Caslae, il picco di decessi deve ancora arrivare

Da La Stampa, 7 marzo 2009

MAURO FACCIOLO – CASALE MONFERRATO

All’inizio degli Anni Ottanta, quella che poi fu ribattezzata «fabbrica della morte» era gia’ in declino. Nei reparti dello stabilimento sulla riva destra del Po non c’era piu’ il pulviscolo che annebbiava la vista degli operai, come alcuni decenni prima. Polvere finissima. Fibre di amianto. Che si depositavano sulle tute di lavoro. E che entravano nei polmoni, limitando il respiro. Era l’asbestosi. Un rischio professionale accettato. Anzi, monetizzato. Ma quelle microscopiche particelle di minerale agivano (e agiscono) anche in modo piu’ subdolo. Dopo 20-25 anni scatenavano una letale forma di cancro, per il quale finora non e’ stata trovata cura, il MESOTELIOMA della pleura. Secondo una stima, sono stati poco meno di 4900 coloro che si sono alternati a lavorare nello stabilimento Eternit di Casale nei suoi quasi 80 anni di attivita’. E, secondo un altro conteggio, almeno 2000 sono morti per MESOTELIOMA o per altre malattie legate all’amianto. L’inchiesta che ha condotto il pubblico ministero di Torino Raffaele Guariniello, e che il 6 aprile approdera’ dinanzi al giudice per le indagini preliminari, fa riferimento a 1394 lavoratori deceduti e ad altri 454 malati. A loro si aggiungono 258 casalesi che all’Eternit non hanno mai lavorato. Nel 1993, inoltre, un primo processo Eternit celebrato a Casale a ex dirigenti della societa’ aveva visto la presenza di 1711 parti civili. L’Eternit aveva aperto i battenti in quella che allora era la «capitale del cemento» nel 1907. Erano passati solo sei anni da quando l’austriaco Ludwig Hatschek aveva brevettato un prodotto di sua invenzione, un impasto di cemento e amianto: l’«eternit», dal latino «aeternitas», per la sua durata illimitata. Se la calcina per il cemento proveniva dai colli circostanti, l’amianto arrivava invece da lontano, da Balangero, soprattutto, ma anche dall’Africa. La fabbrica e’ arrivata a dar lavoro a 2400 persone e quando ha cessato l’attivita’, nel 1986, si estendeva su una superficie di circa 94 mila metri quadrati, oltre la meta’ dei quali coperti (con eternit). Venivano prodotte tubature e le lastre ondulate utilizzate come coperture. Si sapeva in citta’ che lavorare all’Eternit comportava un rischio per la salute. Ma lo stipendio buono aiutava gli operai a convincersi che ad ammalarsi sarebbe stato qualcun altro. Finche’, negli Anni Settanta, il problema e’ emerso in tutta la sua drammaticita’. Sempre piu’ casi di malattie tra i casalesi. Sempre piu’ diagnosi di MESOTELIOMA. Con studi medico-epidemiologici che hanno provato l’elevatissima incidenza di queste patologie rispetto a quanto era statisticamente possibile attendersi. Conclusioni inizialmente contestate dalla dirigenza aziendale. Con il risultato di una lunga battaglia sindacale che ha coinvolto anche le istituzioni cittadine. Nel 1986, quando i dipendenti erano ormai ridotti a poco piu’ di 300, la chiusura e la sentenza di fallimento. E l’inizio di una lunga battaglia legale per ottenere giustizia e risarcimenti per quei morti e per chi e’ malato di MESOTELIOMA. La svolta da questo punto di vista e’ arrivata nel 2004 con l’apertura di un’inchiesta da parte di Guariniello. Quella che il 6 aprile sara’ al vaglio del gip. Il magistrato contesta le accuse di disastro colposo e di inosservanza delle misure di sicurezza a due «magnati» che hanno retto il timone della multinazionale Eternit, il barone belga Louis-Marie Ghislain de Cartier de Marchienne, 88 anni, e lo svizzero Stephan Schidheiny, di 62. Quest’ultimo nelle scorse settimane ha offerto un indennizzo fino a 60 mila euro a chi, avendo lavorato all’Eternit nel periodo dal 1973 al 1986 (cioe’ nel periodo «svizzero» della societa’), e’ morto o si e’ ammalato a causa dell’amianto. L’altro giorno, poi, un’ulteriore offerta: un indennizzo, stavolta fino a 30 mila euro (piu’ 20 mila da destinare a un centro di ricerca), per chi a Casale ha subito la stessa sorte pur non avendo mai avuto a che fare professionalmente con la lavorazione. Con una condizione, pero’: ritirare la costituzione di parte civile. Nel frattempo la «fabbrica della morte» e’ stata bonificata (costo: una decina di milioni di euro) e rasa al suolo. Sulla spianata presto sorgera’ una sorta di collina della memoria delle vittime. In citta’ di MESOTELIOMA si continua pero’ a morire. Sono 20-25 i nuovi casi ogni anno. E secondo gli esperti il picco non e’ ancora stato raggiunto

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