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	<title>Silvana Mossano</title>
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	<description>Pensieri &#38; Poesie</description>
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		<title>I costi del disastro-amianto (20.7.10 La Stampa)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 15:53:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LE SPESE SE L&#8217;E&#8217; ACCOLLATE LA COLLETTIVITA&#8217;
SILVANA MOSSANO
TORINO
Si fa la conta dei costi che il disastro ambientale da amianto ha causato alla collettività. Quanti soldi pubblici sono stati stanziati, fino a ora, per le bonifiche? Stefano Rigatelli, responsabile del settore Grandi rischi ambientali della Regione, al processo Eternit documenta fino al centesimo: «37.062.889,39 euro in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>LE SPESE SE L&#8217;E&#8217; ACCOLLATE LA COLLETTIVITA&#8217;</em></strong></p>
<p>SILVANA MOSSANO<br />
TORINO<br />
Si fa la conta dei costi che il disastro ambientale da amianto ha causato alla collettività. Quanti soldi pubblici sono stati stanziati, fino a ora, per le bonifiche? Stefano Rigatelli, responsabile del settore Grandi rischi ambientali della Regione, al processo Eternit documenta fino al centesimo: «37.062.889,39 euro in circa 15 anni». Non bastano: «Serviranno almeno altri 6 milioni per le bonifiche del polverino», per le quali non c’erano metodologie già sperimentate nel mondo. Gli interventi casalesi sono stati pionieristici; l’ha messi a punto Angelo Mancini, responsabile del Centro regionale amianto, diversificandoli a seconda del luogo: con allagamenti tipo risaia in cortili e piazze, con operazioni di sigillo e nebulizzazione nei sottotetti. Non è finita: l’ingegner Rigatelli fa presente che, lungo il percorso del canale che portava via i reflui dallo stabilimento al Po, sono stati trovati terreni inquinati da amianto. «Bisognerà bonificare anche quelli». Ovvio.<br />
Ma lo scontrino della spesa si allunga.<span id="more-493"></span> Quanti soldi pubblici sono stati sborsati per affrontare i casi di persone affette da patologie amianto-correlate? L’avvocato Maggiore, che tutela la Regione parte civile, chiama a testimoniare un altro dirigente, Vittorio Demicheli, responsabile del settore Sanità piemontese. Documentatissimo pure lui. Spesa numero uno: «2.519.300 euro è costata, dal ‘90 a oggi, la gestione del Registro regionale dei mesoteliomi». Inoltre, dei 2889 casi di malati e morti per amianto indicati nel processo torinese, si è accertato che 1695 sono in Piemonte, per lo più a Casale e Cavagnolo». Dei 1695, un’indagine basata su incrocio di dati, desunti da dimissioni ospedaliere, schede-diagnosi e certificati di morte, consente di conteggiare, tra il 1997 e il 2008, 839 pazienti. Per questi la spesa dei ricoveri è stata di circa 4 milioni e 200 mila euro, cui vanno aggiunti costi di indagine diagnostica e farmaci, da quantificare».<br />
Andiamo avanti. Qual è la proiezione di spesa per il futuro? «La stiamo valutando» ha spiegato Demicheli, definendo «ragionevole» la stima di altri 15 anni in cui si continuerà a manifestare il male: «non di meno». Attualmente, i casi di mesotelioma all’anno in Piemonte sono 250, di cui 50 a Casale, dove, ha detto, «c’è una vera epidemia, con incidenza di casi ben superiore a quella attesa».<br />
Bilancio riassuntivo: una cinquantina di milioni (malcontati, perché alcune voci non si è potuto ancora conteggiarle). Ebbene: a fronte di questo salasso, in che misura si sono offerti di contribuire il belga Louis de Cartier e lo svizzero Stephan Schmidheiny? Nemmeno un cent.<br />
Nell’87, alcuni casalesi di Legambiente, nata all’inizio degli anni ‘80, fecero forti pressioni perché «il Comune di Casale non tirasse fuori soldi per comprare i magazzini Eternit e i proprietari li dessero alla città gratuitamente come risarcimento dei danni ambientali e di salute compiuti in decenni» ha raccontato ieri al processo Vittorio Giordano, presidente della sezione casalese dell’associazione, chiamato a testimoniare dal legale Sergio Bonetto. «Chi ha inquinato paghi», questo lo spirito che li animava. L’appello era contenuto in volantini divulgati in quegli anni in cui la consapevolezza dei mali causati da amianto aumentava. Ha ricordato Giordano: «Ho anche conosciuto frate Bernardino Zanella, operaio all’Eternit che fece una relazione dettagliata sulla situazione ambientale nella fabbrica». Ora è in Sudamerica; Nicola Pondrano si è preso l’impegno di contattarlo per un incontro a dicembre a Casale. E poi, ha aggiunto Giordano, «abbiamo visto molti amici morire: da Piercarlo Busto, a Maria Rosa Pavesi, ad Angelo Tosi, capogiardiniere del Comune, fino al lutto recente di Luisa Minazzi, battagliera nella difesa dell’ambiente e forte nella sua personale battaglia con la malattia che l‘ha piegata nei giorni scorsi a 4 anni dalla diagnosi». Dove se lo sono presi quel male? «Mah, l’amianto era dappertutto: nei cortili, al campo dell’oratorio del Duomo dove giocavo a pallone, tennis, pallacanestro, in riva a Po, dove c’erano le baracche, meta di svago per moltissimi casalesi».<br />
E De Cartier e Schmidheiny? Neanche il finto gesto di metter mano al portafoglio: non in quanto imputati di un processo che deve ancora accertare se hanno avuto responsabilità dolose nel disastro, ma come padroni della fabbrica che ha reso loro congrui profitti. Non sentono la responsabilità etica di finanziare la ricerca di una cura fino a ottenere risultati di guarigione?</p>
