Giornata dell’amianto (29.4.10 La Stampa)

Sorgerà una collina nuova là vicino a fiume

SILVANA MOSSANO

CASALE MONFERRATO

«Sorgera’ una collina nuova,/ la’ vicino al fiume,/ dove bambini giocheranno/ e vecchi sosteranno a ricordare». Ieri pomeriggio, Romana Blasotti, la combattiva presidente dell’Associazione Famigliari Vittime Amianto, davanti al cancello scrostato, all’ingresso della palazzina che un tempo ospitava gli uffici dell’ETERNIT, ha letto una poesia scritta dall’oncologa Daniela Degiovanni, medico casalese che ha visitato e curato centinaia di pazienti colpiti dal «male della polvere». Sono parole che cercano di dare un senso al tanto dolore condiviso da molte persone nella Giornata mondiale delle vittime dell’amianto, con celebrazioni aperte ieri mattina a Torino e proseguite a Casale, citta’ simbolo di questo disastro ambientale e sociale. «Sorgera’ una collina nuova/ e su quella una lapide,/ fredda, come tutte le pietre/ si leggeranno parole di ricordo e di dolore./ Non nomi./ Troppi, non basterebbe una collina». La signora Romana legge con commozione, ma senza lacrime. Non piange piu’. La morte della figlia (dopo quella del marito, della sorella, di due nipoti) le ha prosciugato le lacrime. «Sorgera’ sopra i resti dell’inferno/ la’ dove colpevoli uomini impuniti/ bruciarono speranze, cuore, tempi/ di altri incolpevoli uomini». In molti hanno raggiunto la spianata dove lo stabilimento non c’e’ piu’, sepolto e coperto dentro le antiche malsane vasche di lavorazione. Resta solo la malandata palazzina. Alle sbarre del cancello vengono annodati mazzi di fiori. «Sorgera’ una collina nuova/ e dovrebbe avere un nome./ Perche’ i nomi restano/ parti vive delle idee e delle emozioni». E’ una cerimonia suggestiva, gesti necessari a trovare il coraggio collettivo per sostenere il dolore di tante malattie e morti causate dall’amianto e la forza per continuare le battaglie. Ci si guarda in faccia, ci si riconosce per via delle storie che ognuno rappresenta, unite da uguali angosce. I versi poetici hanno il potere taumaturgico di attenuare il peso di un dramma di cui ancora non si conosce la fine. «La collina delle donne/ la chiamerei:/ delle operaie che non sono piu’, di quelle/ che non dimenticano,/ delle madri, delle mogli, delle figlie, delle sorelle,/ di tutte le compagne di vita/ che con cuore straziato e mano ferma/ mai hanno cessato di lanciare nel silenzio/ l’urlo di dolore che non finisce». Alla sera, poi, nel Teatro Municipale le parole sono diventate piu’ asciutte per raccontare una battaglia lunga piu’ di trent’anni e ancora aperta sui fronti della bonifica, della previdenza, della giustizia e della ricerca medica.

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