Silvana Mossano

Di amianto, nel mondo, ogni cinque minuti muore una persona. Sono 2960 – solo nella causa dell’Eternit – i morti di amianto in Italia di cui la Procura di Torino cerca i responsabili, ma il numero delle vittime è in difetto, perché mancano quelli che non sono stati registrati e i casi caduti in prescrizione. Che cosa sostiene l’accusa? Il pm Guariniello dice che si sapeva, almeno dagli anni ‘60, per via degli studi dello pneumologo Irvin Selikoff, che di amianto si muore. Li aveva resi noti nella conferenza internazionale del 1964 promossa dall’Accademia delle Scienze di New York e gli industriali ben capirono che cosa significavano quelle ricerche tanto da considerare lo scienziato un uomo pericoloso. Una multinazionale fece girare un rapporto interno in cui si diceva: «La nostra preoccupazione attuale è trovare un mezzo per impedire che Selikoff riesca a crearci problemi e a pesare sul nostro volume d’affari». E, già nella Germania nazista, era noto che l’amianto faceva male.

Ora l’avvocato dello svizzero Stephan Schmidheiny (che con il barone belga Louis Cartier de la Marchienne aveva la proprietà dell’Eternit in più sedi nel mondo), dallo schermo della tivù dichiara che il suo cliente «è profondamente addolorato da questa tragedia. Ed è amareggiato di essere sotto processo, perché lui non ha mirato ai profitti, anzi ha investito per proteggere i lavoratori». Forse. Da un certo momento in poi. Ma, addirittura, quando si passò dalla lavorazione secca (con più dispersione di fibre) a quella umida fu revocata ai lavoratori l’indennità della polvere perché si disse che di pericolo non ce n’era più. Per l’accusa, invece, si è procrastinato quel che andava fatto pur nella consapevolezza del male che la fibra di questo minerale, finissima, invisibile e maleficissima, causa. «Ma – replica dal monitor l’avvocato di Schmidheiny – solo adesso si sa che basta una sola fibra per scatenare il mesotelioma, è una conoscenza recentissima». Invece, secondo l’accusa «prima di mettere in atto una riconversione della produzione, si è preso tempo per non perdere soldi, anche a costo di vite umane».

Sono cose che i casalesi sanno, ormai, da parecchio. I più senza aver mai letto studi scientifici. L’hanno imparato attraverso la trasmissione del dolore che colpisce famigliari, amici, conoscenti. L’hanno imparato leggendo i manifesti bollati dalla frase «vittima del mesotelioma». E, tuttavia, sentirlo in tivù, l’altra sera alla trasmissione Blunotte di Carlo Lucarelli, sapere che questo dramma per due ore lo condivide l’Italia tutta, e non solo gli sciagurati come te di Monfalcone, Bagnoli, Balangero e di qualche altro luogo, fa effetto. Piega, fa rabbia, toglie il sonno.

Fa effetto sentire Romana Blasotti Pavesi, presidente dell’Associazione esposti amianto, raccontare la sua storia di amore e di dolore, «mio marito non era bello, forse sì quando dormiva, ma era rispettoso e grande lavoratore, ancora oggi rifarei assolutamente la scelta che ho fatto a 19 anni sposandolo»: Mario Pavesi è morto a 61 anni di mesotelioma; il male si era manifestato poco più di un anno prima, «con un fastidioso dolore al fianco destro». E poi parlare della figlia Maria Rosa, «così bella», morta a 50 anni per lo stesso male, «da bambina la portavamo a passeggiare attorno all’Eternit». E di sua sorella morta a 59 anni, e di suo nipote Giorgio a 50.

Fa effetto vedere la faccia di Piero Ferraris raccontare che lavorava nel reparto della chimica da quando aveva 15 anni. Ed Elio Buffa che, nonostante due o tre cuscini, la notte è costretto ad alzarsi più volte perché manca il respiro, «ma è sempre meglio che morire», ed Elio Rossi che è andato in pensione con il 20% di asbestosi e adesso è già arrivato al 45%, o Pietro Condelo che tagliava l’amianto con un coltello e dei trenta che lavoravano nel suo reparto sono rimasti più solo due.

