Film “Un posto sicuro” – Da La Stampa 1° dicembre 2015

silvana mossano

casale monferrato

Quello di cui avevamo paura, e che non volevamo davvero, era che fosse un film da piangere. Perché, per piangere, abbiamo già le nostre storie, decine, centinaia di storie vere sulle quali non ti puoi scegliere il finale. «Un posto sicuro», proposto in anteprima a Casale, racconta un amore che nasce mentre, sullo sfondo, scorre il dramma dell’amianto e dell’Eternit: è una storia forte, potente, incisiva, ma non è fatta per piangerci su. Caso mai è fatta per ribellarsi. E per rinascere.
Chi vede il film, fuori da qui, percepisce che un mostro, in una cittadina chiamata Casale Monferrato, si è aggirato silenzioso e conosciuto da pochi, che hanno fatto di tutto per tenerlo nascosto il più a lungo possibile, fino a che la gente si è divincolata con rabbia.
Se, però, vedi il film e sei uno di qui, senti che quella gente sei tu. Sono tue le strade – via Mameli, via Paleologi, via Saffi, il Valentino, il sottopasso, via Oggero -, sono tuoi gli edifici – la Filarmonica, l’ospedale, il municipio, il dopolavoro di via Visconti -, i palazzi e le stanze semplici che, da queste parti, si usa arredare proprio così -, è tuo il clima – la nebbia, la pioggia, il sole tiepido d’inverno, gli sbuffi di vapore che escono dalla bocca -, è tuo quel pezzo di fiume Po, testimone prima dello scontro tra il padre Eduardo (uno straordinario Giorgio Colangeli) e il figlio Luca e, alla fine, lavacro del dolore e onda ostinata di «resurrezione». La città, presente in ogni istante, è sullo sfondo, ma velata, come un coro greco necessario e tuttavia discreto. E così è anche la colonna musicale, cui il compositore Enrico Pesce ha impresso una dolcezza penetrante e avvolgente: ti accorgi della melodia quando l’hai già sotto pelle.
I coautori, Francesco Ghiaccio, che ha anche firmato la regia del suo primo lungometraggio (un’ora e quaranta), e Marco D’Amore, che interpreta con carattere intenso e convincente il personaggio del protagonista Luca, hanno mantenuto la promessa: non un film per raccontare il dramma dell’amianto, ma un film per raccontare con quale coraggio, tenacia e caparbietà i casalesi combattono per dare una spallata decisa al dramma che il destino li ha scelti come bersagli.
In meno di due ore, c’è tutto: le caratteristiche patologiche del mesotelioma che inghiotte l’esistenza di Eduardo, ex operaio, arrivato da Napoli, ancor giovane, per conquistare «il posto sicuro» all’Eternit e poter sposare Maria e mettere su famiglia), il sospetto insinuante e violento di essere malato che, con banali sintomi, attorciglia i pensieri e il respiro di Luca («siamo tutti malati» dice sconsolato all’oncologa interpretata dalla bravissima alessandrina Laura Bombonato), la rievocazione della fabbrica (anche nei filmati «Luce»), la tentazione iniziale di difenderla e la rabbia per quel che ha rappresentato, la speranza di una cura («mio padre è malato, sì, ma che cosa si può fare?»), la reazione della città (le fiaccolate, il processo a Torino con la sentenza pronunciata dal giudice Giuseppe Casalbore, il rifiuto all’offerta ricattatoria del patron svizzero di Eternit, la ricerca ostinata di giustizia pretesa a schiena diritta, il riscatto che trova la via d’uscita attraverso la riconciliazione, l’arte – il teatro – e l’amore. E poi quelle facce, tutte quelle facce autentiche: nelle sale della Filarmonica, ai cortei silenziosi, sullo scalone del municipio, al funerale, di sfuggita nelle piazze, nelle vie, nei negozi.
Gli autori, regista e protagonista, quando portarono a Casale l’idea di raccontare la storia («io, che pure vivo in questa zona e ho studiato a Casale, non sapevo quale fosse l’immensità del dramma» ha detto Ghiaccio e meno ancora ne sapeva l’attore casertano D’Amore) si prefissero un obbiettivo: che i casalesi, alla fine, sentissero quello che, oggi, si sentono di dire: «Questo è il nostro film». Ma più che un omaggio alla città di Casale, è l’omaggio che, con il tramite di un cast notevole, appassionato e convincente, la città di Casale fa al mondo. Questo non è il film del dramma dell’amianto, ma è il film di una città che, come è scritto prima dei titoli di coda, vuole essere la prima al mondo «totalmente libera dall’amianto». «Un posto sicuro», appunto. Il più sicuro.

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