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		<title>Piercarlo Busto, l&#8217;atleta stroncato a 33 anni (20.7.10 La Stampa)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 15:47:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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TORINO
«Si sapeva della polvere, ma si pensava che fosse qualcosa che riguardava i lavoratori dell’Eternit. Mio fratello, però, era impiegato in banca, e nessuno della mia famiglia ha mai lavorato nella fabbrica dell’amianto». L’avvocato Sergio Bonetto chiama a testimoniare, a Torino, Italo Busto (foto), come portavoce dell’Associazione nazionale esposti amianto. «Ecco &#8211; dice &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SILVANA MOSSANO</p>
<p>TORINO</p>
<p>«Si sapeva della polvere, ma si pensava che fosse qualcosa che riguardava i lavoratori dell’Eternit. Mio fratello, però, era impiegato in banca, e nessuno della mia famiglia ha mai lavorato nella fabbrica dell’amianto». L’avvocato Sergio Bonetto chiama a testimoniare, a Torino, Italo Busto (foto), come portavoce dell’Associazione nazionale esposti amianto. «Ecco &#8211; dice &#8211; la mia esperienza legata all’amianto comincia nel 1988: Piercarlo si ammalò a luglio. Era un atleta, mio fratello, andava anche ad allenarsi vicino al fiume passando per la strada dietro l’Eternit oppure saliva alla Panoramica, transitando davanti allo stabilimento, in via Oggero». Sarà lì che si è preso quella malora che gli ha ghermito i polmoni e gli ha aggredito la pleura? Oppure l’ha respirata, la fibra, perché abitava non distante dai magazzini Eternit di piazza d’Armi, vicino a strade percorse da camion carichi di manufatti d’amianto? A saperlo.<span id="more-490"></span> «Il professore di Pavia, quando seppe la provenienza di Piercarlo, disse subito ‘’Lei viene da Casale? Allora non è pleurite: è mesotelioma pleurico’’». Morì il 23 dicembre dello stesso anno. «Sui certificati di morte, allora, si scriveva semplicemente ‘’arresto cardiocircolatorio’’. Io &#8211; ricorda Italo Busto &#8211; mi sono opposto e ho preteso che si annotasse ‘’arresto cardiocircolatorio’’ sì, ma ‘’in persona affetta da mesotelioma’’». E il manifesto fu di per sé una denuncia lapidaria: «L’inquinamento da amianto ha tolto all’affetto dei suoi cari Piercarlo Busto, 33 anni». Sconcerto, dolore e, poi, reazione. «Il 18 marzo 1989 si costituì l&#8217;Associazione nazionale esposti amianto &#8211; ricorda Italo Busto -. Oltre a cercare contatti con altre città, anche all’estero, partecipammo, con la Camera del lavoro di Casale, alla raccolta di firme per ottenere il bando definitivo dell’amianto dall’Italia. In tre mesi, ottenemmo circa 15 mila adesioni». E la legge 257 fu emanata nel 1992.</p>
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		<title>Amianto, e noi continuiamo a parlarne (17.7.10 La Stampa)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 15:44:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Guariniello invitato in Brasile
Là come a Casale 30 anni fa
SILVANA MOSSANO
CASALE MONFERRATO
C’è chi dice che si esagera a continuare a parlare di amianto. Che troppo si è detto e che l’argomento non «tira» più. Costoro sono sicuramente dei fortunati perché non hanno mai visto da vicino un loro amico o un famigliare soffrire, prima ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Guariniello invitato in Brasile</em></strong></p>
<p><strong><em>Là come a Casale 30 anni fa</em></strong></p>
<p>SILVANA MOSSANO<br />
CASALE MONFERRATO<br />
C’è chi dice che si esagera a continuare a parlare di amianto. Che troppo si è detto e che l’argomento non «tira» più. Costoro sono sicuramente dei fortunati perché non hanno mai visto da vicino un loro amico o un famigliare soffrire, prima ancora che per gli effetti della malattia, per il terrore gelido nel momento in cui viene comunicata la diagnosi. E sono altresì degli invidiabili ottimisti perché sono certi che non ne verranno mai sfiorati. Costoro, ad esempio, ritengono che, grazie alla legge del ‘92 che vieta l’amianto in Italia, il problema sia stato cancellato dalla faccia della Terra. Invece, i suoi tentacoli mortali sono ancora in agguato e continueranno a tormentare cittadini ignari fino a quando dei ricercatori capaci, con il sostegno di adeguate risorse finanziarie, non troveranno una cura per «sfangarla». Costoro forse si illudono che l’amianto sia confinato a Casale?<span id="more-487"></span> In centinaia di città per 80 anni sono state vendute migliaia di tonnellate di tetti e tubi di «eternit» che, a dispetto del nome, non sono eterni, invecchiando si sfaldano. Costoro non vogliono credere che, come è scientificamente provato, il mesotelioma «ti piglia» anche se hai respirato una sola fibra e non serve prolungata esposizione (come è, invece, per l’asbestosi). Costoro pensano che, smettendo di parlarne, il problema si risolva da sé. Ma non è così. Lo dimostra un filmato, girato un paio di settimane fa dal documentarista Niccolò Bruna, in Brasile, dove l’estrazione e la lavorazione di amianto è in vigore come in altri luoghi del mondo. Là, ora, prevalgono le identiche argomentazioni che, qui, 30-40 anni fa, erano il «vangelo» delle lobby amiantifere. Gli «ingegneri dell’immagine», quelli che sanno come far passare messaggi rassicuranti (consigliando anche di togliere i manifesti da morto fuori dallo stabilimento&#8230; meglio non vedere), continuano a fare con diligenza il loro mestiere celando i pericoli ed evidenziando i benefici. Così, non