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	<title>Silvana Mossano</title>
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	<description>Pensieri &#38; Poesie</description>
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		<title>Recensione su Il Piccolo, 26.11.2010</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 20:17:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
				<category><![CDATA[MALAPOLVERE]]></category>

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		<description><![CDATA[ENRICO SOZZETTI La vastità del dramma dell’amianto, delle morti per mesotelioma, di una ferita lacerante destinata a sanguinare ancora per anni è in quel “peduncolo bianchiccio”. In quella “virgola sbilenca incisa nella massa scura”. Sono le prime parole, a pagina 14, del capitolo di apertura ‘Il sospetto’. Il finale, che fine non è, a pagina [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">ENRICO SOZZETTI</span></div>
<div><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">La vastità del dramma dell’amianto, delle morti per mesotelioma, di una ferita lacerante destinata a sanguinare ancora per anni è in quel “peduncolo bianchiccio”. In quella “virgola sbilenca incisa nella massa scura”. Sono le prime parole, a pagina 14, del capitolo di apertura ‘Il sospetto’. Il finale, che fine non è, a pagina 42. In mezzo, la storia di Angela, il sospetto del mesotelioma, quel versamento pleurico che a Casale Monferrato significa solo la condanna. La protagonista è Angela, ma si può chiamare anche Enza, Piercarlo, Mauro, Franco, Paolo, Piero, Gabriella, Luisa. Sono alcune delle storie vere raccolte da Silvana Mossano, giornalista di Casale (città al di fuori della quale «non ha mai pensato di stare »), che nel libro “Malapolvere &#8211; Una città si ribella ai ‘signori’ dell’amianto” ha scelto tre modi differenti di raccontare trent’anni di azienda, sviluppo economico e malattie professionali. Ma forse basterebbe il racconto iniziale. <span id="more-715"></span>Perché procedendo nella lettura, dal momento della scoperta del versamento pleurico in avanti, si viene attanagliati dalle stesse «unghie appuntite e gelide che si conficcano a raggiera nella fronte e nella nuca» della protagonista. La terza parte del volume è la cronaca del rapporto, nei decenni, fra l’Eternit e Casale. Tutto il volume di 192 pagine è permeato da una fortissima tensione emotiva, ma un libro così mancava? Silvana Mossano, da cronista, risponde ricorrendo a due parole che valgono l’intero “Malapolvere”: è troppo poco “non dimenticare”, è molto di più “volere ricordare”. Il volume, in libreria da oggi, verrà presentato il 10 dicembre, alle 21, al Circolo Ricreativo Comunale Casalese in via Visconti 2 (per i casalesi è l’ex Dopolavoro Eternit). </span></div>
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		<title>Commenti a &#8220;Le furberie dell&#8217;Eternit&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:28:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molto chiaro e stringato nello stesso tempo. Complimenti Franco C. eh, i furbetti, peccato che l&#8217;inevitabile &#8220;redde rationem&#8221; venga a strage compiuta e in corso! Grazie Sil.per l&#8217;attenzione.(Aldo Timossi) Ciao cara Silvana, quanto disprezzo per la vita umana!  Mi viene in mente una frase di Cyrano:    &#8230;&#8230;&#8230;..&#8221;deve esserci, lo sento, in terra o in cielo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;">Molto chiaro e stringato nello stesso tempo. Complimenti Franco C.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;">eh, i furbetti, peccato che l&#8217;inevitabile &#8220;redde rationem&#8221; venga a strage compiuta e in corso! Grazie Sil.per l&#8217;attenzione.(Aldo Timossi)</span></p>
<p>Ciao cara Silvana, quanto disprezzo per la vita umana!  Mi viene in mente una frase di Cyrano:    &#8230;&#8230;&#8230;..&#8221;deve esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto?&#8221;&#8230;&#8230;&#8230;.<br />
Sempre grazie per il tuo lavoro, un abbraccio, Bruna Casati</p>
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		<title>Le &#8220;furberie&#8221; dell&#8217;Eternit&#8230; La Stampa, 4.12.10</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:24:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
