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Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa di sabato 4 ottobre 2008
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SILVANA MOSSANO
C’è una targa che i casalesi vorrebbero vedere esposta sotto quella che porta il nome della località: più di quelle che promuovono paesaggi e ornamenti e che valorizzano i gemellaggi. Ne vorrebbero piantare una grande con inciso: «Territorio deamiantizzato».
Per questa gente che continua a piangere i suoi morti uccisi dal male d’amianto che sbeffeggia una popolazione inerme scegliendo, senza neppure un criterio scientificamente spiegabile, le vittime sacrificali, terra deamiantizzata vuol dire, più di tutto, «libera dalla morte per mesotelioma».
Fin dall’86, Casale s’è data da fare per togliersi d’addosso l’amianto vietandone l’uso con 6 anni d’anticipo rispetto alla legge del ‘92 che lo inibisce in tutta Italia. Ma le bonifiche, certo imprescindibili, non servono più a chi il tarlo invisibile della fibra ce l’ha già dentro che lentamente lavora al buio. E i processi, poi, pur essendo il giusto riscatto verso chi è morto e chi soffre per i suoi morti, non esauriscono l’urgenza disperata di una vera «deamiantizzazione» che solo la ricerca medica può garantire.
La terapia vittoriosa, che libera dal nodo scorsoio di una diagnosi senza appello, sarà la risposta alla collettiva manifestazione di dolore che, alcune sere fa, si è snodata, in un pellegrinaggio punteggiato di fiammelle accese, a Terruggia, prima del rosario funebre in memoria di Renzo Pivetta, un pezzo di pane d’uomo che il mesotelioma ha ucciso a 50 anni.
Non era un lavoratore dell’Eternit Renzo Pivetta, era il titolare di una ditta del settore idraulico, sulla Casale-Valenza. Lavoro e famiglia. Breve pausa pranzo al bar insieme ai suoi uomini. E un po’ di stanchezza strana, quella spossatezza che scambi per influenza, cui, invece, nei primi giorni di maggio fu data una spiegazione perfida e irreversibile: mesotelioma. Gli ha concesso cinque mesi scarsi, nonostante la sua determinazione a lottare. Fino a un certo punto, quando qualcosa gli fatto intuire che la sua era una lotta impari. E se n’è disperato.
Non aveva lavorato all’Eternit neppure Maria «Iucci» Gilardino Costanzo di Casale Popolo, che il mesotelioma se l’è presa, a 67 anni, il giorno dopo Pivetta. Due morti, due rosari, due funerali a distanza di poche ore.
Ma a Terruggia il dolore ha cercato il riscatto nella ribellione collettiva: il messaggio era scritto in nero su un grande striscione bianco «Anche lui ha chiuso gli occhi, noi apriamoli». C’erano, in quel serpentone umano per le vie imbrunite di Terruggia, famigliari (la moglie Giuse, le figlie Ylenia e Ambra, il fratello Franco e la sorella Nerina), parenti, amici e conoscenti di Renzo Pivetta, ma anche molte facce di chi un famigliare, un parente o un amico l’ha già perso per il mesotelioma. Tra gli altri, Romana Blasotti Pavesi, presidente dell’Associazione Vittime dell’Amianto, un sodalizio che, purtroppo, continua a incrementarsi di adesioni. Lei, che si è vista portare via marito, figlia (quando è morta, M. Rosa aveva l’età di Pivetta), sorella, nipoti, continua a battersi con coraggio perché si incrementi la ricerca e si trovi una cura che sconfigga la malattia.
C’è chi mormora che continuare a parlare di amianto si oscura l’immagine bella del nostro territorio e del paesaggio. E che finire in tivù, per due ore in prima serata, a raccontare questa sciagura non si invogliano i turisti a venire qui. Certo, bisogna dire che, nella bonifica, il Casalese è la terra che si è mossa prima e più di qualsiasi altra, ma non si taccia – guaiamai – questo male che ci mina la pleure e l’anima. Perché appunto «lui (Renzo Pivetta, 50 anni, marito, padre, fratello) ha chiuso gli occhi, ma noi apriamoli».