i produttori, ma i loro operai, i medici, i sindacalisti intervistati da Niccolò Bruna dichiarano l’orgoglio di lavorare per l’Eternit, di vivere nella città di Minaçu, nata nel ‘67 nel bacino di una cava di amianto a cielo aperto, 33 mila abitanti come Casale, di ricavare dalla fabbrica benessere e progresso tanto da desiderare, come massima aspirazione, che «mio figlio, da grande, scelga di lavorare qui». Sono tranquilli perché sono stati persuasi che «la lavorazione dell’amianto, adesso, è sicura; il pericolo c’era sì, ma in passato». Uguale frase veniva dichiarata pubblicamente dai dirigenti Eternit 30 anni fa: i giornali lo documentano. I manuali, a uso interno dei vertici, e i verbali con le strategie di immagine predisposte dai professionisti di public relations, e che il pm Guariniello di Torino ha sequestrato, lo confermano. A instillare il dubbio nelle ferree convinzioni brasiliane proverà una delegazione di casalesi, tra cui Bruno Pesce e Nicola Pondrano, in un viaggio laggiù a fine agosto. E la Federazione nazionale dei procuratori della Repubblica del Brasile che si occupano di cause di lavoro ha invitato espressamente anche il pm Guariniello.<br />
Non se n’è parlato troppo di amianto. Non abbastanza. È lodevolissimo, quindi, che una giovane casalese, Eleonora Cortello, nella tesi con cui si è laureata nei giorni scorsi in Giurisprudenza ad Alessandria, dal titolo «La sorveglianza sanitaria sul luogo di lavoro», abbia voluto dedicare un capitolo al «Caso Eternit. Un esempio emblematico». E si continuerà a parlarne, al processo di Torino. Lunedì, all’ultima udienza prima della pausa estiva, i testimoni chiamati dall’avvocato di parte civile Sergio Bonetto sono: Italo Busto, fratello di Piercarlo, morto a 33 anni di mesotelioma (atleta, correva alla pista attigua all’Eternit), Vittorio Giordano, di Legambiente che, insieme a Luisa Minazzi e altri ambientalisti, ha condotto strenue battaglie, Alberto Deambrogio, che interviene per conto dell’Associazione italiana esposti amianto</p>
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		<title>Il fratello ricorda Piercarlo Busto (20.7.10 Il Monferrato)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 15:30:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MASSIMILIANO FRANCIA
TORINO
«Alla fine degli Anni Ottanta molto spesso veniva scritto sul certificato di morte &#8220;arresto cardiocircolatorio&#8221;. Ricordo che chiesi con determinazione che sul certificato di morte di mio fratello fosse precisato «in paziente affetto da mesotelioma pleurico».
Italo Busto, 49 anni, (nella foto) sentito ieri nel corso del processo amianto, ha evidenziato la sottovalutazione &#8211; soprattutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>MASSIMILIANO FRANCIA</p>
<p>TORINO</p>
<p><em>«Alla fine degli Anni Ottanta molto spesso veniva scritto sul certificato di morte &#8220;arresto cardiocircolatorio&#8221;. Ricordo che chiesi con determinazione che sul certificato di morte di mio fratello fosse precisato «in paziente affetto da mesotelioma pleurico».</em></p>
<p><strong>Italo Busto</strong>, 49 anni, (nella foto) sentito ieri nel corso del processo amianto, ha evidenziato la sottovalutazione &#8211; soprattutto in quell’epoca &#8211; della strage causata dall’amianto, che oggi è una tragica evidenza.</p>
<p>La morte del fratello Piercarlo, avvenuta a soli 33 anni nel 1988, fu un dolorosissimo lutto familiare ma anche un «ceffone» a una società che si scoprì amaramente esposta a un rischio che non riguardava solo una parte ma l’intera popolazione casalese.<span id="more-480"></span></p>
<p>Busto non aveva mai messo piede nella «fabbrica della morte» di via Oggero, faceva l’impiegato in banca a Morano e Mirabello e nessun altro in famiglia aveva mai lavorato all’Eternit.</p>
<p>Quindi non aveva respirato il nebbione che si creava in fabbrica quando si intasavano i filtri, non aveva abbracciato il papà quando rientrava dal lavoro con la tuta piena di polvere.</p>
<p>No, era l’amianto dell’Eternit che l’aveva raggiunto mentre camminava, rideva, faceva sport per le vie di Casale. Una via qualunque&#8230; tutte, perché le fibre erano ovunque.</p>
<p><em>«I camion carichi d’amianto -</em> ha ricordato Italo ieri in udienza &#8211; <em>passavano nei pressi di casa nostra».</em></p>
<p>In più Piercarlo che era uno sportivo andava spesso a correre al Ronzone.</p>
<p>Sul manifesto funebre la famiglia fece scrivere: <em>«L’inquinamento da amianto ha tolto all’affetto dei suoi cari Piercarlo Busto». </em></p>
<p>Il mesotelioma gli fu diagnosticato da un medico di Pavia in «modo molto brutale», come un fatto scontato per il solo fatto di provenire da Casale (dove avevano pensato a una pleurite).</p>
<p>Lo uccise in soli cinque mesi. Di lì partì l’impegno di Italo nella Associazione italiana esposti amianto, i contatti con le altre associazioni &#8211; soprattutto Francia e Inghilterra &#8211; la raccolta di firme (15mila in soli tre mesi) per chiedere la messa al bando dell’amianto, obiettivo che fu raggiunto nel 1992.</p>
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		<title>I giochi sul campetto di amianto (20.7.10 Il Monferrato)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 15:28:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MASSIMILIANO FRANCIA
TORINO
«Quando il campetto era in terra battuta ci si giocava solo a pallone. Poi è stato pavimentato con il polverino.Allora era tutto bello compatto, tutto grigio e giocavamo anche a tennis, pallacanestro e pallavolo&#8230;».
