Non basta sapere che sapevano, La Stampa 28.11.10

SILVANA MOSSANO

TORINO

Più del sapere che sapevano, fa rabbia apprendere che, sapendo, imbrogliavano. Il professor Francesco Carnevale, consulente della procura di Torino al processo Eternit, ha confermato con pacata determinazione quel che aveva già detto nella sua prima audizione: «Ribadisco che, sui rischi dell’amianto, nel 1960 si sapeva già tutto». E tutti gli amiantiferi lo sapevano, perché, come ha spiegato poi il professor Barry Castleman, documenti alla mano (contenuti in un tomo di 900 pagine circa, consegnato al presidente del Tribunale Giuseppe Casalbore), i produttori erano sì in concorrenza economica tra loro, ma, per contrastare le tesi sulla pericolosità dell’amianto, adottarono un’unica strategia. Castleman non l’ha chiamata «complotto» perché il vocabolo va di moda in Italia, mentre lui, che è americano, ha parlato di propaganda. Nonostante la traduzione lasciasse a desiderare, bene si è compreso quando ha raccontato dei due medici statunitensi che avevano pubblicato su un’autorevole rivista scientifica i risultati di uno studio da cui emergeva la relazione amianto-mesotelioma. Gli stessi scienziati, però, in un numero successivo pubblicarono considerazioni diverse. Si seppe dopo che un avvocato di John Manville, patron della Johns Manville Corporation, colosso americano dell’amianto, aveva fatto pressioni affinché i due medici modificassero l’esito dei loro studi. E John Manville conosceva bene gli Schmidheiny, tanto che sono documentate frequentazioni casa-casa.

Nascondimenti. Imbrogli. Ma basta questo per un riconoscimento penale di responsabilità? Ci sono due piani diversi di giudizio. Sul piano etico sapere che Louis de Cartier e Stephan Schmidheiny continuarono a lavorare e produrre manufatti di amianto pur conoscendone i rischi e la capacità di sviluppare non soltanto l’asbestosi, ma pure il mesotelioma anche a basse esposizioni, li rende moralmente colpevoli. Ma questo al tribunale non basta.

In ambito processuale, il percorso è un po’ più complicato. Perché, di fatto, l’amianto in Italia non fu vietato fino al 1992. E, quindi, sotto questo profilo non erano fuorilegge. Allora, al processo si tratta di dimostrare che gli imputati sapevano che faceva male e tuttavia lo usavano senza adottare le precauzioni, le apparecchiature e le protezioni (personali e ambientali) che le conoscenze e le leggi prevedevano. Ecco perché si insiste molto, prima con i testimoni, ora con i consulenti, sull’impiego delle mascherine, sull’obbligatorietà a utilizzarle e sul modello efficace sia a trattenere le fibre sia a essere indossate senza togliere il respiro. Ecco perché si cerca di puntualizzare l’aspetto della divisa da lavoro, se e dove ci si cambiava, chi la lavava. Ecco perché si insiste sulla reale consistenza ed efficacia degli investimenti fatti dalla proprietà per contenere l’inquinamento ambientale dentro e fuori la fabbrica (che funzione avevano, ad esempio, i cosiddetti «ventoloni»?). Ecco perché si vuole sapere se quegli investimenti, scritti nelle carte dei bilanci, furono poi trasformati concretamente in apparecchiature idonee ad abbattere le fibre con l’obbiettivo del rischio zero (cui, per il professor Luigi Mara, si doveva tendere, non secondo i difensori degli imputati). Ecco perché si pretende una descrizione precisa di come e quando avvenivano i campionamenti: bastava farli due volte all’anno? Aveva senso preavvertire, in modo che fosse predisposta una preventiva pulizia? Che valore hanno le analisi fatte sul pulito?

Sono gli aspetti da far emergere, perché sono queste le contestazioni mosse dal pm Raffaele Guariniello che ha aggiunto, alla imputazione iniziale di disastro doloso, anche la qualificazione «permanente»: ovvero nessuno dei due imputati – e più amministratori pubblici, da Nord a Sud, lo hanno riferito senza tentennamenti -, anche dopo la chiusura della fabbrica, si è mai fatto vivo per offrire risorse finalizzate alla bonifica dei siti produttivi e delle città (specialmente Casale), dove in lungo e in largo l’amianto si è sparso negli andirivieni dei camion scoperti, nella distribuzione disinvolta di scarti e polverino, nello smaltimento di rifiuti e reflui. Già sembra di sentirlo l’alibi: dopo il fallimento dell’86, la responsabilità era tutta del curatore. Storiella obsoleta alla Ponzio Pilato!

Carica d’attesa l’udienza di domani, cui sarà presente una troupe di Rai3 che, con l’inviato Santo Della Volpe, registrerà un servizio in onda martedì alle 12,30. Per il controesame di Castleman, considerato tra i maggiori esperti al mondo di amianto, il tribunale ha chiamato questa volta una interprete professionista, con curriculum di alto livello. Poi toccherà a un altro consulente della procura: l’igienista industriale Stefano Silvestri.

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