| SILVANA MOSSANO
TORINO |
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| Quelle mascherine? Banali. Inadatte, di carta e con il ferretto da stringere sul naso. Le tenevi su un po’, a dir tanto un’ora, poi le toglievi perché soffocavi. O magari le tiravi giù, a coprirti solo la bocca, lasciando libere le narici: da ridere! Come se potesse bastare riparare la bocca lasciando fuori il naso. Ma che efficacia avevano queste protezioni? «Un semplice effetto psicologico» ha commentato il professor Luigi Mara, consulente di parte civile (per Medicina Democratica e per alcune organizzazioni sindacali) al processo Eternit che si svolge a Torino contro il belga e lo svizzero accusati di disastro ambientale. Leggi il resto | |
Articolo di ottobre, 2010
| “Bastava applicare le precauzioni già note, ma i produttori facevano molta resistenza” |
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| SILVANA MOSSANO TORINO Si poteva evitare il disastro? Il nodo sta qui: accertare se Louis de Cartier e Stephan Schmidheiny avrebbero potuto adottare accorgimenti per azzerare o, almeno, limitare le morti dovute all’amianto. A oggi, malcontate, sono oltre 2200 le vittime in Italia, di cui 1600 nel Casalese (purtroppo è difficile star dietro ai numeri: solo a Casale e dintorni, si è arrivati a una cinquantina di nuove diagnosi di mesotelioma all’anno). La domanda, ieri, al processo Eternit, è stata posta esplicitamente dal pm Raffaele Guariniello al professor Luigi Mara, uno dei consulenti di alcune parti civili (tra cui Medicina democratica): «Adottando le misure preventive già note negli anni ‘30, ‘40 e oltre, si sarebbe potuto ridurre il rischio di esposizione e, quindi, di malattia?». Risposta: «Sì, certo. Non sarebbe stato eliminato totalmente il pericolo, ma diminuito fortemente sì». Leggi il resto |
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SILVANA MOSSANO CASALE MONFERRATO Si amplia la «multinazionale delle vittime dell’amianto» che si contrappone alla «multinazionale dei produttori» alcuni dei quali, il belga Louis de Cartier e lo svizzero Stephan Schmidheiny, sono imputati di disastro doloso permanente nel processo Eternit che si svolge a Torino. L’iniziativa giudiziaria piemontese è guardata con attenzione da più Stati, alcuni dei quali (la Francia ad esempio, ma anche il Brasile e altri) attendono l’esito dell’esempio italiano per procedere a propria volta. E, adesso, si mobilita pure la Spagna: Leggi il resto |
LA STAMPA, 5 OTTOBRE 2010
IL CONSULENTE DELLA DIFESA DICE CHE IL SOCIO SVIZZERO SBORSò MOLTO DENARO TRA AUMENTI DI CAPITALE, GARANZIE E ACQUISTO DI ASSET E INVESTIMENTI, MA NE EBBE BENEFICI MINIMI. E ALLORA CHE COSA LO SPINSE A INVESTIRE NEL CEMENTO AMIANTO?
SILVANA MOSSANO
TORINO
L’avventura imprenditoriale italiana nel settore del cemento amianto, a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, deve essere stato il peggior affare dell’industriale svizzero Stephan Schmidheiny, artefice di successi in ogni parte del mondo, mentre con Eternit spa ha speso un sacco di soldi, ne ha portati a casa una miseria e, in più, a distanza di anni, ora si trova pure imputato di disastro doloso permanente per i malati e i morti causati dal minerale che la società lavorava negli stabilimenti di Casale, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli. Leggi il resto
IN DIECI ANNI TRASFERIMENTI PER 75 MILIARDI DI LIRE E INVESTIMENTI PER OLTRE TRENTA. tUTTO PER PORTARE A CASA MENO DI QUATTRO MILIARDI. A CHE SCOPO?
ALBERTO GAINO
TORINO
L’amianto che uccide non è nemmeno stato evocato nella relazione contabile di tre ore letta e commentata oggi in aula dal commercialista romano Andrea Bitti. Il primo consulente dei difensori dell’imputato svizzero Stephan Schmidheiny che sia stato chiamato ad esprimersi traccia un quadro sconfortante della reddività della produzione di manufatti in cemento-amianto. E’ a quel punto che dei trecento presenti stamane nella maxi-aula del processo Eternit molti si saranno chiesti: perché ostinarsi ad impiegare il minerale-killer nonostante l’evidenza degli studi scientifici del ricercatore americano Selikoff (quello che i manager della multinazionale non avrebbero dovuto mai nemmeno nominare, ordine di Schmidheiny)?
Il quarantenne professionista, lavora per la società di revisione contabile Deloitte, legge i bilanci e propone queste cifre, che si preoccupa di definire subito «impressionanti»: 76 miliardi di lire trasferiti in poco più di 10 anni all’holding italiana dal socio svizzero sotto forma di aumenti di capitale, garanzie prestate e acquisto di asset, per non parlare dei 33 direttamente investiti nelle attività produttive. «Ricompensato» nello stesso arco di tempo con dividendi e royalty che «non arrivano ai 4 miliardi». Leggi il resto
