Le strategie per insabbiare, La Stampa 30.11.10

PROCESSO.TORNA IL CONSULENTE AMERICANO CASTLEMAN E PARLA L’IGIENISTA INDUSTRIALE STEFANO SILVESTRI
“Il cartello internazionale dei produttori fece di tutto per celare conoscenze note dal 1898”
«Rilievi del Sil ben sotto i limiti per evitare di pagare sovrappremio asbestosi all’Inail»
La «dose» di esposizione conta: più vittime a Casale per l’Eternit e a Bari per la Fibronit

SILVANA MOSSANO
TORINO

Correva l’anno 1898 e l’oggetto di discussione dell’odierno processo Eternit – corre l’anno 2010 – era già conosciuto. In un trattato di ben più di un secolo fa, si indicano gli «effetti dannosi delle polveri inalabili», asbesto incluso. Il testo è stato citato dal dottor Stefano Silvestri, dell’Epidemiologia Ambientale Occupazionale Istituto Studio e Prevenzione oncologica di Firenze, consulente della procura, nella trentesima udienza di ieri. Centododici anni fa, nel trattato si prescriveva che «l’operaio va protetto dalla inspirazione di qualunque specie di polvere con tutti i mezzi possibili»; raccomandava di «non mischiare abiti da lavoro con quelli con cui si va a casa» per non contaminare i famigliari e di «anteporre i sistemi di aspirazione delle polveri alle protezioni individuali». Già alla fine del XIX secolo, infatti, ci si poneva il problema dell’aderenza perfetta della maschera al volto, perché se la polvere passa sotto la precauzione è inutile, ed evidenziava la difficoltà per l’operaio di indossare le mascherine (quante volte lo hanno ripetuto gli ex operai dell’Eternit: «Non si potevano tenere a lungo, perché mancava il respiro!»). Silvestri ha segnalato altri testi più «recenti»: 1908 e 1910, in cui si suggeriva l’uso di un aspiratore al posto della scopa per pulire la fabbrica, si elencavano sistemi di protezione dell’ambiente esterno perché le polveri non raggiungessero le abitazioni circostanti».

E, allora, se si erano già raggiunti questi livelli di conoscenza scientifica, com’è che se n’è saputo assai poco e fino a molti decenni dopo? La risposta l’ha data il professor Barry Castleman, consulente americano chiamato dall’avvocato Sergio Bonetti, per conto di vittime parti civili, tornato ieri al processo perché i difensori dell’imputato parevano, inizialmente, ansiosi di controesaminarlo.

Dunque: quale fu il corto circuito tra il sapere scientifico (nei campi medico e di igiene industriale) e la percezione reale del rischio? «Nel 1929 i principali produttori di 10 Paesi europei diedero vita a un cartello internazionale, per stabilire i prezzi dei prodotti e monopolizzare i mercati. Costoro cercarono di mantenere il più assoluto riserbo in merito al grave pericolo dell’amianto per la salute» per non compromettere i loro affari. Ecco spiegato il perché. Castleman ha parlato di «insabbiamento della questione amianto». Lo ha fatto, questa volta, con la traduzione eccellente da parte di un’interprete di grande valore utile a sottolineare la fama dello studioso, compromessa, alla passata udienza, da una traduzione molto approssimativa.

Ieri, in controesame, l’americano ha risposto alle domande dei pm Raffaele Guariniello e Gianfranco Colace. Ha spiegato che «nel 1950 erano già state pubblicate almeno 80 opere sul possibile sviluppo di tumori causati da inalazione di polvere di amianto». Castleman ha poi consegnato copia del regolamento che l’Osha, agenzia americana per la sicurezza sul lavoro, diramò nel 1972, con obblighi specifici, ad esempio sull’esposizione di etichette alle confezioni di amianto e ai manufatti, che avvertissero «in modo ben visibile» i rischi gravi per la salute; sull’uso di sacchi sigillati e impermeabili; sul trattamento degli sfridi e così via. E «i leader mondiali ne erano a conoscenza». Ma opposero forti resistenze e fecero di tutto per minimizzare e celare. Nel 1986, in un’audizione all’ente americano per la protezione ambiente (Epa), cui parteciparono anche i vertici dell’Eternit, i produttori chiesero di non vietare la crocidolite (amianto blu) per i tubi, fino a che non si fosse trovato un materiale sostitutivo su cui si stavano facendo sperimentazioni. Aveva ben ragione l’allora sindaco di Casale, Riccardo Coppo, a ritenere che «ci stavano prendendo in giro», visto che già alla fine degli Anni ‘70 veniva sbandierata la favola dello studio di fibre alternative all’amianto. E, in Italia, in una riunione ad Assocemento, presente Emilio Costa, il presidente di Confindustria, su pressione degli amiantiferi, insistette e ottenne dall’Enpi di rallentare l’emissione delle norme sui limiti delle polveri.

