Eternit, il giorno dopo la Cassazione con la schiena dritta

Oggi avrei voluto tanto raccontare il capitolo finale di una storia giusta. E, invece, purtroppo sono qui a scrivere una pagina dolorosa.

E sono ormai troppe le pagine di dolore che ho scritto da oltre trent’anni parlando dei molti che ho conosciuto sani e ho salutato con un fiore e una firma sul registro delle onoranze funebri, e ricordando chi ho amato pieno di vita e, pur tenace e caparbia, non sono riuscita a difendere dal mal d’amianto, rivale per me cruento e imbattibile.

Sono qui a documentare, oggi, una giornata triste, che ha levato l’alba trovandomi sveglia, svuotata e stanca. Non la stanchezza del sonno che manca da molte ore, ma la stanchezza dell’anima di fronte a un dilemma che ancora non riesco a capire. Ah, il significato tecnico tutti noi che eravamo là in Cassazione, l’abbiamo compreso, ben spiegato dal pm Francesco Iacoviello; anzi, si è impegnato a essere chiaro “per farmi capire anche dai signori del pubblico”.

L’avevamo preso come un esordio di buon auspicio. Invece, la conclusione, che la Corte ha fatto propria trasformandola in sentenza definitiva e irremovibile, è stata un sasso in testa. Mi sono sentita stordita da una prescrizione del disastro da amianto che non è colpa di una magistratura lenta o degli artifici degli avvocati per tirare in lungo i processi; no, è colpa del male stesso che il disastro ha prodotto e continua a produrre chissà fino a quando. Il fatto è che il mesotelioma, il cancro canaglia che dell’amianto è figliastro, si manifesta dopo una lunghissima latenza e, quando compare, chi ti ha infettato (in questo caso Stephan Schmidheiny) non è più punibile (di disastro doloso) perché nel frattempo la sua azione criminosa (che il pm non ha negato, anzi) è prescritta. Sapete qual è stata la prima associazione di parole? Marco è “prescritto”. Mauro, Maria Rosa, Renzo, Paolo, Ornella, Piero, Luciana, Gabriella, Giuseppe, Giovanni, Gigi… sono “prescritti”? Spazzati via?

La Romana, dopo la sentenza, è stata trascinata dal figlio lontano da lì, era troppo anche per lei, pur così coraggiosa e indomita. Ha solo mormorato: “A questo sono servite tutte le nostre lotte?”. E io sono qui a domandarmi: “A questo è servito tutto quello che ho scritto, scevra, lo giuro, da ogni rancore, a implorare solo una via di uscita da tanto dolore? Pagine e pagine scritte di sofferenze per aggiungerne oggi una in più, che è anche di più, è non senso.

Non ho la presunzione di dire che la sentenza è sbagliata: abbiamo sentito dire che il diritto deve prevalere sulla giustizia. Ma dove? Dentro la maestosa aula magna di Cassazione trova ragione la vittoria del diritto astratto, ma è lontanissimo dalla giustizia concreta attesa come riscatto e riconoscimento di un torto subìto che è reale, e ci brucia addosso, e ci fa paura. Il diritto di chi ha fatto del male vale di più dell’anelito di giustizia di chi l’ha subito e lo subisce? E allora si parta subito con una battaglia legislativa.

So, poi, che qualcuno ha la tentazione di evocare quell’offerta di Schmidheiny al Comune di Casale, respinta con sdegno. “Se l’avessimo presi quei soldi… ora, invece, ci si trova con un pugno di mosche…”. Beh, se l’avessimo presi quei soldi maldati, non offerti ma imposti a condizioni umilianti, oggi ci troveremmo a incassare questo nuovo dolore sotto il peso della vergogna. Invece, almeno, la collettività unita è qui sì a piangere insieme, ma non piegata. Ha la schiena dritta.

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