Eternit Giustizia sfila a Viareggio

L’associazione “Voci della memoria” di Casale, con le bandiere tricolore “Eternit Giustizia” sfila a Viareggio nell’anniversario del tragico incidente ferroviario. La cronaca nel racconto di Pamela e Diego

Martedì (29 giugno 2010, ndr) a Viareggio si commemoravano le trentadue vittime dell’incidente ferroviario che un anno prima aveva trasformato il deragliamento di un treno in una bomba di fuoco che aveva spazzato via decine di case e le vite delle persone che vi abitavano.

Il comitato “29 giugno”, costituitosi per chiedere giustizia per le vittime della strage, è formato da persone sensibili e determinate che hanno ben presente il significato delle parole “ferita aperta” quando si parla del tessuto sociale della propria città e forse è proprio per questo che, alla prima udienza del Processo Eternit, una delegazione del comitato era presente a portare il proprio messaggio di solidarietà verso la battaglia che da anni combattiamo a Casale.

Uno stretto giro di telefonate per organizzare la trasferta e alle 18 di martedì, l’Associazione Culturale “Voci della Memoria” era in partenza per la Versilia portandosi dietro il proprio bagaglio di sensibilità, di contatti tra realtà differenti ma simili e le immancabili bandiere Eternit:Giustizia!

Questo il racconto di come Pamela e Diego hanno vissuto Viareggio nel suo personale giorno della memoria.

“Nelle prime ombre della sera siamo entrati in città sul lungomare. Abbiamo raggiunto la stazione e, lasciata la macchina, siamo andati incontro al corteo. Il centro era silenzioso e appesi ad alcune finestre c’erano dei tricolori listati a lutto. Su altre finestre si scorgevano delle candele accese.

Abbiamo preso le bandiere e abbiamo raggiunto il corteo all’inizio della passeggiata del lungo mare. Ci siamo mischiati ai tanti che camminavano con le fiaccole accese in un leggero brusio. Qualcuno ci ha chiesto di mostrargli le bandiere e le ha fotografate mentre la gente, che prima era sparpagliata in piccoli gruppi, si era messa ai lati della strada e man mano che procedevamo sul tragitto, nuova gente si univa al corteo. Quando siamo arrivati davanti alla palazzina della stazione ferroviaria, la gente aveva lo sguardo di chi fissa con dignità assoluta gli occhi di qualcuno che l’ha appena colpito con uno schiaffo.

Abbiamo oltrepassato la stazione lasciandoci il muretto di cinta sulla sinistra. Sembrava quasi che il tempo stesse per fermarsi ma un secondo dopo è arrivato alto e potente il fischio di un treno in corsa che sfrecciava di fianco a noi. Ci ha dato i brividi: sembrava il rumore di unghie su una lavagna.

Il treno ha fischiato ancora, diverse volte e a lungo fino a quando non è uscito dalla città.

Subito dopo il corteo ha sfilato davanti alla sede locale della Croce Verde. Lungo il bordo di una striscia di prato brillavano trentadue candele numerate e al centro una lastra di marmo bianco portava scritto l’impegno di quei volontari a non dimenticare la tragedia. Quando siamo arrivati ai piedi del cavalcavia che passa sopra ai binari credevamo di esserci resi conto della folla che c’era tra noi e la testa del corteo, ma è quando abbiamo raggiunto la cima del cavalcavia, dove non riuscivamo a vedere la fine del corteo, che abbiamo visto coi nostri occhi la straordinaria partecipazione.

Ci siamo diretti verso una piccola costruzione in legno, “La casina dei ricordi”, intitolata a una coppia di motociclisti, Pulce e Scarburato, che è stata costruita e viene custodita dai loro amici biker, gente dura dal cuore d’oro che ha raccolto dai resti delle case i giocattoli rimasti senza bambini che li usassero, le sciarpe da stadio rimaste senza qualcuno che le indossasse, gli oggetti comuni a cui erano stati strappati i loro proprietari e li ha radunati il un piccolo museo insieme ai disegni fatti nelle scuole, ai pensieri degli amici per gli amici che non ci sono più e alle petizioni per ottenere giustizia.

Noi, con le nostre bandiere che chiedono giustizia sulle spalle guardavamo quegli oggetti e li sentivamo invocare la stessa giustizia. La ferita di Viareggio è giovane, è passato solo un anno dalla notte in cui un treno è deragliato. Le nostre bandiere invece parlano di una ferita più antica e del tributo in vite che abbiamo pagato e stiamo ancora pagando al killer silenzioso, all’amianto.

Eravamo lì, lontani da casa, con le nostre bandire, per testimoniare la solidarietà dell’Associazione Famigliari Vittime Amianto e dell’Associazione “Voci della Memoria”, per dire a Viareggio che non esistono cento giustizie, una per ogni tragedia, ma ne esiste una sola che rende uguali tutti quelli che la chiedono.

Siamo usciti tra la gente e abbiamo aspettato.

Alle 23:48 le sirene e i lampeggianti delle ambulanze e dei mezzi dei Vigili del Fuoco hanno squarciato il silenzio. Un treno è sfilato alzando il suo fischio acuto. Una campana ha scandito trentadue rintocchi. E’ passato un altro treno tra gli applausi della gente. Poi le sirene si sono spente e nella notte rischiarata dalle luci blu intermittenti dei mezzi di soccorso il silenzio è ridiventato il padrone della piazza, un silenzio che non dovrà mai soffocare la Memoria per ciò che è stato e mai più dovrà essere.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *