Open day in fabbrica (9.6.10 La Stampa)

Ultima beffa dell’Eternit. Il dirigente: “Pericolo? Bastava non rompere i sacchi”

SILVANA MOSSANO
TORINO
I lavoratori e i sindacalisti che fino a ora hanno testimoniano al processo Eternit hanno poca memoria o hanno mentito? C’è da domandarselo visto che niente meno che il direttore amministrativo del personale ha dichiarato, contrariamente a loro, che «tutti i controlli possibili e immaginabili negli stabilimenti venivano fatti dal Sil», l’organismo che faceva capo a Ezio Bontempelli, preposto a garantire la salubrità nei limiti di legge. «Bontempelli diceva che le lavorazioni erano ben controllate» ha dichiarato il capo del personale Fabrizio Longone, pronto a metterci la mano sul fuoco, anche se ammette di ricordare che i sindacalisti a Casale sollevavano molte questioni sull’ambiente (prova ne è il malloppo di istanze presentate a suo tempo e acquisite dalla procura).

D’altronde lo stabilimento di Casale era vetusto, mentre in quello di Rubiera «c’era meno amianto che su una statale perché, in strada, i ferodi dei freni delle auto disperdevano ben più fibre». A Rubiera manco un po’ di polvere, perché i macchinari erano nuovi: si infilava il sacco di amianto chiuso e usciva il pezzo finito. Magico. Anche a Casale, ha detto, negli ultimi anni erano state installate linee più sicure. E se il sacco di carta si rompeva nello spostamento? «Non bisognava romperlo». Ovvio. Ma può capitare, i sacchi si manovrano rudemente. Non Longone: lui ha detto che lo farebbe «con delicatezza». Per dirla nella lingua ufficiale usata da Eternit, il francese, «doucement». Che ci fosse la direttiva: «depositare i sacchi dolcemente»? Longone ha detto che, «oltre ai controlli continui (gli è sfuggito, però, che si frantumavano a cielo aperto i pezzi guasti per reimmetterli in produzione nel mulino, ndr) «si facevano eccome le campagne di informazione sulla salute agli operai». Per esempio, dovevano usare le mascherine «quando tagliavano a mano i pezzi, unico momento in cui si disperdeva la fibra», mentre nella lavorazione, «mescolando cemento e amianto, la fibra rimaneva imprigionata e non c’era pericolo». Ne è convinto. E il mesotelioma? «Ne ho sentito parlare dopo qualche anno che ero in Eternit». Non ha domandato da quanto si sapeva fosse cancerogeno? «No». E neppure rammenta documenti con cui si informavano i lavoratori del rischio mesotelioma. Sapeva così così dei malati di asbestosi, quando l’Inail mandava gli elenchi di chi aveva la malattia professionale.
D’altronde, perché arrovellarsi? Il dirigente Emilio Costa, «massimo conoscitore dell’amianto al mondo» secondo la dichiarazione giurata dell’impiegata che gli era molto affezionata, ne negava la pericolosità, tanto da lanciare una sfida (direttiva contenuta nel «manuale di comportamento» divulgato dai vertici?) documentata dai giornali nei primi anni ‘80: un open day nello stabilimento per le famiglie dei lavoratori a vedere quanto tutto era pulito. Ma, allora, dov’è che se lo sono presi i casalesi questo male della malora? Inalando l’amianto dei ferodi su una statale? Che lo scienziato Irvin Selikoff, che dagli anni ‘60 ne dichiarava la cancerogenità, fosse esaltato? E così pure il sindacalista americano Charles Levinson? Che sia stato tutto un brutto sogno?

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