“La polvere? Dai cementifici”, La Stampa 9.11.10

IL PROCESSO DI TORINO. IL CONSULENTE HA PARLATO PER CINQUE ORE A SOSTEGNO DELL’OPERATO DI SCHMIDHEINY

Secondo il professore di rado si sforavano i limiti. Gli operai: «Ma ci ha mai lavorato lui?»

 Gaetano Cecchetti esclude  che a metà degli Anni ‘80 si potessero usare fibre alternative

 SILVANA MOSSANO

TORINO

La «rivelazione» è arrivata alla 27ª udienza: «La polvere bianca che inquinava il territorio di Casale non era dovuta all’attività produttiva dell’Eternit, ma ai cementifici». La «puvri» tanto temuta dai casalesi è colpa dei cementifici, dunque, secondo il professor Gaetano Cecchetti, consulente per conto dell’imputato Stephan Schmidheiny. Per 5 ore ha spiegato che, da quando è cominciata la gestione del gruppo svizzero, c’è stata una rivoluzione nel rapporto tra uso d’amianto e salute. Puntualizzazione da cui si intuisce che le linee difensive degli imputati (lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis de Cartier) imboccano due percorsi diversi. Insomma, ognuno tira a salvarsi come può.

Il consulente di ieri, già docente universitario a Urbino e alla Cattolica di Roma, autore di studi e componente di commissioni tecnico scientifiche, ha tentato di allontanare il mirino dal magnate svizzero girandolo verso i cementifici. Ha indicato i nomi: Fibronit, Bargero, Rossi poi Buzzi, Gabba&Miglietta e, a Morano, Buzzi Unicem e ha attribuito alla loro polvere l’appellativo dato a Casale di «città bianca». Ha instillato anche un dubbio: «Nel cemento può essere contenuta una certa quantità di cromo esavalente, cancerogeno per l’uomo (a domanda del presidente del tribunale Casalbore non ha però saputo dire se anche nei cementifici citati si attuava questa lavorazione, ndr)». In ogni caso, come rilevato il pm Gianfranco Colace, il processo per disastro ambientale che si svolge a Torino riguarda malati e morti di asbestosi e mesotelioma, la cui insorgenza – salvo nuove rivelazioni – è riconducibile all’amianto.

Torniamo al tema, dunque. Il professor Cecchetti ha citato le iniziative adottate dopo il convegno di Neuss del ‘74. L’esperto ha parlato di «importanti investimenti per migliorare efficienza e sicurezza degli impianti (su come siano stati spesi i soldi, ha passato la palla al prossimo consulente, ndr)» elencando le direttive impartite dal professor Robock. Il consulente ha raccontato di amianto compatto che non produceva polvere o, se sfuso, scaricato in presenza di aspiratori; di acqua depurata prima di essere scaricata (domanda: e, allora, come si è formato il crostone sul Po?); di impianti di aspirazione in diverse fasi di lavorazione. Una fabbrica praticamente perfetta. Nel progetto teorico di Robock, forse. Se poi c’era della polvere, il professor Cecchetti ha rassicurato: «Quella depositata non è dannosa alla salute, purché non sia smossa». Ha domandato incuriosito l’avvocato Bonetto: «Può citare fonti in letteratura a sostegno di questa tesi?». Risposta del consulente: «Ora non so, ma sono certo che ci sono».

Gli scarti venivano in parte reimmessi nel ciclo produttivo passando nel mulino Hazimag, dopo una preventiva opera di prefrantumazione. All’ex Piemontese? Sì. Protetta? «In linea di massima sì». Brusio di fondo. La parte di scarto che rientrava nel ciclo produttivo non superava, secondo Cecchetti, il 3%. Ma il pm ha fatto notare che risulta un impiego fino al 20%.

Il fiore all’occhiello partorito da Neuss è stato però il Sil, coordinato da Ezio Bontempelli, incaricato di fare rilievi delle fibre di amianto. Rilievi «preannunciati»? Certo, cosa buona e giusta, secondo il consulente, perché «bisogna essere sicuri che gli impianti siano in funzione». Meno convinto, al riguardo, il presidente Casalbore. Sulle modalità dei rilievi, che secondo il professore erano le migliori all’epoca, insistono in molti. Quanto duravano? «Da 2 a 4 ore». Il pm: «Ci risulta da 20 a 40 minuti». Il consulente ammette che forse è un po’ poco. Si facevano di notte? incalza l’avvocato Mara. «No». E in mensa o nell’ambulatorio medico? «Non mi risulta». E i ventilatori senza filtri? Non c’entravano i filtri, ha spiegato il professore, perché «i ventilatori non servivano a trasferire fuori l’aria polverosa, ma, al contrario, per portare aria da fuori all’interno». Ristoro per gli operai. Sulle mascherine ha insistito: «Modello P3, quello ancora oggi usato per chi fa interventi di bonifica». Ma a tenerle sempre era impossibile! «Infatti – ha precisato il professore -: si dovevano indossare solo quanto si superavano i limiti di fibra». E come facevano a saperlo i lavoratori? «Per esempio quando si intasavano i filtri», cosa che, secondo Cecchetto, era comunque rara visto che i «filtri erano autopulenti». E gli operai dal fondo: «Ma c’è mai stato lui a lavorare all’Eternit?».

Comunque, insiste l’esperto, i risultati del Sil erano in linea con quelli di organismi esterni: ad esempio la Medicina legale dell’università di Pavia e il perito Occella, entrambi consultati dalla magistratura casalese (si è scordato di citare Michele Salvini che la contava diversa).

Il consulente non ha trascurato di riferire delle fibre alternative per concludere che «a metà degli anni ‘80 non c’erano ancora materiali in grado di sostituire l’amianto nelle sue applicazioni». E il programma «NT», nuove tecnologie? «Risale all’83-84». No, ha replicato il pm, a metà anni ‘70.

E i rilievi fuori dalla fabbrica? Cecchetti ne ricorda uno dell’85 cui lui aveva partecipato. Esito? «L’aria di Casale non era più inquinata che a Roma». Eh già, perché c’erano i feròdi dei freni che rilasciavano amianto ovunque…

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