14a Udienza. Difesa dell’amianto (8.6.10 La Stampa)

Le convinzioni dell’ex dirigente citato in tribunale da una impiegata che gli era molto affezionata

SILVANA MOSSANO
TORINO
Se non fosse morto qualche mese fa, sarebbe stato interessante ascoltare, da viva voce, la tesi di Emilio Costa, dipendente Eternit per 40 anni, prima impiegato e poi direttore per gli stabilimenti italiani dell’ufficio export-import di materie prime. Dichiarò urti et orbi che «l’amianto non faceva male». Ad amplificare questa convinzione ci ha pensato, ieri al processo contro Louis De Cartier e Stephan Schmidheiny, una vecchia impiegata di alto livello, per anni segretaria degli amministratori delegati di Eternit: «Conoscevo bene Costa – ha detto -: era l’unica persona al mondo che sapeva tutto dell’amianto». E in virtù di questa esperienza, maturata, da tecnico, «a contatto con medici, analizzando e studiando» il signor Costa «difendeva l’amianto». Una causa che per lui «era una passione».

Angela Mondani, classe 1935, non ha dubbi sul fatto che Costa «l’ha fatto in modo buono», parlandone anche con gli amministratori delegati «suppongo, erano sempre a stretto contatto», anche se, a dire della testimone, «la società non era magari dello stesso avviso». Cioè, secondo Mondani, Costa difendeva l’amianto (tramite scritti e relazioni a convegni pubblici in cui si qualificava dirigente di Eternit, come ha evidenziato il pm Guariniello producendo copia di un giornale locale che documenta una conferenza stampa dell’83 in cui il dirigente negava la pericolosità della fibra), ma lo faceva di sua sponte, senza che l’azienda ne suffragasse la tesi. Costa outsider? Fa un po’ fatica a crederci anche il presidente del Tribunale Casalbore che domanda alla signora Mondani: «Lei era affezionata al signor Costa?»; risposta netta: «Molto»; e la chiosa del giudice: «Sì, questo si è capito».
C’è da dire, peraltro, che, come si è appreso ieri alla quattordicesima udienza del processo, i dirigenti Eternit dovevano avere caratteristiche un po’ particolari. Per dirla con le parole della stessa Mondani e di un’altra impiegata, Viviana Giribaldi, molto più puntuale nelle risposte su assetti societari e rapporti con la proprietà, «i dirigenti venivano psicanalizzati dal dottor Hoffman». Lo specialista arrivava dalla Svizzera tedesca: «Psicanalizzava i dirigenti di alto livello: faceva loro un esame per capire se erano all’altezza del ruolo che ricoprivano». E, lui tedesco, in che lingua li psicanalizzava? «In italiano e in francese, mezzo e mezzo» ha spiegato Mondani.
Che comunque le società Eternit «facessero capo agli svizzeri» e, in particolare, «alla famiglia Schmidheiny» è stata conferma corale delle due impiegate e di Fabrizio Longone, responsabile amministrativo del personale, alla sede di Genova, ma per tutti gli stabilimenti italiani, dal ‘79 all’86.
Sull’organigramma societario, Giribaldi e Mondani, con lunga esperienza in azienda (la prima dal ‘60, la seconda dal ‘54), hanno spiegato che prima i belgi e gli svizzeri erano a pari quote, poi, dai primi anni ‘70, gli svizzeri arrivarono a detenere l’88%. Il barone belga Louis De Cartier fu per qualche tempo in consiglio di amministrazione, ma non amministratore delegato. Non fu nel cda Stephan Schmidheiny, ma nonostante questo qualche volta a Genova partecipò di diritto alle riunioni di vertice; prima di lui, il padre Max Schmidheiny. E, in ogni caso, in un certo senso la famiglia era rappresentata, visto che era consigliere di amministrazione Klaus Kreis, «figlio adottivo di Max Schmidheiny».
I massimi dirigenti che arrivavano di tanto in tanto dalla Svizzera e con cui Longone aveva rapporti «erano emissari della proprietà: venivano dalla casa madre per controllare l’attività di Eternit». Anche per quanto riguarda l’ambiente di lavoro e malattie causate dall’amianto? «Quando sono arrivato io si parlava solo di asbestosi; del mesotelioma ho saputo dopo, nei primi anni ‘80». E che provvedimenti si prendevano? «Si facevano rilievi perché le fibre non superassero un certo valore». Le maggiori criticità riguardavano lo stabilimento di Casale, il più vecchio e con le apparecchiature più vetuste. Poi «furono acquistate macchine più nuove, come quelle di Rubiera, per evitare la dispersione della fibra». Ma le fibre emesse prima e, ancor più, quelle fuoriuscite dalla fabbrica? «C’era ben poco da fare: le fibre emesse non tornano più indietro» spiega il lapalissiano Longone. La soluzione? «A Casale non si poteva fare niente: se non si voleva parlare di asbestosi, c’era solo da chiudere lo stabilimento e bonificare l’area». Quindi? «L’azionista, cioè la famiglia Schmidheiny, decise di chiudere». Le cronache raccontano, però, che la chiusura fu causata dalla crisi del settore e, comunque, l’area non furono gli svizzeri a bonificarla. Proprio dall’aver abbandonato il sito al suo destino (la collettività si fece carico della bonifica) deriva l’aggravante di «permanente» al reato di disastro doloso.
Su malattie, modo di prevenirle, rilievi in azienda e su un manuale stilato dai vertici per dare risposte adeguate qualora il problema fosse stato sollevato da sindacalisti (specie quelli di Casale), giornalisti, lavoratori, Longone ha opposto una sequela ostinata di «no, non so, non ricordo». Strano, visto che, solo 4 anni fa, sentito durante le indagini sugli stessi fatti di 20-25 anni prima, era stato più preciso. Così pure l’impiegata Mondani. Quale amnesia? Lo stesso Casalbore ha commentato, rievocando lo psicanalista dei dirigenti: «Qui bisogna chiamare Hoffman per avere delle risposte!».Quanto «misurano» i 1400 morti causati dall’amianto? Proveranno a dimostrarlo i 700 studenti dell’istituto superiore Leardi: i loro corpi, vestiti di nero, segno di lutto, si stenderanno a terra, nel cortile del castello. Una superficie che va moltiplicata per due per avere l’esatta entità. La performance domani alle 8,15. I ragazzi, però, non vogliono limitarsi a documentare la morte, ma vogliono trovare uno spunto di speranza: si alzeranno da terra spogliandosi del lutto per indossare tutti i colori della vita, mentre gli esponenti dell’Associazione famigliari vittime solleveranno lo striscione usato per tutte le battaglie. A documentare l’esperimento le foto dai bastioni.

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