Senti un fremito quando Luisa Minazzi spiega il «colpo durissimo quando ti fanno la diagnosi di mesotelioma», lei, direttrice didattica, che aveva il padre all’Eternit, e che ricorda benissimo quando – era bambina – fu scaricato nel suo cortile un camion di polverino, perché era materiale buono per farci il sottofondo o per coibentare. «Lana di salamandra» chiamavano l’amianto gli antichi che già lo conoscevano. Ora, Carlo Lucarelli lo definisce «serial killer» che uccide subdolamente. Ormai è scientificamente appurato che il mesotelioma pleurico è causato proprio dall’amianto e, aggiunge l’oncologa Daniela Degiovanni, con la voce impastata di commozione «questo non è un tumore come tutti gli altri: quando viene diagnosticato, toglie subito la speranza, perché nessuno è mai guarito».

E allora che cosa può fare la «company town» Casale Monferrato? Lotta per toglierselo d’addosso: le battaglie che hanno portato, nel ‘92, alla legge italiana che vieta l’amianto sono partite da qui, guidate da alcuni sindacalisti testardi come Bruno Pesce e Nicola Pondrano (lui stesso giovane «sbarbatello» operaio dell’Eternit negli anni ’70, messo in guardia da uno più anziano: «Che cosa sei venuto a fare? a morire?»). E a Casale, nell’86, il sindaco Riccardo Coppo fece un’ordinanza storica con cui ne vietava qualsiasi uso. Perché, come dice Lucarelli, «l’amianto Casale Monferrato – che l’ha lavorato per 80 anni: dal 1906 al 1986 quando poi lo stabilimento fu chiuso – non lo vuole più».

Partono le bonifiche, qui si sperimenta il modo di farle (mentre in alcuni Paesi l’amianto si lavora ancora ampiamente: Canada, Brasile, Cina, ad esempio).

La conclusione di Lucarelli, però, precorre un tempo che noi casalesi auspichiamo, ma che non si è ancora compiuto. Dice il conduttore di Blunotte: «Dopo le bonifiche, adesso Casale è la città più pulita dall’amianto». Non ancora, Lucarelli, non ancora. Ancora c’è molto da bonificare e, purtroppo, ancora c’è molto da morire: dagli anni ‘90 si è passati da 20-25 a 40-45 diagnosi all’anno di mesotelioma. In chi ha lavorato e in chi non ha mai messo piede all’Eternit, come, un caso tra molti, il fratello geometra di Michele Attardo, mentre lui, che «all’Eternit riempivo sacchi di polverino», è miracolosamente ancora vivo. Il rischio è uscito dalla fabbrica e prende chi ha respirato la polvere delle tute degli operai o si è trovato, inconsciamente, al centro di correnti d’aria che andavano a concentrarsi in alcuni luoghi («in via Roma si è riscontrato un certo numero di casi di mesotelioma») o ha incrociato il «serial killer» a sua insaputa e l’ha tenuto incubato dentro anche per decenni.

C’è ancora molto da lottare per Romana, per Bruno, per Nicola, per Daniela, per Luisa, per le vedove dell’Eternit e per quelle di altri stabilimenti dove l’amianto non si produceva ma si lavorava. No, non è finita. Ma Romana Blasotti l’ha promesso a sua figlia morente mentre le stringeva la mano il 25 agosto 2003: «Non smetterò mai di lottare perché – è quasi un’imprecazione – non si può andare a lavorare e morire, non si può passeggiare per la città e morire».

La speranza è affidata alle bonifiche, ma soprattutto alla ricerca: lo si troverà, un giorno, un modo per guarire? Deve esserci.

 

Silvana Mossano, pubblicato su La Stampa, 23 settembre 2008


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