Le “furberie” dell’Eternit… La Stampa, 4.12.10

… per scalzare la concorrenza

SILVANA MOSSANO

TORINO

All’Eternit avevano capito come fare per contenere la polverosità al di sotto del limite di 1 fibra per centimetro cubo. Ma un esame incrociato di documenti, appunti, verbali di audizioni fa emergere che lo sforzo degli amiantiferi, negli stabilimenti italiani, con i campionamenti sulla polverosità eseguiti dal Sil che faceva capo a Ezio Bontempelli, non era motivato da convinta sensibilità ambientale.

Il dottor Stefano Silvestri, ricercatore dell’Epidemiologia Ambientale Occupazionale Istituto Studio e Prevenzione oncologica di Firenze, consulente della procura al processo Eternit di Torino, ha sì riconosciuto che, specialmente da fine Anni ’70 ai primi anni ’80, a Casale investimenti ne furono attuati, ma lo scopo primario era migliorare e incrementare il sistema produttivo. Certo che aver adottato apparecchiature più moderne ed efficienti ha avuto, come conseguenza, anche una diminuzione della polverosità, ma il sistema di prevenzione, non attuato nella sua completezza, è stato inefficace; il consulente ha fatto notare che è risultato monco in alcune parti essenziali: di formazione degli addetti non c’è traccia così come della realizzazione di una lavanderia interna per evitare che gli abiti da lavoro uscissero dalla fabbrica per essere portati a casa, con ovvia dispersione di fibre lungo il tragitto e, soprattutto, nelle abitazioni degli operai. Negligenze veniali a fronte di uno sbandierato esempio di imprenditoria illuminata e attenta ai problemi ambientali o furono messe in atto sottili furberie? Il dottor Silvestri le ha stanate.

«Nel ‘65 – riassume il consulente – esce la legge 1124 che impone alle industrie che impiegano silice e amianto di versare un sovrappremio all’Inail, destinato agli indennizzi per i lavoratori professionalmente esposti in caso di sviluppo di malattie». Alle aziende la normativa non piace per niente, cercano scappatoie e chiedono di precisare l’esposizione al rischio, descritta in modo generico. L’Inail, a sua volta, interroga il ministero sul punto e il ministero gli indica informalmente come regolarsi: visto che in Italia non c’è una norma che fissa un limite per la concentrazione delle fibre, farà pagare il sovrappremio alle aziende che non stanno al di sotto della metà del cosiddetto «Tlv», cioè il limite di soglia che all’epoca era stato stabilito negli Usa e rappresentava l’unico riferimento. Nel ‘72, il Niosh (Istituto americano di ricerca per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro) indicò in 2 fibre per centimetro cubo il limite. Di quel suggerimento informale elargito dal ministero erano certamente consci i datori di lavoro. Quindi, rimanere entro il valore di 1 fibra, pari a metà del Tlv (di 2 fibre), era indispensabile per sottrarsi al pagamento del sovrappremio. E i campionamenti del Sil, giustappunto, restarono in massima parte al di sotto di quella soglia, fatto francamente impensabile per un’azienda in cui si utilizzavano tonnellate di fibra libera.

Ma c’è un altro passaggio interessante evidenziato dal consulente. Fino all’inizio degli Anni ’80, l’Eternit, e in particolare Emilio Costa, strenuo paladino dei pregi dell’amianto, si spese non poco per rallentare, al ministero, l’adeguamento delle aziende al limite delle 2 fibre che l’Enpi, nel ‘78, aveva informalmente stabilito. A un certo punto, invece, la strategia mutò: a metà Anni ’80 è lo stesso Costa a insistere perché venga recepita la direttiva comunitaria. Il dottor Silvestri inserisce la «chiave» interpretativa e apre l’uscio alla comprensione di questo improvviso cambiamento di rotta: Eternit aveva investito in apparecchiature per migliorare la produzione che, in quanto più moderne, garantivano automaticamente anche una minore polverosità. Altre aziende non avevano fatto analoghi investimenti: che sistema migliore per Eternit di sbarazzarsi della concorrenza se non mettendola legalmente sotto scacco con una norma che la penalizzava?

Lunedì tocca agli epidemiologi; la procura ne presenta tre: Francesco Barone Adesi, che arriva dall’America, Corrado Magnani, Ferdinando Luberto.

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