“Nel cemento c’è il cromo esavalente, cancerogeno” Stampa Web, 8.11.10

Eternit, il consulente della difesa:
“La strage causata dai cementifici”

ALBERTO GAINO

TORINO

La lista dei 2969 morti o malati d’amianto targato Eternit, concentrati in particolar modo a Casale Monferrato fra i dipendenti della multinazionale e i residenti in quel territorio, secondo la versione di Gaetano Cecchetti è da attribuirsi al cromo esavalente, cancerogeno, contenuto nelle polveri scaricate dai cementifici nell’area. Il professore di chimica industriale in pensione e consulente della difesa di Stephan Schmidheiny non lo dice espressamente. Fa di peggio. Deposita nel microfono dell’aula di udienza una sequenza di affermazioni che approdano alla clamorosa conclusione.

Sentite: «Casale Monferrato è conosciuta tradizionalmente come la città bianca, a causa delle polvere». Ha avuto per decenni anche una spiaggia bianca, quasi caraibica, sulla riva del Po: erano i depositi degli scarti di amianto. Il professore ignora. E non può che essere così: è stato testimone del funzionamento degli impianti di depurazione delle acque reflue Eternit, là come a Bagnoli, Napoli. Ma proseguiamo con le sue rivelazioni: «Nell’area di Casale erano in attività in quegli anni 5 cementifici». Segue l’elenco.

Si arriva al dunque: «La polvere bianca che inquinava il territorio di Casale non era dovuta all’attività produttiva dell’Eternit». All’ultimo, gli vien di aggiungere un timido «se non in minima parte». E poi il tocco che a quel punto si annuncia inevitabile: «Era dovuta ai cementifici». I morti, a migliaia, non vanno nemmeno evocati alla lontana. Stonerebbero, e assai, in questo mondo Eternit perfetto che Cecchetti si affanna per oltre 6 ore a imbozzolare nella sua consulenza, di parte. Ma, visto che è sceso per forza di cose nel concreto, qualcosa di mortale deve pur inserire nel suo «ragionamento». Eccolo qua: «Nel cemento è contenuto il cromo esavalente, cancerogeno per l’uomo».

Il presidente Giuseppe Casalbore si inalbera: «Vorrei che giustificasse le affermazioni che fa. Ha indicato le aziende impegnate in quella produzione: in base a quali analisi giunge a queste conclusioni e le tira in ballo». Ineffabile, il docente in aquiescenza risponde in questo modo: «Risulta dai manuali di chimica industriale».

A questo punto lo si può sospettare in difficoltà. Macché! Il consulente di parte passa all’aria di Bagnoli dove a suo dire il disastro ambientale dovrebbe essere attribuito a più «siti industriali». Li elenca con meticolosità: «Intorno allo stabilimento Eternit c’erano un cementificio di medie dimensioni, della Cementir; la Montedison e un centro siderurgico Ilva nel corso della cui bonifica – io sono stato direttore dei lavori – si sta rimuovendo amianto friabile. Sottolineo che non è dovuto all’Eternit».

Vorrebbe praticamente sorvolare sulle centinaia di tonnellate di sfridi di amianto sotterrate sotto i capannoni Eternit, e non d’altre aziende. Non si può proprio. E allora ne parla liquidando l’argomento in maniera rassicurante: «Sotto terra non costituiscono pericolo». Come la polvere, se immobile sui pavimenti.

Il meglio del suo repertorio di consulente di parte il professore lo estrae dalla «valutazione» delle analisi del Sil, il servizio di igiene ambientale che monitorava l’inquinamento all’interno degli stabilimenti Eternit per conto della multinazionale: ogni sei mesi, con controlli rigidamente programmati. Qui concede «qualche sforamento dei parametri». Casi eccezionali, occasionali. La regola e soprattutto la media dei valori riscontrati era sotto la linea Maginot delle «2 fibre per litro». «Individuata a Neuss dal professor Robock, per conto della gestione svizzera dell’Eternit, come la soglia compatibile con la salute dei lavoratori».

Non gli basta: «La politica dell’Eternit era di prevenire le malattie. Il convegno di Neuss pubblicizza il problema dell’amianto e in quella sede ci si rende conto che non si può lavorare il cemento-amianto senza affrontare il tema dei limiti di concentrazione di fibre aerodisperse nell’ambiente. La soglia delle 2 fibre per litro, là adottata, era di gran lunga inferiore alla normativa italiana». Richiesto poi di precisare, dirà: «Mi riferivo ai contratti collettivi di lavoro».

L’Eternit prima del 1973, a gestione belga, è secondo Cecchetti tutt’altra realtà rispetto al «dopo» segnato dagli investimenti voluti da Schmidheiny, con cappe di captazione delle polveri su tramogge, tagliatrici, praticamente su qualsiasi macchina. I numerosi testimoni ascoltati udienze fa avevano parlato di ambienti di lavoro irrespirabili. Ma va là: anche lo stoccaggio dell’amianto avveniva in sicurezza, secondo Cecchetti. Con un tentennamento finale: «In linea di massima». Il bulldozer che nel piazzale accanto frantumava gli scarti di lavorazione: dettaglio.

Pure lui ha slide da sfoggiare, e diapositive a iosa, di macchinari protetti, protettissimi da sistemi di «cattura» delle polveri di amianto. Tranne in una, non vi compare anima viva. Tranne in una, tutte quelle macchine sembrano nuove di zecca. Suggeriscono il cattivo pensiero che siano immagini tratte da dépliant.

Il pm Gianfranco Colace un po’ lo insinua («Per quel che ne sappiamo potrebbero essere state fatte in Australia» ironizza). Poi chiede al consulente di rivelare dove, quando e da chi siano state scattate. Cecchetti si era già espresso con i giudici: «Intorno agli anni 80, a Casale». Ci infila anche un «non ricordo». E finalmente si decide: «Provengono dal mio archivio personale. Sono stato consulente in altri processi: mi furono date per questo scopo». Dall’Eternit naturalmente.

Il mondo perfetto di mister Schmidheiny riappare un po’ meno perfetto, malgrado gli sforzi del suo consulente. Cecchetti scende dalla pedana e tutti si alzano. Anche nella maxi-aula accanto a quella dell’udienza. Là si erano radunati silenziosi e immobili come pietre i vecchietti dell’Eternit di Casale. Uno di loro, andandosene, sbotta in dialetto la sua fulminante verità: «Lü l’ha nen travaja al’Eternit».

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