Festa delle donne 2010: basta mimosa!

Dedicato alle donne che non sanno come dirglielo che non ne possono più

Ma che senso ha celebrare una festa della donna? Che senso hanno i negozi pieni di gadget scontati e ovvie mimose, i ristoranti ingolfati di prenotazioni al femminile, le riviste ridondanti di rivendicazioni a senso unico e di consigli per l’uso? Sono scettica e anche un po’ infastidita verso tutte le feste comandate dal business. E, tuttavia, se in questa data ci è consentito “regnare”come al saggio giullare cui il sovrano concesse lo scettro per un giorno, ebbene prendiamocela questa occasione, ma non per farci blandire con le mimose, bensì per dire – con dolcezza e autorevolezza, con ironia e serietà – che ci sono cose che non ci vanno più giù.

E’ vero, le abbiamo consentite, è vero siamo state per secoli accomodanti e consenzienti. Ma, adesso, prendiamoci questa festa per dirlo: che vogliamo essere non protette ma rispettate, non possedute ma amate, non infibulate e mortificate ma preservate e desiderate, non comandate ma interpellate, non sottopagate ma equiparate, non sottomesse ma ascoltate, non picchiate ma accarezzate, non violentate ma appassionatamente abbracciate, non derise ma comprese, non maltrattate ma benvolute, non umiliate ma valorizzate, non mitizzate ma umanamente apprezzate, non oppresse né mantenute ma aiutate, non cafonamente lusingate ma intelligentemente corteggiate, non femmine ad uso macho, ma donne per uomini all’altezza della sfida. Tutto qui.

Silvana

Dedicato alle donne che non sanno come dirglielo che non ne possono più.

Della mimosa!

Scusa se ti ho lasciato crescere permettendo che tu abbandonassi un calzino profugo sotto il letto e l’altro sconsolato sul bracciolo della poltrona.

Scusa se ti ho lasciato credere che portare via la pattumiera, dividendo meticolosamente la rumenta nei contenitori colorati e pavoneggiandoti per la tua ineguagliabile competenza sulla raccolta differenziata, fosse il fulcro della gestione del nostro menage famigliare.

Scusa se non ti ho insegnato che non si molla la biancheria sporca accartocciata sul coperchio del cesto invece di sollevarlo e buttarcela dentro.

Scusa se ho tollerato tacita che tu depositassi nel lavandino la tazza sporca della colazione o la tazzina del caffè con il rimasuglio di zucchero sul fondo che s’indurisce e diventa crosta invece di sollevare la leva dal rubinetto e dare una sciacquata.

Scusa se mi sono limitata a sorridere quando, domandandoti che cosa ti piace di me, mi hai risposto con distratto candore “gli occhi, l’intelligenza”, mentre mi guardavi le tette e il culo. E scusa se non ti ho assestato un istruttivo manrovescio quando, nel lavoro, mi hai detto “brava, sei così in gamba che… sembri un uomo!”.

Scusa se non ti ho fatto capire la mia delusione allorché ti sei accorto che da castana mi ero fatta bionda solo quando, un mese dopo, è arrivato l’estratto conto con il pagamento Cartasì dal parrucchiere.

Scusa se non ti ho tirato una educativa pallonata sul naso quando hai dato prova di acuta memoria riassumendo i nostri anniversari collegati agli scudetti, alle Champions League, ai Mondiali, alle Olimpiadi, agli Europei, alla Coppa Campioni, ai campionati inglese, francese, spagnolo, alla pantalera etc etc etc.

Scusa se non ti ho garbatamente detto che sei patetico quando azioni invasato due telecomandi contemporaneamente per sintonizzarti su Rai Sky Pay come un esquimese manovra le redini per guidare una muta di cani.

Scusa se non ti ho delicatamente fatto notare che organizzare insieme i viaggi non vuol dire che tu sfogli la guida per studiare gli itinerari, io preparo le valigie e le disfo al ritorno.

Scusa se quando mi illustri la filosofia sull’importanza, nella vita, di porsi degli obbiettivi precisi da perseguire con tenacia, io più prosaicamente non ti faccio notare che, nel cesso, tu l’obbiettivo non lo centri mai.