«Quindi – ha chiosato il pm Guariniello – se i produttori avessero adottato tutte le precauzioni note, ci sarebbero stati meno morti sia tra i lavoratori sia tra i cittadini?». Lapidario l’americano: «È fuori discussione». La tranciante risposta ha tolto ai difensori del belga e dello svizzero ogni velleità a procedere al controesame del consulente.

La strategia mondiale di mistificazione è stata ulteriormente rimarcata dal professor Silvestri. Tema: i monitoraggi sulla concentrazione delle polveri dentro e anche fuori degli stabilimenti. Li ha esaminati tutti: quelli del Sil, dell’Università di Pavia, del perito Occella, del perito Alberti, dell’Inail. «Qualche intervento – dice – si è fatto, perché, ad esempio a Casale, tra il 1977 e il 1985, si registra una riduzione della concentrazione in tutti i reparti» e per i campionamenti il Sil, ha riferito il consulente della procura, adottava strumenti idonei per l’epoca. Argomenti che hanno indotto la difesa a una cauta distensione. Errore, perché Silvestri aveva ben altro da dire, in particolare sul campionamento che, per essere efficace, deve potersi comparare in condizioni esattamente riproducibili. E invece? Nei monitoraggi del Sil non si annotano dati sulle macchine in funzione, sulla descrizione della situazione al momento del prelievo, sul numero di addetti presenti, sul microclima, sulle finestre aperte o chiuse e non si sa quanto è durato il campionamento; inoltre, non ci sono schede di monitoraggio in mensa o negli spogliatoi, o a seguito di incidenti o di rottura di sacchi, o di intasamento dei filtri, non ci sono indagini nei luoghi dove i manufatti venivano frantumati con la pala meccanica, durante le operazioni di pulizia, o nei turni di notte.

Altro passaggio è cruciale. Ha spiegato Silvestri: «Eternit si era autoimposta di rimanere al di sotto di 2 fibre per centimetro cubo, neppure obbligatorio all’epoca. E, come risulta dai report dei campionamenti, quasi sempre rimane addirittura al di sotto di 1 fibra». Frutto di una grande sensibilità? Certamente: la sensibilità al profitto. Infatti, rimanendo sotto quella soglia, la legge consentiva di evitare il versamento all’Inail del cosiddetto «sovrappremio asbestosi», con cui l’Istituto paga gli indennizzi ai lavoratori colpiti da patologie da amianto: dal ‘76 all’81 l’esborso di Eternit passò – traducendolo nella moneta attuale – da 216 mila a 46 mila euro. E l’Inail, che confermò la riduzione della polverosità eseguendo propri campionamenti anche questi deficitari, non fece certo un bell’affare, perché i soldi per chi si è ammalato ha dovuto e deve tirarli fuori.

«L’Eternit – ha concluso Silvestri – ha presentato una situazione ambientale non veritiera. C’era molto più inquinamento di quello dichiarato: i Registri dei tumori ne sono la conferma, perché la patologia è strettamente legata al rapporto dose effetto. Infatti, l’esposizione a manufatti di amianto è stata democratica in tutta Italia (con coperture, tubazioni, freni, coibentazioni e altro), ma in certe zone, quelle appunto dove si è lavorato in modo massiccio, ci sono molte più vittime, tra ex lavoratori e semplici cittadini». Quali zone? ha domandato Guariniello. «La Casale dell’Eternit e la Bari della Fibronit».

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