La Stampa 8/9/2016 Eternit Bis, si torna in aula a fine ottobre – La Procura di Torino chiederà che Schmidheiny sia mandato a processo per omicidio volontario

SILVANA MOSSANO
CASALE MONFERRATO

Si riparte da dove, il 24 luglio dello scorso anno, ci si era fermati. L’udienza preliminare del procedimento «Eternit Bis» ricomincerà a Torino il 27 ottobre, davanti allo stesso gup Federica Bompieri che l’aveva iniziata a maggio 2015. Quando il giudice l’aveva interrotta, riconoscendo legittimi i dubbi dei difensori di Stephan Schmidheiny sulla possibilità che si potesse incorrere nel principio del «ne bis in idem» (cioè non si può processare due volte una persona per gli stessi fatti) e aveva girato il quesito alla Corte Costituzionale, alcuni casalesi non l’avevano presa bene. Quello stop fu considerato un ulteriore inciampo nei garbugli di una giustizia avvertita talora come incomprensibile, se pur accettata e rispettata.

Invece, a distanza di un anno si può dire che non è stato un anno perso. La Corte Costituzionale ha affrontato in maniera dirimente, e una volta per tutte, una questione che, altrimenti, si sarebbe trascinata riproponendosi a ogni grado di giudizio e in eventuali altri processi. Ora c’è un parere supremo cui attenersi e che dà al gup la facoltà di proseguire.

Non si pensi, tuttavia, che la difesa arretrerà chinando il capo. I legali Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva già hanno fatto capire che anche il responso della Consulta può consentire più interpretazioni applicative. Quindi, nell’udienza preliminare è prevedibile che di «ne bis in idem» si sentirà ancora parlare.

Quel che è certo è che il percorso non è interrotto. Sono già state fissate cinque date: a giovedì 27, seguono venerdì 28 ottobre, venerdì 4, giovedì 17 e venerdì 18 novembre. Nell’Eternit Bis, la Procura chiede che Schmidheiny sia mandato a processo con l’accusa di omicidio volontario di 258 persone (un numero che potrebbe aumentare in successive contestazioni) uccise dalla fibra d’amianto che, sostengono i pm, il patron dell’Eternit non fece nulla per limitare o eliminare. La fabbrica, poi, pur dismessa nel 1986, fu lasciata lì ad agonizzare nel degrado, con piaghe infette sempre più esposte e virulente tanto che la chiusura dell’Eternit non coincise affatto con la fine della diffusione della polvere; al contrario, caso mai si aggravò per la mancanza totale di contenimenti e precauzioni. Bomba a orologeria, hanno detto alcuni. È impreciso, perché una bomba, prima o poi, esplode e segna una data precisa da cui si cominciano a conteggiare i tempi di una possibile, se pur umiliante (per lo Stato, prima di tutto) prescrizione. Invece, lo stillicidio continuo e duraturo di contaminazione con conseguenti vittime ha lasciato spazio alle interpretazioni (legittime, ma non unanimemente condivise) su cui è franato il maxiprocesso Eternit Uno.

Ora, tuttavia, si riparte, anche con la forza che scaturisce dal Parco Eternot (si inaugura sabato, al posto dell’Eternit) che contiene in sé un monumento in movimento: è un vivaio in cui ogni anno, ad aprile, per la Giornata mondiale delle vittime dell’amianto, le piante faranno fiorire dei «fazzoletti bianchi». Non solo asciugheranno le lacrime, ma, come ha scritto Gea Casolaro, l’artista creatrice dell’opera, «metteranno le ali e voleranno lontano per sviluppare profonde radici di giustizia».

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