La Stampa 28/10/2016 Eternit Bis: ancora irrisolto il nodo del “ne bis in idem”

SILVANA MOSSANO

TORINO

Stephan Schmidheiny è processabile o no? Nonostante il pronunciamento della Corte Costituzionale sull’applicabilità del «ne bis in idem», ognuno rimane della propria idea e il gup Federica Bompieri, che ha ripreso ieri l’udienza preliminare interrotta un anno fa, dovrà, alla fine, decidere strattonata tra le ragioni del sì («va rinviato a giudizio per omicidio doloso» come chiede la procura, rafforzata dalle parti civili) e le ragioni del no («l’imputato non può essere giudicato due volte per i medesimi fatti» come afferma la difesa dell’imprenditore svizzero, ultimo patron in vita di Eternit italiana). Il responso della Consulta, su sollecitazione del giudice che l’aveva interpellata per dirimere l’eccezione sollevata dai difensori di Stephan Schmidheiny, incriminato per l’omicidio volontario di 258 persone uccise dal mal d’amianto, è stato il perno del contraddittorio di ieri, in aula 2, a Torino.

A sostenere l’accusa e, quindi, a chiedere il rinvio a giudizio dell’imprenditore svizzero resta un uomo solo: il pm Gianfranco Colace, che conosce questa vicenda fin nelle pieghe delle pagine e nelle più minute note a margine. C’era nel pool di magistrati (con Raffaele Guariniello e Sara Panelli), sostenuti da uno staff di consulenti in materie specifiche che svolse la monumentale inchiesta; c’era a sostenere le accuse nel maxiprocesso Eternit (per disastro doloso) di primo grado e poi d’Appello (quando Schmidheiny fu condannato a 16 anni e ricondannato a 18, per essere poi svincolato dalle responsabilità con la prescrizione pronunciata a novembre 2014 dalla Cassazione). E c’è, ora, a sostenere l’accusa di omicidio doloso nel cosiddetto «Eternit Bis». Nel frattempo, il dottor Guariniello è andato in pensione e la dottoressa Panelli ha un incarico a Bruxelles. Colace è al suo posto, si alza, richiama il pronunciamento della Corte Costituzionale, lo intreccia con le motivazioni delle sentenze di Cassazione, e d’Appello, e del Tribunale per ribadire: «Si mandi a giudizio Schmidheiny». E per spiegare che le contestazioni dell’Eternit Bis non sono le stesse dell’Eternit Uno: nel maxiprocesso «si fecero accertamenti di tipo collettivo in base a indagini epidemiologiche per dimostrare il macroevento del disastro, ma non approfondimenti sui singoli casi e sul nesso di causalità tra la condotta dell’imputato e le singole morti». Insiste il pm: «Quell’esplorazione non fu fatta». E che, invece, s’avrà da fare nell’Eternit Bis.

Hanno insistito sull’«improcedibilità» di un nuovo processo i difensori Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva: «La stessa procura affermò che le vittime costituivano la prova dell’avvenuto disastro sanitario. Quindi – è la tesi – gli esiti nefasti di quell’evento furono affrontati». E ancora: «La Corte d’Appello parlò di “strage”; sugli stessi adesivi esposti dai famigliari delle vittime era scritto “Strage Eternit”». Pertanto, insiste la difesa, «il precedente processo si è occupato di un massacro: ciò significa che il fatto è già stato giudicato».

Le parti civili, tutte, hanno aderito alle argomentazioni del pm Colace (presenti, tra gli altri, i sindaci di Casale Titti Palazzetti e di Cavagnolo Mario Corsato, con fascia tricolore, i sindacati, alcuni parenti delle vittime); tutti a insistere sul rinvio a giudizio: «Lo chiede la nostra collettività. Se così non fosse, come si potrà spiegare alla gente, che ha visto soffrire e morire i propri cari, che non avrà mai più diritto a parlare di queste morti, perché se n’era già parlato in un processo per disastro ambientale?».

Oggi l’udienza salta. Si va al 4 novembre. E il tema da discutere non sarà meno impegnativo del «ne bis in idem». Il gup chiede di pronunciarsi sul cosiddetto «elemento soggettivo». In sostanza: Schmidheiny agì con dolo o con colpa? Il pm l’ha già detto: «L’imputato sapeva di diffondere fibre cancerogene. L’ha fatto consapevolmente, va giudicato in Corte d’Assise». I difensori non si sono ancora espressi. Certo contesteranno il reato doloso, ma come possono anche solo ipotizzare quello colposo se l’obbiettivo primario è quello, se proprio il processo sarà da fare, di battersi per l’assoluzione? Tra l’altro, nel caso il gup decidesse il rinvio a giudizio per omicidio colposo (e non doloso), molti casi dell’attuale elenco di 258 morti sarebbero già prescritti. Il pm, in qualunque caso, ha già preannunciato che integrerà la lista delle vittime che, purtroppo, si sono aggiunte (o si stanno aggiungendo) nel frattempo.

A fine settembre 2016, a Casale e nei paesi monferrini che fanno parte del Sin (Sito di interesse nazionale) si contavano già 52 nuovi casi, destinati ad aumentare entro fine anno. A questi si aggiungevano 18 diagnosi nel resto della provincia di Alessandria, registrati dall’Ufim (Unità funzionale mesotelioma, a scavalco tra gli ospedali «Santi Antonio e Biagio» e «Santo Spirito»)

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