Insomma, non ci si bagnava più i piedi, ma ci si avvelenava &#8211; senza saperlo &#8211; i polmoni.
«Spesso veniva bagnato, perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>MASSIMILIANO FRANCIA</p>
<p>TORINO</p>
<p>«Quando il campetto era in terra battuta ci si giocava solo a pallone. Poi è stato pavimentato con il polverino.Allora era tutto bello compatto, tutto grigio e giocavamo anche a tennis, pallacanestro e pallavolo&#8230;».</p>
<p>Insomma, non ci si bagnava più i piedi, ma ci si avvelenava &#8211; senza saperlo &#8211; i polmoni.</p>
<p><em>«Spesso veniva bagnato, perché era polveroso&#8230; correndoci sopra si sgretolava».</em></p>
<p><strong>Vittorio Giordano</strong>, ambientalista, ha raccontato ieri al processo amianto uno dei tanti e inquietanti episodi di convivenza con l’amianto di una intera città, con l’Eternit che non ha lesinato rischi a nessuno, neppure ai bimbi che andavano a giocare all’oratorio, nel suo caso quello del Duomo.</p>
<p>Cortile che deve essere bonificato ancora oggi.<span id="more-477"></span></p>
<p>E poi il tempo libero passato a Po, nelle baracche, bungalow degli Anni Sessanta per un fiume che era come il mare, dove si pescava, si prendeva il sole e si facevano grigliate.</p>
<p>Il problema &#8211; ha aggiunto Giordano &#8211; era emerso già a metà degli Anni Settanta con il frate Bernardino Zanella, che lavorava all’Eternit e descriveva la condizioni di lavoro «infernali» dentro la fabbrica,</p>
<p>E la tematica amianto fu subito all’attenzione &#8211; con il nucleare &#8211; di Legambiente, nata nei primi anni Ottanta. Nel 1987 già c’erano parecchie vittime e poi l’anno successivo la morte di Piercarlo Busto mise al realtà sotto gli occhi di tutti.</p>
<p>Giordano ha raccontato anche di avere ricevuto &#8211; come presidente di Legambiente a metà anni Novanta &#8211; telefonate di persone che si informavano sulla qualità dell’aria perché dovevano magari trasferirsi in città per lavoro.</p>
<p>Legambiente chiese al Comune di impegnarsi per ottenere un risarcimento dall’Eternit, «dai padroni svizzeri e belgi», convinti che non fosse giusto comprare gli ex magazzini per bonificarli quando avevano dato tanto danno alla città.</p>
<p>Ma Giordano ha anche ricordato Luisa Minazzi e il suo impegno intelligente, pragmatico, coraggioso, per la ricerca, la bonifica, la giustizia. E gli altri amici ambientalisti uccisi dall’amianto, Angelo Tosi, giardiniere del Comune e Maria Pavesi.</p>
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		<title>Epidemia di mesotelioma (20.7.10 Il Monferrato)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 15:26:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
				<category><![CDATA[PROCESSO ETERNIT]]></category>

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		<description><![CDATA[MASSIMILIANO FRANCIA
TORINO
«Ha parlato di epidemia di mesotelioma a Casale, perché»?
È la domanda che il pm Raffaele Guariniello ha rivolto a Vittorio Demicheli, direttore del comparto Sanità della Regione Piemonte chiamato a deporre dalla stessa Regione stessa, che si è costituita come parte civile nel processo Eternit in corso a Torino.
