This entry was posted on martedì, luglio 6th, 2010 at 09:24 and is filed under PROCESSO ETERNIT. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.
SILVANA MOSSANO
TORINO
«Sapevo che l’amianto è cancerogeno. Fin dagli anni Settanta ne sentivo parlare, a tavola, tra mio padre e mio fratello». Thomas Schmidheiny si presenta a testimoniare e, appena si siede davanti al tribunale torinese, promette: «Per quello che posso risponderò» anche se il processo per disastro doloso permanente si celebra contro suo fratello Stephan e il barone belga Louis de Cartier. «Io non mi sono mai occupato di amianto, quel settore era di competenza di Stephan». Ma in famiglia l’argomento ricorreva. «Ricordo che mio fratello cercava di convincere nostro padre a dismettere la produzione di amianto, ma era difficile trovare un prodotto alternativo che fosse accettato dal mercato» ha detto Thomas Schmidheiny. Eppure, in altri Paesi, lavorazioni sostitutive erano state adottate. Nelle fabbriche italiane no. Perché? La spiegazione più esauriente arriva dal Leodegar Mittelholzer, in Eternit dal ‘79 e amministratore delegato degli stabilimenti italiani dall’84, quando la barca tirava già su acqua ed era difficile un salvataggio. «C’era l’obbiettivo di dismettere l’amianto e, nella fase transitoria, limitare al minimo i danni che procurava. Ma per adottare un materiale alternativo era necessario che anche le nostre concorrenti si adeguassero, altrimenti, se lo faceva solo Eternit, il nostro prezzo di vendita sarebbe stato fuori mercato». I concorrenti, Fibronit e Sacelit, non mostrarono interesse e, così, in Italia l’amianto si continuò a usare. Anzi, nell’81-82 con un picco di vendite per le ricostruzioni dopo il terremoto dell’80 in Irpinia