“Schmidheiny ridusse i rischi”, La Stampa 16.11.10

PROCESSO ETERNIT. INGEGNERE DEL POLITECNICO CONSULENTE DELL’IMPUTATO ELVETICO
“Schmidheiny fece investimenti efficaci per migliorare sicurezza e salubrità”. Ma le sue conclusioni lasciano perplessita’ nel pm, nel presidente e nelle parti civili
SILVANA MOSSANO
TORINO
L’obbiettivo di Stephan Schmidheiny si delinea in modo via via piu’ nitido: dimostrare che, da quando afferro’ le redini di ETERNIT in Italia, fece tali e tanti investimenti per migliorare le condizioni di sicurezza e salubrita’ negli stabilimenti da non sentirsi responsabile di malattie e morti causate dall’amianto. Quella polvere non era colpa sua. Caso mai e in gran parte (lo ha detto il suo consulente professor Gaetano Cecchetti lunedi’ scorso) era dei cementifici circostanti. Se, poi, l’ETERNIT c’entrava qualcosa, questo riguardava il periodo precedente l’ingresso svizzero. Quello del coimputato Louis de Cartier, dunque. Le argomentazioni dei consulenti di Schmidheiny, insomma, mirano a delineare una demarcazione netta tra la gestione belga, prima, e quella elvetica, dal 73 in poi. La relazione dell’ingegner Giuseppe NANO, ieri, alla ventottesima udienza del processo di Torino, ha segnato un ulteriore avanzamento nel percorso di diversificazione tra i due imputati. Il consulente di Schmidheiny, preparato docente universitario di tecniche di sicurezza al Politecnico di Milano, e’ stato determinato. Gli investimenti per il miglioramento della sicurezza furono fatti? «Si’» afferma. La fonte delle sue valutazioni sono i report aziendali in cui erano indicati progetti e successive fatturazioni per gli interventi, anche se ammette di non aver avuto a disposizione tutti i report. Non e’ in grado di dire quanti soldi furono spesi e se effettivamente furono impiegati allo scopo indicato sulla carta, come gli ha domandato il pm Gianfranco Colace, perche’, si giustifica, e’ materia che compete a chi esamina i bilanci (per inciso, chi ha analizzato i bilanci per conto dell’ETERNIT aveva affermato che la propria competenza non andava oltre l’esame dei numeri, senza poter dire a quali voci tecniche potevano essere abbinate le cifre). Ma il consulente NANO e’ convinto che quando un’azienda fa investimenti di miglioramento degli impianti ai fini produttivi, gia’ ottiene automaticamente anche un miglioramento ambientale. Cio’ che conta e che e’ stato fatto, riferisce, sono gli interventi di aspirazione localizzati, specifici per le singole postazioni. «E il ricambio generale dell’aria nello stabilimento?» si informa l’avvocato di parte civile Sergio Bonetto. «Conta, ai fini del rischio, la situazione localizzata» replica il consulente. «Volume dell’ambiente e portata del sistema di aspirazione non sono stati considerati?» incalza l’avvocato Laura Mara, anche lei di parte civile. «E’ la ventilazione localizzata che conta; quella generale e’ sussidiaria». L’avvocato Mara non e’ soddisfatta: «Ma ci sono molti spazi temporali vuoti, intere annate di report mancanti». Secondo NANO, i valori medi che e’ riuscito a evidenziare nel suo approfondito studio sono sufficienti. Bonetto prova a insistere: «Ma se sono stati fatti tutti questi investimenti, le molteplici richieste di miglioramento avanzate verbalmente e per iscritto dai lavoratori erano assennate o prive di fondamento?». Il consulente ammette che erano «legittime», ma non hanno incidenza sulla sua fotografia tecnica. L’ingegner NANO, per dare prova all’efficacia degli investimenti fatti dallo svizzero, ha esaminato i dati dei campionamenti ambientali reperiti in perizie ufficiali (Universita’ di Pavia, Salvini e Occella, con maggiore attenzione a quest’ultima da lui ritenuta la piu’ completa) e ha concluso che, a suo parere, le indicazioni di investimenti citate sui report corrispondono, dal 73 in avanti, a una diminuzione delle fibre rilevate. Per NANO, dunque, dall’ingresso degli svizzeri i termini dell’equazione sono questi: piu’ investimenti rispetto alla gestione precedente; interventi efficaci secondo la verifica sui campionamenti e rispettosi delle vigenti «norme di buona tecnica». Risultato: «L’esposizione al rischio e’ molto bassa da quando sono arrivati gli svizzeri». «Ma il rischio di che cosa?» domanda il presidente del tribunale Giuseppe Casalbore. «Non so rispondere sul significato del rischio dal punto di vista medico» dice il consulente. Il presidente incalza: «Lei parla in questo processo, non puo’ essere astratto». Prova a cambiare le parole: «Tutti i valori di concentrazione da lei citati come necessari per valutare l’indice di rischio sono finalizzati a tutelare la salute?». Prevale la forma mentis dell’ingegnere: «Hanno un valore statistico matematico». Casalbore non molla: «Insomma, l’efficacia di cui lei parla e’ statistica o sostanziale?». «Numerica» e’ l’inossidabile risposta del consulente. Ma, scendendo a un livello meno tecnico, se tutto e’ stato fatto per bene com’e’ che si moriva e si muore? Lo svizzero, tramite i suoi consulenti, se ne tira fuori. Lunedi’ tornera’, per la procura, il professor Francesco Carnevale e, per le parti civili, arrivera’ dall’America il professor Barry Castleman. Intanto ieri e’ stato anche ascoltato un altro consulente della procura, Roberto Martina, funzionario dell’Inail: ha riassunto i costi sostenuti dall’Istituto (e solo con decorrenza dal 1988, quando i dati sono stati informatizzati) per pagare le rendite dirette, cioe’ le «pensioni» a chi ha contratto malattie professionali legate all’amianto: 224 milioni 623.842 euro (di cui 158.373.118 euro per 1536 casalesi). Dalla cifra sono esclusi gli esborsi per le cure termali, le rendite di passaggio e le prestazioni ambulatoriali; inoltre non sono conteggiati ne’ gli interessi ne’ le previsioni per il futuro (ovvero per quanto tempo chi percepisce la pensione ancora continuera’ a prenderla).

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