«Si parla di “epidemia” (niente che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>MASSIMILIANO FRANCIA</p>
<p>TORINO</p>
<p>«Ha parlato di epidemia di mesotelioma a Casale, perché»?</p>
<p>È la domanda che il pm Raffaele Guariniello ha rivolto a Vittorio Demicheli, direttore del comparto Sanità della Regione Piemonte chiamato a deporre dalla stessa Regione stessa, che si è costituita come parte civile nel processo Eternit in corso a Torino.</p>
<p>«Si parla di “epidemia” (niente che fare con le malattie infettive, ovviamente, conta solo l’esposizione, ndr) quando si verifica una incidenza superiore all’attesa. E a Casale sicuramente ci troviamo di fronte a una epidemia. Nel resto del mondo possiamo attenderci un certo numero di casi, ma la situazione di Casale è decisamente anomalo, decisamente superiore all’attesa», ha spiegato Demicheli che è medico e oltretutto epidemiologo.<span id="more-474"></span></p>
<p>Su 250 casi di tumori amianto-correlati registrati ogni anno in Piemonte una cinquantina sono a Casale, aveva spiegato Demicheli poco prima.</p>
<p>Ma l’altra anomalia fortemente significativa è il fatto che su 50 casi ormai una quarantina si riscontrano tra i comuni cittadini, e non tra lavoratori che in passato sono stati esposti all’asbesto. E nelle altre zone questo tipo di casi si attestano su «livelli insignificanti. A Casale e i veri colpiti sono i cittadini, in Italia non abbiamo un esempio confrontabile&#8230;».</p>
<p>Fino a quando si morirà per l’amianto dell’Eternit, allora?, ha incalzato il magistrato.</p>
<p>«Almeno 15 anni ma potrebbero essere di più&#8230;».</p>
<p>Un termine calcolato non dalla chiusura dello stabilimento ma dalla «presenza ambientale della fibre e immaginando una latenza di 30 anni».</p>
<p>In sostanza – ha precisato il presidente del Tribunale Giuseppe Casalbore &#8211; «c ’è ancora il pericolo dell’esposizione! È così?».</p>
<p>«Si&#8230;».</p>
<p>I casi spia</p>
<p>Ma un altro elemento che fa riflettere è che altrove in Piemonte &#8211; ha spiegato Demicheli &#8211; il tumore della pleura è solitamente talmente «raro che si partiva da un caso per scoprire luoghi contaminati».</p>
<p>Il disastro permanente</p>
<p>Una valutazione che &#8211; dal punto di vista medico-scientifico &#8211; conferma implicitamente l’accusa di disastro doloso permanente contestata dal pm Raffaele Guariniello, agli imputati imputati Stephan Schmidheiny e Jean Louis Marie Ghislain de Cartier de la Marchienne accusati dalla Procura di Torino anche di inosservanza delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro.</p>
<p>L’accusa è che il rischio non è cessato perché gli imputati, dopo avere disperso materiale pericoloso sul territorio con l’attività di lavorazione dell’amianto e uno smaltimento criminale degli scarti di lavorazione provocando un grave e diffuso inquinamento ambientale, hanno chiuso baracca e burattini senza fare niente per limitare il danno e i l pericolo rischi a cui sono esposte intere comunità.</p>
<p>I costi regionali</p>
<p>Demicheli ha anche parlato di costi. Delle 2.889 vittime individuate dalla Procura nel capo di imputazione 1.695 sono piemontesi, perlopiù di Casale e Cavagnolo.</p>
<p>La verifica, tuttora in corso, ha consentito di capire che per 839 di essi (i casi dal 1997 al 2008, in cui la verifica è più veloce), sono stati spesi dalla Regione 4,2 milioni di euro per curare i malati d’amianto. Ne deriverebbe una spesa di circa 5000 euro per paziente, senza contare il costo dei farmaci e degli accertamenti diagnostici.</p>
<p>Secondo indiscrezioni (Demicheli non ha fatto cifre che non fossero certe) il costo effettivo sarebbe di 12-15mila euro a paziente.</p>
<p>Costi che saranno proiettati sui casi attesi nei prossimi anni per fare una previsione di spesa.</p>
<p>La ricerca</p>
<p>Tra le spese sostenute dalla Regione c’è anche l’istituzione del Registro regionale dei mesoteliomi, attivato nel 1990 e per il quale sono stati spesi circa 2,5 milioni di euro.</p>
<p>Poi il finanziamento per la ricerca scientifica, che fino al 2008 è sempre stata «a tema libero» ma che proprio per questa problematica ha registrato moltissime iniziative sul patologie dell’amianto, ha evidenziato Demicheli.</p>
<p>Nel 2009 con l’istituzione del Centro Regionale Amianto è stato poi fatto un bando specifico stanziando 300mila euro.</p>
<p>Il Centro «coordina attività che già esistevano, di nuovo o aggiuntivo non è stato fatto niente», ha spiegato Demicheli.</p>
<p>Costo di un anno e mezzo di attività è 740mila euro.</p>
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		<title>La città dai tetti bianchi (13.7.10 La Stampa)</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 07:22:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Così la riconoscevano i piloti inglesi e americani in tempo di guerra: per i tetti imbiancati dall&#8217;amianto
SILVANA MOSSANO
TORINO
«Casale, vista dall&#8217;alto, era la “città bianca”, perché i tetti erano imbiancati di polvere, tanto da essere ben riconoscibile ai piloti dell&#8217;aviazione inglese e americana in tempo di guerra». Lo spaccato storico della factory town che per 80 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Così la riconoscevano i piloti inglesi e americani in tempo di guerra: per i tetti imbiancati dall&#8217;amianto</em></strong></p>
