Genta da urlo

Buongiorno di Massimo Gramellini, 24.06.2009

Ero un turista che chiacchierava in un parco di Parigi, circondato da carovane di bambini con mamme e badanti, e stavo inerpicandomi nel racconto di qualche scemenza quando mia moglie mi ha rivolto uno sguardo carico di riprovazione: «Abbassa la voce! Perché urli?». Ho serrato la bocca e mi sono messo in ascolto. I tanti bambini di quel parco producevano un brusio di sottofondo, qua e là increspato da frasi brevi e assertive delle madri. Il più molesto della combriccola ero decisamente io. Ma mi è bastato rientrare in Italia per sentirmi di nuovo afono.
Qui urliamo tutti. Impariamo da piccoli, di solito dai genitori, che suppliscono con i decibel alla carenza di carisma (gli strilli sono manifestazioni di stanchezza e di impotenza). Il resto lo apprendiamo davanti alla tv, dove chi urla di più ottiene di essere inquadrato più a lungo, e politici e «tronisti» hanno messo a punto la tecnica del «disco rotto», che consiste nell’urlare all’infinito la stessa frase, così da impedire agli altri di rispondere. Cresciuti a questa scuola, da grandi siamo pronti per scendere in strada e partecipare alle gare di urlo, particolarmente in voga durante il periodo estivo, quando la gente ha il pessimo vizio di dormire con le finestre aperte. E qui si ritorna alla domanda di mia moglie. Perché urli? Perché urliamo? Per farci sentire. Perché nessuno ci ascolta. O forse perché non vogliamo ascoltare. Ma soprattutto per liberare quella rabbia compressa e senza bersagli definiti, figlia della solitudine e dello smarrimento, che nessuna tastiera di computer riuscirà mai a sfogare.

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