Mesotelioma, in venti centri del mondo si testa un nuovo farmaco incoraggiante

Da “La Stampa” del 4 gennaio 2017

SILVANA MOSSANO

C’è un farmaco che, associato alla terapia chemioterapica già attuata per il mesotelioma, allunga il periodo in cui la malattia non progredisce e, in un certo numero di casi, riduce il volume del tumore.

Il dato, ritenuto molto incoraggiante, emerge da uno studio, coordinato dal professor Giorgio Vittorio Scagliotti, direttore dell’oncologia medica dell’Università di Torino, e condotto, tra il 2014 e il 2015, in una ventina di centri di ricerca nel mondo (selezionati dalla casa farmaceutica Boehringer-Ingelheim che finanzia il lavoro) tra cui tre italiani: il San Luigi di Orbassano, l’Humanitas di Bergamo e l’Ufim di Alessandria-Casale.

Nei tre centri italiani è stato «arruolato» il maggior numero di pazienti su cui si è testata la sperimentazione. L’incarico di illustrare i risultati finali della cosiddetta «fase due» è stato affidato alla dottoressa Federica Grosso, responsabile dell’Ufim, in occasione della Conferenza mondiale per i tumori al polmone che si è svolta di recente a Vienna.

Il farmaco testato ha proprietà antiangiogenetiche. Che cosa significa? L’analisi dei dati di una ricerca preclinica aveva evidenziato che, nello sviluppo del mesotelioma (il tumore correlato alla fibra di amianto), un ruolo determinante lo svolge l’«angiogenesi», che consiste nello sviluppo di nuovi vasi sanguigni.

Il mesotelioma, in particolare, stimola la formazione di vasi sanguigni che danno nutrimento alle cellule tumorali. Il farmaco sperimentato è, dunque, un antiangiogenetico: mira, cioè, ad attaccare selettivamente i vasi sanguigni tumorali per distruggerli.

La sperimentazione ha coinvolto 87 pazienti nel mondo; la maggior parte sono stati arruolati nei tre centri italiani, ben 15 all’Ufim. «Lo svolgimento di uno studio di questo tipo è veramente molto complesso da gestire – spiega la dottoressa Grosso -: all’Ufim lo possiamo fare grazie all’Unità di ricerca presente all’ospedale di Alessandria, diretta dal dottor Maconi».

Degli 87 malati arruolati, 44 sono stati sottoposti a trattamento di chemio + farmaco attivo, 43 a chemio + farmaco placebo. Nei pazienti di mesotelioma pleurico trattati con il farmaco antiangiogenetico si è osservato un aumento medio di quattro mesi di controllo della malattia. Vuol dire questo: il mesotelioma pleurico, con le terapie tradizionali, rimane «fermo» generalmente sei mesi a decorrere dalla diagnosi; somministrando l’antiangiogenetico si ritarda la progressione del tumore mediamente di altri quattro. In altre parole, l’avanzamento della malattia, dal momento in cui viene individuata, è rimandato di dieci mesi anzichè sei.

In alcuni casi trattati, poi, la massa tumorale si è addirittura ridotta. Invero, la regressione avviene talora anche con la chemio, ma, con il farmaco sperimentale, in un numero maggiore di pazienti. Non solo; pare di individuare anche un allungamento della sopravvivenza, ma è un dato non ancora certo perché i tempi per produrre un risultato di questo tipo non sono ancora maturi.

E adesso che succede? Il Comitato indipendente per il monitoraggio dei dati, composto da luminari a livello mondiale, ha suggerito alla Boehringer-Ingelheim di investire nello studio. Tradotto nel linguaggio atteso dalla gente comune significa che ci sono fondati presupposti scientifici per spendere anche alcune decine di milioni di euro per passare alla «fase tre» della ricerca che si pone l’obbiettivo di trovare conferma a quel primo incoraggiante esito su un numero maggiore di malati: 450. L’Ufim di Alessandria-Casale è già partita per questa fase che si completerà nel 2018.

«Gli scienziati seri non vendono balle di fumo»: non usò proprio queste parole il professor Scagliotti, qualche tempo fa, ma ne espresse il senso. Se ora studiosi di più centri autorevoli nel mondo presentano questi risultati al maggior meeting internazionale sui tumori al polmone e sulle neoplasie toraciche in genere. Se una casa farmaceutica come la Boehringer-Ingelheim è pronta a spendere qualche decina di milione di euro per approfondire lo studio. Se molti studiosi e medici, con umiltà e sapienza, ci lavorano convinti (e molti altri, nel frattempo, percorrono altre strade di ricerca parallele o integrative). Se, infine, scaramanticamente, incrociamo pure le dita, magari, davvero, una cura seria arriva prima del «picco maledetto» del 2020. Magari. Davvero.

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