<p>SILVANA MOSSANO<br />
TORINO<br />
«Casale, vista dall&#8217;alto, era la “città bianca”, perché i tetti erano imbiancati di polvere, tanto da essere ben riconoscibile ai piloti dell&#8217;aviazione inglese e americana in tempo di guerra». Lo spaccato storico della factory town che per 80 anni ha legato la propria esistenza all&#8217;Eternit affiora dai ricordi pacati e amari del testimone Gianni Turino, chiamato, al processo per disastro doloso permanente contro il belga Louis de Cartier e lo svizzero Stephan Schmidheiny, dai patroni di parte civile della Cisl, Roberto Nosenzo e Roberto La Macchia. Non è stato un sindacalista, Turino, né un dipendente della fabbrica dell&#8217;amianto, ma è vissuto, da quando è nato fino a una quindicina di anni fa, al Rotondino del Ronzone, cento metri dallo stabilimento. Una vita intrisa di quella polvere che si appoggiava sui grappoli d&#8217;uva staccati dalla vigna, che si depositava sui davanzali delle finestre, che impregnava le ore di gioco lunghe quanto la luce del giorno trascorse alla discarica dell&#8217;amianto, vicino al Po, a giocare a «scüdlin». Per tirarla via d&#8217;addosso, quella polvere, alla sera, ti mettevano a bagno nella «basla» (bacinella). <span id="more-471"></span><br />
È la storia di una comunità che dall&#8217;Eternit ha «ricavato benedizione e maledizione &#8211; ha detto Turino -: la benedizione di un posto di lavoro che consentiva di migliorare il tenore di vita, e la maledizione che avrebbe portato più in fretta in via Negri», la dislocazione del cimitero casalese. Turino che, oltre a essere stato dirigente per la Cementeria Marchino, è anche giornalista pubblicista, racconta, in aula, alla diciannovesima udienza segnata dal lutto per Luisa Minazzi, quello che ha già narrato molte volte in articoli e libri amarcord, come «Eravamo tutti ricchi di sogni», di cui sia il tribunale sia la procura ha acquisito copia. Da quelle pagine, così come dalle risposte alle domande di ieri mattina, spuntano i ricordi vivi e i nomi degli amici inghiottiti dalla polvere e che fanno inceppare di commozione la voce del casalese. È stato un testimone bambino e un testimone adulto, che ha visto «i govoni che aspiravano la polvere da dentro la fabbrica e la buttavano fuori ‘’a uso e consumo’’ di tutta la popolazione». E, a proposito del polverino, «quello che non si respirava prima, finiva nella discarica, oppure nei cortili, nei solai, nei campi da fulbal». E nei canali che andavano al Po; «noi bevevamo quell&#8217;acqua, perché il fondale di amianto la faceva sembrare più limpida». Ma c&#8217;era anche tutta la polvere che si diffondeva sia nella frantumazione dei manufatti rotti nell&#8217;area dell&#8217;ex Piemontese (e che arrivava anche dagli altri stabilimenti Eternit d&#8217;Italia, Turino stesso ha visto partire da Siracusa i camion carichi di scarti diretti a Casale) sia nel successivo trasferimento allo stabilimento di via Oggero tramite un motocarro a tre ruote, scoperto. E che ci si ammalava di quella polvere lo si sapeva? «Certamente». Si sapeva dell&#8217;asbestosi e anche del mesotelioma? «Pacifico», ma i lavoratori del settore avevano paura a dirlo, tanto quelli dell&#8217;Eternit tanto quelli di altre ditte concorrenti come la Fibronit, che operava a Bari e a Broni, e la Sacelit del gruppo Italcementi. C&#8217;era paura a dirlo perché «si temevano ritorsioni». Una per tutte: «Chiudiamo la fabbrica»; per migliaia di persone significava non avere più di che sfamare la famiglia. E poi c’era il timore di finire nei reparti più appestati. Ad esempio in quel posto spaventevole che erano «le vasche»: «Ecco &#8211; ha esemplificato Turino &#8211; se Dante dovesse riscrivere la Divina Commedia, metterebbe il proprio Inferno al posto del Paradiso e l&#8217;Inferno vero lo collocherebbe lì, alle vasche dell&#8217;Eternit». C&#8217;era stata la promessa di costruire uno stabilimento nuovo in cui produrre manufatti con una fibra alternativa all&#8217;amianto «come già si faceva in Belgio», ma costava troppo, i concorrenti nicchiavano, e il progetto rimase un&#8217;idea.</p>
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		<title>I rilievi si facevano sul pulito (13.7.10 La Stampa)</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 07:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[19 a UDIENZA PROCESSO ETERNIT
SILVANA MOSSANO
TORINO
Negli anni ‘70 l’impegno della Camera del lavoro di Casale era quasi totalmente incentrato sulla lotta all’amianto». Lo testimonia Silvana Tiberti, attuale segretario provinciale Cgil, che, a quell’epoca, frequentava «la Camera del lavoro casalese come delegata sindacale per il settore bancario». D’altronde come si poteva non tener conto dei racconti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>19 a UDIENZA PROCESSO ETERNIT</em></strong></p>
<p>SILVANA MOSSANO</p>
<p>TORINO</p>
