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ALBERTO GAINO
TORINO
TORINO
Leodegar Mittelholzer è stato l’ultimo amministratore delegato dell’Eternit spa, la società italiana della multinazionale del cemento-amianto che chiuse i battenti e i quattro stabilimenti nel 1986, con il fallimento. Al processo spiega perché: «Sin dal 1980 in Italia c’era una fortissima crisi dell’edilizia cui era indirizzata la maggior parte della nostra produzione». Il pm Gianfranco Colace lo stoppa: «Dai vostri bilanci abbiamo ricavato che il boom della produzione fu nel biennio 1981-82». Fulminea la risposta del manager: «Lavorammmo moltissimo per la ricostruzione del post-terremoto di Napoli».
Siccome a quel tempo, la sola diversificazione produttiva – da fibre di amianto ad altri materiali – venne adottata nella produzione di vasi per fiori, va da sé che i prodotti per l’edilizia dell’Eternit fossero imbottiti del minerale per cui si celebra un maxiprocesso a Torino per 2889 vittime. Il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, in una scorsa udienza, è salita a Torino a testimoniare della sfilza di decessi fra i lavoratori dello stabilimento Eternit di Bagnoli (oltre 500 a causa delle inalazioni di fibre di amianto) aggiungendo che l’area circostante «ha un picco di morti per tumori polmonari e altro che val la pena approfondire con un’indagine epidemiologica ad hoc, già finanziata».
Adesso la rivelazione di quest’incredibile penultimo «regalo» prima della chiusura di Bagnoli. L’ultimo, in ordine di tempo, ha coinciso, gli anni scorsi, con la bonifica dell’area industriale e la scoperta di 100 mila tonnellate di sfridi di amianto sotto i capannoni dell’Eternit e nelle aree adiacenti, non occupate da nessuno, ma non di proprietà della multinazionale. Una bonifica completamente a carico della collettività per oltre 75 milioni di euro.
Costi umani e sociali altissimi emergono in questo processo per disastro doloso contestato a un barone belga di 89 anni, Louis de Cartier, e a Stephan Schmidheiny, erede di Max con il fratello Thomas, che ieri ha deposto. Raccontando come il padre assegnò a lui, il più vecchio dei due fratelli, il ramo della produzione di cemento e a Stephan quello della produzione del cemento-amianto.
«Del problema della pericolosità dell’amianto sentivo parlare a tavola fra mio padre e mio fratello. In termini generali: era presente la mamma». Tuttavia al desco di una delle famiglie più ricche e potenti del mondo si discuteva del rischio di cancro per i propri dipendenti, oltre di altro. «Ricordo che mio fratello sosteneva la necessità di utilizzare materiali alternativi all’amianto». In seguito alla sollecitazione del pm Sara Panelli alla sua memoria («Lei ci aveva dichiarato anche altro l’11 giugno 2004»), Thomas Schmidheiny ha riconosciuto che in quelle conversazioni familiari si accennava anche alla necessità di abbandonare gradualmente la produzione con fibre di amianto.
In Italia hanno chiuso prima le fabbriche Eternit del varo della legge nazionale che ha vietato, 1992, l’uso dell’amianto. La direttiva europea era del 1983. Se è per questo il riconoscimento del carcinoma polmonare come malattia professionale in sede internazionale risale al 1942 e della correlazione fra mesotelioma e amianto al 1964. Bontà sua, il vertice dell’Eternit informava i suoi manager della cancerogenicità dell’amianto almeno dal 1979. Quando l’ingegner Mittelholzer entrò a far parte del gruppo.
«Si doveva lavorare in sicurezza» ha precisato accennando come Eternit Italia investì 10-15 miliardi di lire in quel settore nel 1984, al suo arrivo al vertice. Cioè a poco dalla chiusura che, allora, era già in vista. «Il manuale di sicurezza fu adottato nel settembre 2004». Cosa comportava? «La sostituzione dei filtri degli aspiratori, la bagnatura dell’amianto prima dell’utilizzo nella produzione». Guariniello: «Anche l’apertura di lavanderie delle tute da lavoro?». Il manager: «Certo». E a successiva domanda, la sua risposta: «In Svizzera c’erano già».
Herr Mittelholzer si è occupato a lungo nel gruppo di tecnologie per sostituire l’amianto. «Furono trovate e con l’avallo della gerarchia sopra di me (la cui vertice c’era Stephan Schmidheiny) proposi ai concorrenti italiani di adottarle insieme. Avremmo avuto costi superiori, tutti quanti, ma la concorrenza non ne avrebbe risentito. Non si fece nulla, perché gli altri non vollero. E continuammo la produzione dei nostri manufatti in Italia ricorrendo all’amianto. Le leggi lo consentivano».