spaccature, nella

beneficenza ai bambini dell’India e dell’Africa, ai

cassintegrati, alla Croce Rossa, alla Bianca e alla

Verde (viva la Patria!), ai missionari, agli zoppi, ai

clochard (anche se puzzano un po’), alle associazioni

contro i pidocchi, le petecchie e le scollature volgari;

avrei cercato il significato delle cose vere: il Fernet

Branca, buone letture e buona musica, e cene soltanto

con gli amici che contano (anche se neri, gialli o rossi,

tanto, se non sono proprio la feccia, io mica sono

razzista) nel calore delle mie quattro mura

domestiche.

Ecco, caro Babbo Natale, è come se mi fosse

scattato un flash nella testa e ho capito che sono

cambiato, assolutamente sì, e mi trovo di fronte a una

svolta epocale: non sono più quello di una volta,

assolutamente no. Nel mio profondo è avvenuta una

sorta di radicale restyling, mi sto reinventando come

uomo e come cittadino/utente. Diciamo che mi sto

approcciando a un modo nuovo di concepire

l’esistenza. Mi sento più sicuro di me stesso e non ho

più paura della mia ombra perché ho capito che ciò

che conta non è avere i capelli fluenti o non averli per

niente, avere il ventre scolpito o la pancetta, le guance

ammorbidite o inamidate dal lifting, la Ferrari Gt

California o la Panda 2 Volumi alla quarta revisione.

No. No. No. Ciò che conta veramente è essere belli

dentro.

Improvvisamente, caro Babbo Natale, ho capito

che non me ne importa neppure più niente di lei, che

faccia pure la sua vita; e me ne infischio della

congiuntura sfavorevole sui mercati internazionali,

dei conflitti di interessi, dell’etica nella politica.

Parole, parole, parole.

Basta parole!

Passiamo ai fatti, caro Babbo Natale.

Io, quest’anno, per regalo, ti chiedo soltanto una

cosa: una Ferrari come la tua. E, se non riesci a farla

stare sotto l’abete finto illuminato e addobbato,

parcheggiamela pure sotto casa.

Lei, invece, puoi anche tenertela. A pensarci bene,

la nostra storia era già finita da un pezzo, non

avevamo più niente da dirci, anzi, praticamente

eravamo separati in casa.

Aspetto fiducioso.

P.S. Non lasciare le chiavi inserite nel cruscotto, di

questi tempi non si sa mai, con tutti ‘sti

extracomunitari che girano senza permesso di

soggiorno… meglio sotto lo zerbino. Mandami un

sms ke vado subito a ritirarle.

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