“Rovinato” da una pessima traduzione, La Stampa 23.11.10

SILVANA MOSSANO
TORINO
Sara’ pure uno dei maggiori esperti al mondo di amianto, ma alle 200 e piu’ persone – tra magistrati, avvocati, cittadini e studenti dei licei casalesi Sociale e Sociopsicopedagogico del Lanza – presenti ieri al processo ETERNIT a Torino e’ risultato assai difficile percepire il valore del consulente americano Barry Castleman, incaricato da alcune parti civili. Lo studioso ha lavorato per l’agenzia governativa americana che si occupa di prevenzione all’inquinamento ed e’ stato chiamato a esprimere pareri in circa 400 processi nel suo Paese. Ma le grosse aspettative nei suoi confronti, lievitate nelle ultime settimane, ieri si sono schiantate contro la barriera della lingua straniera: la traduzione scolastica e frammentata, affidata a un interprete scelto dal tribunale, ma forse non preparato a un contesto cosi’ specifico e delicato come il processo ETERNIT, ha vanificato la portata delle argomentazioni, incanalandole talora sui binari del ridicolo («letteratura dei dottori» anziche’ letteratura medica, o «giornale enorme» per autorevole rivista scientifica, «spedizionieri» anziche’ sindacalisti). E, tuttavia, dribblando tra traduzioni stentate si e’ riusciti a cogliere, in risposta alle domande del legale di parte civile Sergio Bonetto e alle puntualizzazioni del presidente Casalbore, alcuni aspetti importanti nella causa per disastro doloso permanente di cui rispondono Stephan Schmidheiny e Louis de Cartier. Punto primo: da quando i produttori di amianto erano consapevoli che la fibra fa male? Castleman: «Nel ’29 sono documentati, in Usa, risarcimenti per l’asbestosi: se si paga un indennizzo per un danno – e’ il ragionamento del consulente – e’ perche’ si e’ consci del danno stesso». Punto secondo: «Da quando i produttori furono coscienti che l’amianto causava anche il cancro e, in particolare, il mesotelioma? ». Risposta: «Dagli Anni ’30. Nel 1939, in Germania si pagavano indennizzi ai lavoratori che, a causa dell’amianto, avevano contratto il tumore al polmone. E, nel ’43, le riviste scientifiche riconobbero il mesotelioma come cancro causato dall’amianto». Negli Anni ’60, poi, c’e’ la divulgazione degli studi di Irving Selikoff che collega il mesotelioma anche a chi non maneggiava la fibra (sia famigliari di operai sia chi abitava nei dintorni dei siti produttivi). Una divulgazione che si tento’ in ogni modo di tacitare, ha ribadito Castleman, con una propaganda massiccia a favore dell’amianto. Ha citato uno studio del ’34, pubblicato su una rivista americana, in cui due medici stabilivano il collegamento tra amianto e cancro; in una successiva edizione, la tesi fu corretta e mutilata di quel riferimento per intervento di John Manville, uno dei maggiori produttori statunitensi: ci sono documenti che consentono di fare il raffronto tra la prima e la seconda stesura dell’articolo, ha precisato Castleman. Ma, a suo parere, la consapevolezza dei produttori circa i pericoli, anche mortali, trova ulteriori conferme. Intanto, in America si da’ per scontato che un industriale conosca le caratteristiche e i rischi dei suoi prodotti, e se li tace e’ condannato a pagare risarcimenti a chi si ammala; per tutelarsi, quindi, gli amiantiferi avevano deciso di apporre sui sacchi di amianto e ai manufatti delle etichette con sopra indicato che «questo prodotto, a lungo termine, forse puo’ fare male». Pur con questa formula blanda, in Europa l’etichetta fu fortemente osteggiata, secondo Castleman in primis dagli svizzeri che preferivano «non svegliare il can che dorme» benche’ sapessero che, Oltreoceano, si andavano moltiplicando le cause legali contro la Johns Manville Corporation con richieste di risarcimenti per l’incremento di casi di mesotelioma. E se gli svizzeri, dei processi americani, avessero solo percepito una lontana eco? Macche’, ha replicato Castleman, John Manville e Max Schmidheiny (padre di Stephan) si conoscevano e si incontrarono nella stessa casa dello svizzero (oggi del figlio Stephan). Ogni argomentazione, ha detto l’americano, e’ provata da documenti contenuti in un tomo di 867 pagine che i difensori si sono impegnati a leggere in 7 giorni per controesaminare Castleman il 29. Per il controesame e’ tornato, ieri, il consulente della procura Francesco Carnevale, ma, a parte qualche puntualizzazione richiesta dai legali delle societa’ responsabili civili, la difesa non ha ritenuto di interrogarlo: la sua relazione era gia’ stata chiarissima, a stuzzicarlo con istanze di precisazioni si sarebbe rischiato di fargli ribadire argomenti ulteriormente compromettenti per gli imputati. Carnevale ha rimarcato la «teoria del grilletto»: e’, si’, una sola fibra a causare il mesotelioma, ma a fronte di una congrua esposizione; e questo spiega perche’, nei luoghi circostanti i siti produttivi, c’e’ una percentuale elevata di mesotelioma che, invece, non si riscontra in altre citta’ dove pure i manufatti furono impiegati per tetti e tubature. Quanto alle fibre ultrafini (richiamate dall’avvocato Laura Mara), considerate in uno studio del professor Gerolamo Chiappino le vere responsabili del mesotelioma e delle quali nessun accorgimento potrebbe impedire l’inalazione, Carnevale ha precisato che la tesi, da lui non condivisa, fu pubblicata solo sulla rivista diretta da Chiappino e da nessun’altra. Infine, Carnevale ha ribadito con convinzione che «nel ’60 sui rischi dell’amianto si sapeva gia’ tutto».

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