				<category><![CDATA[PROCESSO ETERNIT]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; per scalzare la concorrenza SILVANA MOSSANO TORINO All’Eternit avevano capito come fare per contenere la polverosità al di sotto del limite di 1 fibra per centimetro cubo. Ma un esame incrociato di documenti, appunti, verbali di audizioni fa emergere che lo sforzo degli amiantiferi, negli stabilimenti italiani, con i campionamenti sulla polverosità eseguiti dal [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8230; per scalzare la concorrenza</strong></p>
<p>SILVANA MOSSANO</p>
<p>TORINO</p>
<p>All’Eternit avevano capito come fare per contenere la polverosità al di sotto del limite di 1 fibra per centimetro cubo. Ma un esame incrociato di documenti, appunti, verbali di audizioni fa emergere che lo sforzo degli amiantiferi, negli stabilimenti italiani, con i campionamenti sulla polverosità eseguiti dal Sil che faceva capo a Ezio Bontempelli, non era motivato da convinta sensibilità ambientale.</p>
<p>Il dottor Stefano Silvestri, ricercatore dell&#8217;Epidemiologia Ambientale Occupazionale Istituto Studio e Prevenzione oncologica di Firenze, consulente della procura al processo Eternit di Torino, ha sì riconosciuto che, specialmente da fine Anni ’70 ai primi anni ’80, a Casale investimenti ne furono attuati, ma lo scopo primario era migliorare e incrementare il sistema produttivo. Certo che aver adottato apparecchiature più moderne ed efficienti ha avuto, come conseguenza, anche una diminuzione della polverosità, ma il sistema di prevenzione, non attuato nella sua completezza, è stato inefficace; il consulente ha fatto notare che è risultato monco in alcune parti essenziali: di formazione degli addetti non c’è traccia così come della realizzazione di una lavanderia interna per evitare che gli abiti da lavoro uscissero dalla fabbrica per essere portati a casa, con ovvia dispersione di fibre lungo il tragitto e, soprattutto, nelle abitazioni degli operai. Negligenze veniali a fronte di uno sbandierato esempio di imprenditoria illuminata e attenta ai problemi ambientali o furono messe in atto sottili furberie? Il dottor Silvestri le ha stanate.<span id="more-709"></span></p>
<p>«Nel ‘65 – riassume il consulente – esce la legge 1124 che impone alle industrie che impiegano silice e amianto di versare un sovrappremio all’Inail, destinato agli indennizzi per i lavoratori professionalmente esposti in caso di sviluppo di malattie». Alle aziende la normativa non piace per niente, cercano scappatoie e chiedono di precisare l’esposizione al rischio, descritta in modo generico. L’Inail, a sua volta, interroga il ministero sul punto e il ministero gli indica informalmente come regolarsi: visto che in Italia non c’è una norma che fissa un limite per la concentrazione delle fibre, farà pagare il sovrappremio alle aziende che non stanno al di sotto della metà del cosiddetto «Tlv», cioè il limite di soglia che all’epoca era stato stabilito negli Usa e rappresentava l’unico riferimento. Nel ‘72, il Niosh (Istituto americano di ricerca per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro) indicò in 2 fibre per centimetro cubo il limite. Di quel suggerimento informale elargito dal ministero erano certamente consci i datori di lavoro. Quindi, rimanere entro il valore di 1 fibra, pari a metà del Tlv (di 2 fibre), era indispensabile per sottrarsi al pagamento del sovrappremio. E i campionamenti del Sil, giustappunto, restarono in massima parte al di sotto di quella soglia, fatto francamente impensabile per un’azienda in cui si utilizzavano tonnellate di fibra libera.</p>
<p>Ma c’è un altro passaggio interessante evidenziato dal consulente. Fino all’inizio degli Anni ’80, l’Eternit, e in particolare Emilio Costa, strenuo paladino dei pregi dell’amianto, si spese non poco per rallentare, al ministero, l’adeguamento delle aziende al limite delle 2 fibre che l’Enpi, nel ‘78, aveva informalmente stabilito. A un certo punto, invece, la strategia mutò: a metà Anni ’80 è lo stesso Costa a insistere perché venga recepita la direttiva comunitaria. Il dottor Silvestri inserisce la «chiave» interpretativa e apre l’uscio alla comprensione di questo improvviso cambiamento di rotta: Eternit aveva investito in apparecchiature per migliorare la produzione che, in quanto più moderne, garantivano automaticamente anche una minore polverosità. Altre aziende non avevano fatto analoghi investimenti: che sistema migliore per Eternit di sbarazzarsi della concorrenza se non mettendola legalmente sotto scacco con una norma che la penalizzava?</p>
<p>Lunedì tocca agli epidemiologi; la procura ne presenta tre: Francesco Barone Adesi, che arriva dall’America, Corrado Magnani, