Trent’anni di lotte contro l’Eternit

SILVANA MOSSANO

(pubblicato su LA STAMPA8.12.2009)

Adesso che il caso ETERNIT e’ diventato un evento mediatico, con tv internazionali persino giapponesi, e’ facile scegliere da che parte stare. Dalla parte delle vittime dell’amianto, ovviamente. Ma l’apertura, giovedi’ a Torino, del piu’ grande processo mai avviato per disastro ambientale causato dal lavoro, ha alle spalle 30 anni di battaglie condotte spesso piu’ con la determinazione che col consenso, e con la sensazione di essere soli con le uniche armi della caparbieta’ e della presunzione di stare nel giusto. Primi anni Ottanta. Sono quelli delle cause individuali contro l’Inail. Racconta Nicola Pondrano, segretario della Camera del lavoro e, all’epoca, direttore del patronato Inca: «L’ETERNIT aveva ottenuto di non pagare piu’ il premio supplementare al Centro Rischi, affermando che era stata adottata ogni misura per rendere sicuri e salubri i luoghi di lavoro». Di conseguenza, l’Inail si oppose al pagamento della cosiddetta «rendita di passaggio» che equivaleva a un anno di retribuzione riconosciuta a chi lasciava, per motivi di salute, un’occupazione ritenuta «morbigena». Ricorda Pondrano: «Chiamammo in giudizio l’Inail che, a sua volta, cito’ la societa’ ETERNIT, davanti all’efficiente giudice del lavoro Giorgio Reposo». Struggente l’udienza in cui l’ex operaio Giovanni Demichelis arrivo’ a testimoniare in barella. «Se Nicola dice che e’ utile, io ci voglio andare – disse alla moglie -, purche’ mi portino in ambulanza> >. Stava malissimo, aveva la febbre alta, parlava con un filo di voce. Mori’ 5 giorni dopo. Pondrano e l’allora segretario della Camera del lavoro Bruno Pesce, con una cinquantina di casalesi, andarono in pullman di notte a Roma e manifestarono contro l’Inail coricandosi addirittura davanti ai cancelli della Direzione Generale. Nel frattempo, il perito Michele Salvini, incaricato del giudice, attesto’ che «la lavorazione dell’amianto all’ETERNIT era ancora altamente pericolosa». Furono tutte cause vinte: un paio di centinaia. Al pressing del sindacato la societa’ ETERNIT rispose, il 6 giugno 86, con la richiesta di autofallimento. Voleva dire, di colpo, centinaia di persone senza lavoro. Qualche tempo dopo, ETERNIT France propose di riaprire, ma «la Cgil pose una condizione secca – ricorda Pesce, ora portavoce del Comitato Vertenza Amianto -: si’ alla riapertura se non si lavora piu’ l’amianto, ma una fibra ecologica alternativa. Non era facile prendere questa posizione, perche’ avevamo 350 operai senza lavoro». Niente: ETERNIT France voleva continuare a produrre manufatti d’amianto. Nel frattempo, era sceso in campo un centinaio di medici a opporre uno scudo pesante a questa lavorazione. Proprio all’ospedale S. Spirito, nel reparto del prof. Piero Capra Marzani, alcuni giovani medici, tra cui Mario Botta, Marco Capra Marzani, Ezio Piccolini, avevano raccolto dati sui pazienti affetti da mesotelioma tra il 73 e l’83. Ne era emerso un quadro molto preoccupante di cui il primario aveva dato conto, nel giugno 84, al Salone del Senato: «Le categorie dei soggetti a rischio per il mesotelioma sono passate da quelle che maneggiano direttamente il minerale a quelle addette alla sua lavorazione a quelle semplicemente residenti nelle aree di produzione». Ricorda Pesce: «E’ dell’87 il primo riconoscimento del mesotelioma come malattia professionale; prima veniva riconosciuta tale solo se accompagnata da asbestosi». A dare una spallata alle velleita’ di ETERNIT France fu il sindaco Riccardo Coppo che firmo’ l’ordinanza con cui vietava totalmente l’amianto a Casale: il provvedimento anticipo’ di 5 anni la legge nazionale 257 del 92. Nell’89, la Cgil organizzo’ in citta’ un convegno nazionale di grande rilevanza. Fu stilata una piattaforma portata avanti da Cgil Cisl e Uil nazionali quale base per la legge del 92 che vieto’ in Italia produzione, commercializzazione e uso di amianto. Il manipolo di testardi casalesi compi’ innumerevoli presidi a Roma per sollecitare la legge. E l’ottenne. Intanto, nell’88 si costitui’ l’associazione Famigliari Vittime Amianto presieduta dalla sventurata (ha perso marito, sorella, figlia e nipoti) quanto combattiva Romana Blasotti Pavesi. Nel 93, il tribunale di Casale apri’ il processo contro un gruppo di dirigenti ETERNIT chiamati a rispondere di circa 140 casi di persone ammalate o decedute. Processo difficoltoso per la carenza di personale: i sindacati si mobilitarono chiedendo anche al ministro Vassalli di intervenire. Conclusione: condanne tra i 6 mesi e i 3 anni e mezzo che, pero’, in Appello e in Cassazione furono spazzate dalla prescrizione. Nel 2003, l’indagine epidemiologica del prof. Enzo Merler di Padova porto’ alla luce il caso di un italiano che aveva lavorato all’ETERNIT in Svizzera ed era morto a Torino per mesotelioma. Competenza della Procura di Torino. E Pesce e Pondrano, tramite i legali del sindacato, a fine 2004 fecero pervenire al pm Guariniello un maxiesposto con piu’ di mille nomi di malati e morti. Altri anni di indagini, per arrivare, a luglio, al rinvio a giudizio dei capi della multinazionale ETERNIT: Stephan Schmidheiny e Luis de Cartier. Giovedi’, si intinge la penna nell’inchiostro per iniziare a scrivere una nuova pagina. Gia’ da giorni, centinaia di tricolori a finestre e balconi casalesi sventolano con un anelito: ETERNIT Giustizia.

 

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