Per favore, non urlate più!

Da La Stampa 25 giugno 09

MIRELLA SERRI
ROMA
Un tempo nei refettori squillava la campanella. Nelle famiglie più numerose invece si agitava un campanaccio. E oggi? «La mamma ha scolato la pasta… a tavolaaa», urla il papà da una stanza all’altra seduto davanti al tiggì a volume altissimo mentre la vocetta dei Simpson lo contrasta dal televisore dimenticato acceso nella stanza dei ragazzi. Mario, il più piccolo, non se lo fa dire due volte, esce sul balcone e grida con forza al fratellino di salire dal cortile. Mentre si consuma il pasto, i decibel vanno comunque al massimo, persino se non si litiga o ci si arrabbia. L’inquinamento acustico sale come una nube tossica. Ma stavolta non viene da fuori. A provocarlo siamo noi.
La nostra «mala educacìon» sonora oggi sta raggiungendo il diapason, sta superando tutti i limiti. Non si tratta solo di violazione del bon ton vocale o del piacere dimenticato di una conversazione «all’antica», in stile botta e risposta (zitto io-intervieni tu e viceversa), senza toni esagitati e frequenti interruzioni. Siamo di fronte a una previsione non rosea che investe le nuove generazioni: da qui a qualche anno i nostri bambini, dicono gli esperti, parleranno tutti come Rosa Russo Iervolino (connotata da un sottofondo anomalo, ovvero da un «rumore aggiunto»). Avranno voci «gravi», roche o stridenti come il gesso sulla lavagna, sempre e comunque in sofferenza. E non basta. Schiere di educatori, maestri, insegnanti e affini saranno sempre più prostrati e sull’orlo di varie crisi, affetti da patologie vocali. La disfonia è disturbo in rapidissima crescita, di pari passo al rumore incontenibile.
Un pericolo contagioso
«Non coinvolge solo il mondo dell’infanzia», osserva Silvia Magnani, pioniera della foniatria che da 25 anni monitorizza i nuovi disturbi della voce e di cui è appena uscito «Il bambino e la sua voce» (Franco Angeli editore). «Oggi sono più che mai a rischio tante categorie. I cronisti sportivi, prima di tutto, gli allenatori, gli operai dei cantieri e dell’industria, chi lavora in strada o in ufficio con fotocopiatrici o strumenti rumorosi che producono decibel a tutto spiano. Ma oggi stressiamo le nostre corde vocali anche nella vita quotidiana: per esempio quando, camminando, parliamo al telefonino e siamo costretti a gridare per superare la confusione che ci sovrasta. Non c’è solo il traffico che ci obbliga a esprimerci a voce alta ma anche i rumori di bar, ristoranti, pub e luoghi di ritrovo».
Insomma, la malattia che caratterizza il secolo che avanza non ha solo a che fare con l’acustica ma anche con la foniatria. L’overdose di suoni in cui siamo immersi, sostengono gli studiosi, oggi la percepiamo addirittura fin dalla nascita, anzi ancor prima, dal periodo di gestazione. Il neonato che strilla fino a diventare viola, si placa con i toni suadenti della mamma. Ma intanto, sia pure lentamente, mentre cresce introietta tutti i rumori in cui è immerso, dai tubi di scappamento agli acuti di Vittorio Sgarbi, alle vocalizzazioni di Ficarra & Picone che arrivano dalla tivù.
In questo assordante contesto, quello della sopraffazione, del gioco verbale esagitato, della parola rubata, sarà poi lo sport che praticherà di più. «Il neonato fa sentire la sua presenza attraverso il movimento e la voce che fungono da segnali. Ma il bambino – dice la specialista – acquisisce modalità di espressione analoghe alle nostre. Per farsi sentire in un ambiente così inquinato è costretto non solo ad alzare i toni ma anche, è uno dei rischi maggiori, a parlare con un ritmo accelerato e con pochi rifornimenti d’aria. La disfonia infantile nasce anche da questo».
Igiene vocale
Piccoli urlatori crescono. E allora? «L’igiene vocale si apprende in casa, come le abilità sociali e le autonomie personali. Non parliamo da una stanza all’altra, dal garage alla cucina, nella tromba delle scale, dalla finestra rivolti vero la cantina, cuciamoci la bocca durante un impegnativo sforzo fisico, non incentiviamo i giochi rumorosi».
La scuola da questo punto di vista funziona? Che cosa insegna? In realtà nelle nostre aule l’urlo sembra la prassi e le ugole di bidelli, maestre, ragazzini non si risparmiano. «La laringe del bambino è molto delicata. Meglio non sforzarla. Ma è assolutamente vietato, se l’allievo usa la voce alta, entrare in competizione con toni ancor più forti. Si trasmette così il messaggio che si sta facendo proprio quello che lui non dovrebbe fare. Meglio usare differenti strategie comunicative. Il gesto, la mimica. Si possono poi, per esempio, incentivare gli alunni a esprimersi in pubblico seguendo regole di comportamento precise. Ricordando loro che una voce non “malata”, morbida, calda, suadente è fondamentale anche nella vita professionale, per un avvocato, un manager o un insegnante. Dobbiamo insegnare l’uso “voce per gli altri”, la bellezza del parlare senza urlare, lentamente, senza ingorghi d’aria, pronunciando parole senza fretta. Cerchiamo di rivedere le nostre abitudini. Soprattutto quando i più piccoli ci rivolgono la parola, dedichiamo loro tutta la nostra attenzione in modo che non siano costretti a urlare per catturarla».
Curiamoci dunque a partire dalla tavola. Parla come mangi è un modo di dire. Slow food, s’intende.

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