Silvana Mossano

LA STAMPA, 5 OTTOBRE 2010

IL CONSULENTE DELLA DIFESA DICE CHE IL SOCIO SVIZZERO SBORSò MOLTO DENARO TRA AUMENTI DI CAPITALE, GARANZIE E ACQUISTO DI ASSET E INVESTIMENTI, MA NE EBBE BENEFICI MINIMI. E ALLORA CHE COSA LO SPINSE A INVESTIRE NEL CEMENTO AMIANTO? 

SILVANA MOSSANO

TORINO

L’avventura imprenditoriale italiana nel settore del cemento amianto, a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, deve essere stato il peggior affare dell’industriale svizzero Stephan Schmidheiny, artefice di successi in ogni parte del mondo, mentre con Eternit spa ha speso un sacco di soldi, ne ha portati a casa una miseria e, in più, a distanza di anni, ora si trova pure imputato di disastro doloso permanente per i malati e i morti causati dal minerale che la società lavorava negli stabilimenti di Casale, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli.

Questa la conclusione cui si arriva dopo aver ascoltato, ieri mattina, alla ventitreesima udienza, la lunga e articolata relazione del consulente Andrea Bitti, incaricato dai difensori di Schmidheiny di fare da contraltare alle argomentazioni presentate, nelle passate udienze, dai periti Paolo Rivella, per la procura della Repubblica, e Andrea Perini, per le parti civili. Bitti, a precisa domanda del presidente del Tribunale Giuseppe Casalbore, ha detto che concorda con Rivella e Perini sulla ricostruzione da loro fatta circa le percentuali di partecipazione nelle varie società interessate all’Eternit italiana. Poi, però, l’analisi di bilanci e verbali di consigli di amministrazione lo hanno portato a concludere che il «socio svizzero», nell’arco temporale compreso tra il 1973 e il 1984, ha sborsato per Eternit Italia oltre 56 miliardi di lire sotto forma di aumenti di capitale, più una ventina di miliardi rilasciati alla banche come forme di garanzia, a fronte di un beneficio di dividendi e royalties che non raggiunge, nello stesso periodo, i 4 miliardi di lire. Senza conteggiare le garanzie, il «socio svizzero» ha totalizzato un saldo negativo di oltre 52 miliardi. «Se avesse investito in Bot – ha detto il consulente Bitti – avrebbe avuto un rendimento molto più alto». Anche il professor Perini, in verità, aveva detto che lo svizzero in termini di cassa non aveva ricavato un granché, ma il profitto era traducibile nel valore patrimoniale. Conclusione che Bitti esclude, sostenendo che «l’indebitamento era tale da superare ampiamente il valore patrimoniale». A tal proposito ha detto che anche le quotazioni in Borsa erano scese passando dalle 2400 lire per azione del gennaio 1973 alle 200 lire del novembre 1984. Il consulente della difesa ha rimarcato la «mancanza di atteggiamento speculativo e predatorio da parte del socio svizzero che ha continuato a iniettare risorse finanziarie senza averne un ritorno reale». E questo è un bel mistero: perché un imprenditore insiste, per dieci anni, con pervicacia e con un impegno cospicuo di capitali a investire nel settore del cemento-amianto, pur sapendo (e più verbali di cda e resoconti di convegni lo attestano) che è cancerogeno, e comunque fa male alla salute, se poi tutto quel che ricava sono bolle di fumo? Qualcosa, forse, deve ancora essere spiegato, perché allo stato dell’arte sfugge. Sfugge anche quanta parte degli oltre 30 miliardi di investimenti, nello stesso periodo ‘73-‘84, il «socio svizzero» abbia destinato specificatamente alla sicurezza. Il presidente Casalbore ha insistito molto per saperlo, ma il consulente ha spiegato che «dai bilanci non è possibile ricostruirlo», anche se ha aggiunto che «una parte di quei soldi è sicuramente riferibile a investimenti nella sicurezza». Ad esempio? Casalbore cercava qualche risposta precisa. E Bitti: «Costituzione e mantenimento del Sil (lo staff che faceva capo a Ezio Bontempelli e che doveva fare analisi negli stabilimenti sui valori della qualità dell’aria, ndr), mascherine e filtri, contratti di smaltimento (come quello stipulato con Enrico Bagna, per far portare via i rottami in discarica, ndr)».

Ma chi è questo «socio svizzero»? L’ha domandato l’avvocato di parte civile Sergio Bonetto. «Mi riferisco alle società che hanno sottoscritto le azioni di Eternit spa». Quali società? «Amiantus, Amindus e altre, tra cui la banca Ubs». Quindi è un soggetto informale? «Non sono in grado di dare una definizione di ‘’socio svizzero’’» ha insistito Bitti. E non ha ritenuto di verificare chi fosse? «Non mi è stata fornita la documentazione idonea per saperlo». Bonetto trasecola: «E lei, dottor Bitti, ha fatto tutta questa lunga indagine senza approfondire tale aspetto?». Magari qualche dettaglio in più potrebbe emergere alla prossima udienza con il secondo consulente della difesa (ieri assente per un impegno improvviso in Canada), dal quale Casalbore, più di tutto, vorrà sapere se conosce l’entità degli investimenti fatti dall’«innominato» socio svizzero nel settore della sicurezza.


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