Menzogne dell’Eternit (26.5.10 La Stampa)

GLI EFFETTI DELL’AMIANTO SUI LAVORATORI ”Le menzogne Eternit sul rischio mesotelioma” Un teste: dicevano che bastavano alcune precauzioni

SILVANA MOSSANO

CASALE MONFERRATO

Le direttive tecniche e organizzative ai vari responsabili di stabilimento, tramite i massimi dirigenti italiani, arrivavano dalla Svizzera. E in Svizzera i dirigenti stessi inviavano mensilmente i rapporti: quelli tecnico-operativi alla Amiantus, quelli di carattere finanziario alla Amindus, la societa’ che aveva un peso maggiore e che rappresentava la proprieta’.La famiglia Schmidheiny. La tesi, che costituisce uno dei pilastri dell’accusa di disastro doloso permanente imputata ai padroni dell’ETERNIT (prima il belga Louis De Cartier, poi lo svizzero Stephan Schmidheiny), trova conferme della deposizione del testimone Silvano Benitti, ingegnere sessantaseienne che, nella seconda meta’ degli anni ’70, fece parte dell’organigramma dirigenziale della societa’. Non incontro’ mai Stephan Schmidheiny, ma ne senti’ spesso parlare dai suoi diretti referenti: per lo piu’ Hans Meier e, poi, anche il dottor Way, massimi responsabili tecnici in Italia. E da Meier seppe anche che Schmidheiny ogni tanto partecipava a riunioni a Genova, dov’era la sede legale dell’ETERNIT. Il coinvolgimento attivo degli svizzeri nelle direttive strategiche e operative della societa’ potrebbe trovare ulteriori riscontri nelle audizioni dei testimoni chiamati per l’udienza del 7 giugno: un dirigente e un paio di impiegate del settore amministrativo che operavano negli uffici genovesi. Peraltro, al di la’ dei riferimenti generici agli «svizzeri» indicati dai lavoratori e dai sindacalisti, gia’ l’ex sindaco Riccardo Coppo aveva prodotto una lettera che lui stesso aveva scritto proprio a Stephan Schmidheiny, individuato come azionista di riferimento, per comunicargli la forte preoccupazione per l’impiego di amianto e per chiedergli conto delle fibre sperimentali su cui ETERNIT da tempo andava dicendo che erano in corso studi. Quindi la citazione degli «svizzeri» non era un «tanto per dire», ma un riferimento alla famiglia Schmidheiny, e in particolare a Stephan, coimputato con De Cartier (questi per il periodo precedente agli anni Settanta). Dunque, Schmidheiny era al corrente della pericolosita’ dell’amianto. «Non poteva non saperlo, visto che dagli anni Cinquanta era noto, e senza piu’ nessun dubbio dal 1962 – ha dichiarato con determinazione l’architetto Francois Felix Iselin, che per 25 anni fu docente al Politecnico di Losanna -. E poi lo stesso Schmidheiny l’ha scritto». Si’, pero’, Schmidheiny, e di conseguenza i massimi vertici dirigenziali della societa’, pur ammettendo che l’amianto poteva far male, specificavano che, usando certe precauzioni, non si correvano gravi pericoli. Bastava pulire bene gli stabilimenti, non superare una certa soglia di polveri per centimetro cubo, distribuire tra i lavoratori un tipo particolare di mascherine protettive. L’hanno detto chiaramente gli operai quanto si riusciva a sopportare quelle mascherine: ti mancava il respiro. I difensori degli imputati, tuttavia, tengono a mettere in luce piu’ le responsabilita’ dei direttori di stabilimento che non quelle della proprieta’: una piu’ scrupolosa manutenzione – e’ la tesi difensiva – avrebbe evitato il disperdersi delle fibre. L’architetto Iselin, pero’, replica che il vero dolo e’ aver taciuto la cancerogenicita’ dell’amianto e di averla minimizzata, cosi’ da consentire un uso diffuso dell’amianto anche nelle applicazioni fuori dalla fabbrica, nel comprato edile, ad esempio, nelle coperture di edifici pubblici, a partire dalle scuole («dove un sabato e una domenica non trovammo fibra, mentre al lunedi’ era pieno», perche’, dice Iselin, «non esiste un dosimetro, c’e’ una costante variazione delle concentrazioni»). E poi c’era l’andirivieni degli operai che, con la tuta impolverata, tornavano a casa, magari con qualche sosta dal panettiere, nel commestibile, dal tabaccaio, al bar. E la tuta si lavava una volta alla settimana, sempre a casa. Una tuta blu originale – pantaloni con pettorina e blusa con la scritta ETERNIT – e’ stata ritrovata in fondo a un baule. L’ha indossata un ex operaio, Paolo Condello: su e giu’ per il corridoio accanto all’aula di giustizia in cui si celebra il processo. Ma non ha incrociato ne’ Louis De Cartier ne’ Stephan Schmidheiny per mostrarsi con la divisa sociale. I loro avvocati si’, pero’, e anche qualcuno delle agenzie incaricate di seguire il dibattimento e decidere le piu’ idonee strategie di immagine per gli imputati.

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