Scusa se non ti ho corretto sull’uso dei pronomi possessivi: e cioè che il gatto è tuo quando lo coccoli, è nostro quando andiamo a comprare le scatolette e il cappottino e i giochini, è mio quando devo pulire la cassettina, dargli da mangiare, portarlo dal veterinario, ficcargli in gola le medicine, spazzolarlo…

Scusa se ti ho persino regalato uno sfinito amorevole sorriso quando, in sala parto, sudato come un cavallo all’ippodromo, alla fine hai esclamato soddisfatto e orgoglioso: “ce l’abbiamo fatta!”.

Scusa se ho avallato la tua ferma convinzione che allevare insieme i figli consista nel fare da autista e nell’accompagnarmi quando li porto dal pediatra.

Scusa se non mi sono abbastanza impegnata a spiegarti il motivo per cui i figli con te, che sei più pacato ed equilibrato – quando li porti a spasso, guardi con loro la tivù, gli dai la paghetta settimanale – sono sempre carini, e con me, che sono più nervosa e uterina – quando gli faccio lavare i denti, fare i compiti, rifarsi il letto, cambiarsi le mutande, mangiare con la bocca chiusa, senza gomito sul tavolo… – sono sempre incavolati.

Scusa se ho accettato rassegnata che, alla mia domanda “che cos’hai?”, tu mi abbia risposto evasivamente “niente” con la voce di uno che è stitico da sei giorni.

Scusa se non ho bandito dalle biblioteche e, anzi, non ho messo al rogo una poderosa letteratura che, da secoli, si ostina a definirmi sesso debole (quello che, peraltro, pur di avere, tu ti pieghi a pagare!). E scusa se non ti ho spiegato che non è per debolezza che troppe volte ho subìto le tue mani cattive e pesanti né che ho riaperto la porta al tuo pentito (?) ritorno.

Scusa se da madre, da sorella, da moglie, da amante, da collega, da semplice sensibile intelligente creatura di questo mondo non ti ho educato e non ti ho insegnato a capire tutto ciò e, invece, ho fatto io quello che avresti potuto fare anche tu. Scusa se te lo dico soltanto adesso confidando che tu lo comprenda. Ma, per favore, non cercare di riparare scaraventandoti affannato oggi, sì proprio oggi, dal fiorista a comprarmi la mimosa!

Non-mi-pia-ce-la-mi-mo-sa. Non mi piace quello smunto ramoscello soffocato in uno striminzito sacchettino di plastica, preparato in serie, pinzato in cima e legato con un banalissimo fiocchetto giallo, che, appena lo apri, le palline si sbriciolano in polverina secca e senza vita.

Non farmi la mimosa!

Fammi altro. Fammi, che so, una margherita, un ciclamino, fammi una poesia senza rime o di rime strampalate ma non copiata da internet, fammi una mela rossa, fammi un cartoccio di caramelle, fammi un libro, fammi un panino di salame, fammi una canzone stonata, fammi un anellino di carta stagnola, fammi il caffè con la schiuma, fammi acqua e menta, fammi una passeggiata, fammi la luna nel pozzo… anzi, ecco sì, fammi un favore: fammi ridere, fammi tanto ridere che mi fa tanto bene!

5 thoughts on “Festa delle donne 2010: basta mimosa!

  1. Ciao Silvana, riesci sempre a colpire nel segno! Bellissima la tua lettera dedicata alla “festa della donna”, intelligente, piena di humour, e molto molto significativa. Ho chiesto la tua autorizzazione per poterla leggere domani all’incontro di DONNE INSIEME e ti ringrazio per il consenso ricevuto, mi dispiace solo che tu non possa venire, ma prometto che ti faremo avere una breve relazione della giornata. Un abbraccio ed un augurio di buon proseguimento, Bruna.

  2. Chiedo la tua autorizzazione per pubblicare sul mio blog ( piazzalibertafaranovarese.blogspot.com/) con il tuo nome è ovvio il tuo articolo molto bello. Io, però direi, eh vabbé sta mimosa regalatece ma non solo questo. ciao MTA

  3. Bella questa lettera che scopro con un po’ di ritardo (ma non è mai tardi per ascoltare il “saggio giullare”!). Bella, ironica e vera… quanto vera!
    Chiara

  4. Bella questa lettera che ho scoperto con un po’ di ritardo (ma non è mai tardi per ascoltare il “saggio giullare”).
    Bella, ironica e vera, quanto vera!
    Chiara

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