<p>Negli anni ‘70 l’impegno della Camera del lavoro di Casale era quasi totalmente incentrato sulla lotta all’amianto». Lo testimonia Silvana Tiberti, attuale segretario provinciale Cgil, che, a quell’epoca, frequentava «la Camera del lavoro casalese come delegata sindacale per il settore bancario». D’altronde come si poteva non tener conto dei racconti che arrivavano dalla fabbrica? Chiamato da uno dei legali di parte civile della Cgil, Laura D’Amico, l’ex operaio casalese Angelo Gnocco ha raccontato delle mansioni dure nel reparto tubi («un disastro»), e alle lastre e al mulino Hazemag. Gli diagnosticarono l’asbestosi. Lo assegnarono, dopo, a una mansione meno rischiosa? «No, mi davano l’indennizzo per la polvere e si andava avanti così». Il cliché non mutava negli altri stabilimenti. Lo ha testimoniato con dettagliata precisione Giorgio Corradini, presenza lunga più di 20 anni all’Eternit di Rubiera, operaio prima, negli uffici poi, e sempre nel consiglio di fabbrica. «Sapevamo che l’amianto non era una torta e, quindi, faceva male, ma fino a un certo punto non pensavamo facesse morire». I rilievi delle polveri venivano eseguiti, «ma il caporeparto era preavvertito. Quando ci ordinavano le pulizie, ‘’ecco &#8211; commentavamo noi -, arriva il Bontempelli da Casale per l’ispezione’’». Quindi i campionamenti si facevano sul pulito, tanto che «vedi? &#8211; ci dicevano &#8211; qui siamo sotto il livello di legge. Era un po’ sopra alle ‘’taglierine’’, ma appena appena». E, poi, che c’era da lamentarsi? «Un giorno ci portarono su una strada trafficata e misurarono lì il valore della polvere: era ben più elevato che nello stabilimento. Almeno, così ci dissero, e io allora mi fidavo che i rilievi fossero fatti correttamente». D’altronde a Rubiera di solito non c’erano motivi di tensione: «mai un dissidio per contratti e salari; solo quando si parlava di salubrità ambientale si incontravano le resistenze della dirigenza!».</p>
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		<title>Con la fascia a lutto per Luisa Minazzi</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 07:10:24 +0000</pubDate>
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Alla diciannovesima udienza del processo Eternit su La Stampa 13.7.2010


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Fascia nera a lutto per ricordare Luisa Minazzi, la direttrice didattica casalese che ha dovuto cedere al mesotelioma dopo avergli tenuto testa coraggiosamente per 4 anni. La fascia è stata indossata dai molti casalesi ieri a Torino al processo Eternit



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			<content:encoded><![CDATA[<table style="height: 100%;" border="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2">Alla diciannovesima udienza del processo Eternit su La Stampa 13.7.2010</td>
</tr>
<tr>
<td align="left"><script type="text/javascript">// <![CDATA[
							//alert(cont);
							if(cont==1){</p>
<p>							immagine('20100713/foto/H10_4443.jpg');</p>
<p>							}
// ]]&gt;</script><a href="javascript:showimg('../../contenuti/20100713/foto/H10_4443.jpg')"><img src="http://carta.lastampa.it/carta/contenuti/20100713/foto/H10_4443.jpg" border="0" alt="Clicca sull immagine per ingrandirla" width="150" align="right" /></a></td>
<td>Fascia nera a lutto per ricordare Luisa Minazzi, la direttrice didattica casalese che ha dovuto cedere al mesotelioma dopo avergli tenuto testa coraggiosamente per 4 anni. La fascia è stata indossata dai molti casalesi ieri a Torino al processo Eternit</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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		<title>Il racconto del &#8220;ragazzo del Ronzone&#8221; (13.7.10 Il Monferrato)</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 07:08:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[GIANNI TURINO TESTIMONE AL PROCESSO
MASSIMILIANO FRANCIA
TORINO
«L’Eternit dava due sicurezze: una era quella economica, l’altra era quella di andare a finire prima in via Negri&#8230; al cimitero&#8230;».
È uno dei passaggi della deposizione di Gianni Turino, ronzonese doc, nato e cresciuto al Rotondino, che la polvere e l’amianto l’ha vista, vissuta, respirata, praticamente insieme al latte nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>GIANNI TURINO TESTIMONE AL PROCESSO</p>
<p>MASSIMILIANO FRANCIA</p>
<p>TORINO</p>
<p>«L’Eternit dava due sicurezze: una era quella economica, l’altra era quella di andare a finire prima in via Negri&#8230; al cimitero&#8230;».</p>
<p>È uno dei passaggi della deposizione di Gianni Turino, ronzonese doc, nato e cresciuto al Rotondino, che la polvere e l’amianto l’ha vista, vissuta, respirata, praticamente insieme al latte nel biberon, se l’è trovata a «scricchiolare» sotto i denti quando &#8211; per tanto che si lavasse &#8211; mangiava l’uva o i pomodori raccolti (o forse fregati!) da «gagno» negli orti del quartiere. «Per questo ogni tanto le discussioni sugli svizzeri e i belgi», i padroni dell’Eternit, si facevano «animate e spuntava qualche epiteto pesante &#8230; Bastàrd&#8230;».<span id="more-462"></span></p>
<p>Una deposizione col tocco dell’affabulatore, a fil di voce per la raucedine, con l’aula che si è fatta silenziosa per ascoltare quel «ragazzo del Ronzone» che ha ricordato che «tutte le mattine nel quartiere c’erano due o tre dita di pulviscono&#8230; L’ho scritto ricordando purtroppo un sacco di gente&#8230;».</p>
