La Stampa 5/11/2016 I difensori di Schmidheiny; ““Non fu omicidio volontario”- “Si illuse di lavorare amianto in sicurezza, non si sapeva ciò che si sa oggi”

Si svolge a Torino l’udienza preliminare del cosiddetto «Eternit Bis». Il gup deve decidere se mandare a giudizio Stephan Schmidheiny per l’omicidio di 285 persone morte a causa dell’amianto. Prossima data il 29 novembre (annullate il 17 e il 18)

SILVANA MOSSANO

TORINO

«In questi atti – il pubblico ministero Gianfranco Colace posa l’indice, in modo esemplificativo, sul fascicolo cosiddetto “Eternit Bis” che ha lì davanti – ci sono molti elementi che rendono utile un dibattimento per omicidio volontario».

Ma no: «Stephan Schmidheiny non ha voluto, neanche nel senso eventuale, provocare quelle morti: non si può parlare di omicidio doloso; semmai, la configurazione corretta sarebbe l’omicidio colposo» replicano i difensori.

Sono le richieste avanzate, ieri mattina, nella maxiaula 2 del palazzo di giustizia di Torino, al gup Federica Bompieri che dovrà decidere se mandare a giudizio o no l’imprenditore svizzero cui la procura imputa la morte – causata scientemente con la diffusione dissennata e non bloccata di polvere d’amianto – di 285 persone. Queste le vittime per ora elencate.

Il pubblico ministero Colace si è limitato a richiamare il tanto già detto e già scritto, anche nel maxiprocesso Eternit Uno (dove si contestava il disastro doloso), e si è riservato il diritto (concesso dal giudice e fissato per la data del 29 novembre prossimo) di replicare alle argomentazioni dei legali della difesa, Guido Carlo Alleva e Astolfo Di Amato, i quali hanno parlato copiosamente «per dimostrare, invece, l’infondatezza della contestazione dell’omicidio nella forma dolosa».

LA “VOLIZIONE”
L’avvocato Alleva costruisce il ragionamento agganciandolo agli appigli documentati della giurisprudenza, partendo dalla pluricitata sentenza Thyssen pronunciata dalle Sezioni Unite della Cassazione in cui si segna «il confine tra l’elemento psicologico doloso e colposo per cercare un criterio di imputazione umanamente praticabile, ancorato ai fatti e scevro da contaminazioni retoriche». Più volte, il legale ripete che, per contestare il dolo, anche nella sua forma eventuale, non basta che l’imputato «si sia rappresentato il rischio di provocare delle morti; ci deve essere qualcosa di più della accettazione di quel rischio, altrimenti – dice – sarebbe, al massimo, colpa cosciente». Il di più è «la volizione» di quell’evento, cioè, in questo caso, occorrerebbe provare che Schmidheiny fosse certo che, con la propria condotta, avrebbe causato quelle morti. Occorre provare, secondo il legale, che nell’imputato sia maturata «un’adesione interiore al verificarsi dell’evento morte».

Secondo i difensori questa prova non c’é.

ILLUSIONE E IGNORANZA

Però – è la controriflessione – Schmidheiny ben sapeva che cosa causava la fibra di amianto, lo aveva detto ai suoi fedelissimi, scioccandoli, nel congresso di Neuss del 1976, ne era al corrente, ne scrisse in corrispondenza riservatissima, e c’era quel famoso «Manuale» (che ieri i legali non hanno citato, ma a chi ne ha ascoltato o letto alcuni passi si “sversa lo stomaco”) fitto di indicazioni su come condurre la propaganda a sostegno dell’amianto e la manipolazione della verità scientifica. Come ignorare quei documenti, quei diktat, sciogliendo il dolo in colpa? L’avvocato Alleva dice: «All’epoca, cioè quarant’anni fa, c’era la convinzione che limitando l’esposizione all’amianto si potesse contenere il rischio. Certo, oggi la chiameremmo illusione, ma allora c’era quella convinzione che era frutto di ignoranza. Non si sapeva quello che si sa oggi». Ha richiamato anche la testimonianza del fratello Thomas Schmidheiny che di Stephan disse: «Era convinto che si potesse lavorare l’amianto in sicurezza». E d’altronde, ricorda il difensore, «la legge che lo vieta è solo del 1992». Ma è anche vero che, per ritardare la legge, non soltanto in Italia, furono fatte dagli amiantiferi in generale molte pressioni. Si ricorda il caso della Svezia, dove già l’amianto era stato vietato e poi, a seguito di pressioni, ne fu riammesso l’uso.

L’avvocato Alleva, tuttavia, insiste «sugli investimenti fatti nel periodo della gestione svizzera dell’Eternit, magari insufficienti – ammette – ma comunque tali da provare che non c’era in lui la volontà di causare le morti».

Ma non aveva visto quanto erano polverosi gli stabilimenti, ad esempio quello di Casale, quando fu in visita a marzo 1976? «No, – spiega il difensore – perché il direttore della fabbrica faceva in modo che trovasse tutto pulito». Anche a Schmidheiny fu nascosta la polverosità come si faceva quando arrivavano gli ispettori per i controlli o i rilievi ambientali?

DATE ANNULLATE

Annullate le date del 17 e 18 novembre, si passa al 29. Dovrebbe essere l’ultima, poi il gup dirà quando è pronta per annunciare se mandare a processo (per omicidio doloso o colposo?) oppure prosciogliere Stephan Schmidheiny.

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