<p>A voler scavare, come ha fatto Turino, nei suoi begli articoli e nel suo libro &#8211; Eravamo tutti ricchi di sogni (pubblicato dall’editrice «Il Monferrato» e acquisito ieri agli atti dell’inchiesta) a voler scavare sotto la polvere &#8211; verrebbe da dire &#8211; le storie saltano fuori, ma si vede bene anche il filo rosso che accomuna la sorte di tanti, tantissimi di quelli del Rotondino che se ne sono andati: quella polvere maledetta che l’Eternit &#8211; ha raccontato Turino- buttava fuori con dei ventoloni che pescavano l’aria da dentro e la sputavano fuori «a uso e consumo della comunità&#8230; Non per niente gli inglesi e gli americani chiamavano Casale “la città bianca”».<!--more--></p>
<p>Oppure con i mezzi che andavano su e giù tutto il giorno pieni di rottami a scaricarli lungo il Po: «E il polverino che non si respirava prima, finiva nella discarica con i ritagli o nelle strade o nei solai per isolare dal freddo&#8230;», ha spiegato Turino rispondendo a un domanda del pm Raffaele Guariniello che gli chiedeva cosa facesse l’Eternit degli scarti di lavorazione.</p>
<p>Sulla discarica col tempo è cresciuto un pezzo di città: «Da dove scorreva il Po a dove scorre adesso ci sono 700-800 metri. E sopra ci hanno fatto quattro campi da calcio, un supermercato e la pista ciclabile. Fa ridere oggi quando chiedono le perizie per individuare i posti in cui c’è l’amianto. Bisognerebbe chiedere perizie per individuare quelli in cui non c’è&#8230;».</p>
<p>«Col motocarro il Pietro Lombardi andava su e giù tutto il giorno, otto ore al giorno tutti i giorni dell’anno», caricava i rottami e il polverino col badile e poi lo ribaltava lungo il Po «dove noi ragazzini andavamo a giocare».</p>
<p>In riva al Po arrivavano anche i «ruscelli dell’Eternit», canali che portavano le acque reflue della fabbrica, una melma che produceva vere e proprie «sabbie mobili che erano pericolose e dove ci sono stati diversi incidenti, anche se non mortali&#8230;».</p>
<p>Se l’amianto non te lo trovavi al lungo il Po finivi per beccartelo all’oratorio (come è successo al Duomo) o all’asilo (come al Cova), nel cortile di casa, negli stradini di campagna degli orti&#8230; Insomma non c’era quasi scampo. «Il polverino si bagnava per farlo diventare duro, ma diventava duro solo il cemento e l’amianto andava in giro e si respirava&#8230;».</p>
<p>Poi a Casale hanno fatto l’impianto di frantumazione e allora &#8211; apriti cielo &#8211; arrivavano gli scarti di tutta l’Italia.</p>
<p>Turino che lavorava per un cementificio li ha visti partire da Siracusa «dove avevano fatto, non so come fosse stato possibile, lo stabilimento nel primo insediamento greco d’Occidente».</p>
<p>Arrivavano a Casale i camion e li scaricavano all’ex Piemontese, poi senza alcuna precauzione gli addetti ci salivano sopra con dei mezzi dotati di cingoli e lo sminuzzavano. Di lì finiva al mulino Hazemag.</p>
<p>«Hanno scaricato milioni di tonnellate di materiale e adesso hanno fatto le analisi e ci hanno detto che non ce n’è più; io l’ho scritto: “Allora diteci dov’è finito&#8230;”».</p>
<p>La denuncia di Lajolo</p>
<p>Turino ieri al processo che vede imputati lo svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis Marie Ghislain de Cartier de la Marchienne &#8211; accusati dalla Procura di Torino di disastro doloso permanente e inosservanza delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro &#8211; ha raccontato altri due episodi significativi, non dell’epopea del Rotondino e del Ronzone, ma di una inchiesta fatta da Davide Lajolo su «L’Unità» nel 1964 in cui si parlava del tumore al polmone e lo si chiamava «mesotelioma».</p>
<p>Lo stesso anno della Conferenza di New York, quella in cui il medico americano Irving Selikoff dice tutto sul rischio amianto, compresa l’esposizione ambientale.</p>
<p>Articoli che Lajolo scrisse su Casale e su Broni &#8211; ha evidenziato Turino &#8211; posti dai quali quando arrivava un paziente &#8211; diceva il professor Moncalvo dell’Università di Pavia &#8211; si poteva già fare la diagnosi&#8230; Pensavo che con quegli articoli succedesse il finimondo, e invece&#8230;».</p>
<p>Cosa significa «il finimondo?», gli ha chiesto il presidente del tribunale Giuseppe Casalbore.</p>
<p>«Era tutto così evidente e detto in modo così autorevole che credevo che avrebbe dovuto produrre la conseguenza di affrontare il problema e obbligare la società ad adottare misure di sicurezza&#8230;».</p>
<p>E poi &#8211; ancora nel 1967 &#8211; Turino partecipa alla trattativa nazionale per il rinnovo del contratto di settore, e pone la questione del mesotelioma perché i dipendenti di Eternit e Fibronit &#8211; che erano i veri interessati &#8211; «a buon titolo» temevano che se lo avessero fatto loro ci sarebbero state ritorsioni: «Allora esposi il problema e il direttore generale dell’Eternit disse rivolto a me: “Ma cosa vuole quella faccia di merda&#8230;”?».</p>
<p>«Se ne fece una mozione che però non entrò nel contratto; il problema però era conosciuto, era pacifico&#8230;».</p>
<p>Così &#8211; ha spiegato Turino &#8211; il finimondo non ci fu, lo stabilimento nuovo che avrebbe dovuto consentire lavorazioni amianto-free non si fece mai perché anche se l’Eternit guadagnò una fortuna «con un prodotto a bassa tecnologia, a basso costo e con una resa immensa.</p>
<p>«Perhcé la nuova tecnologia» non avrebbe reso abbastanza..</p>
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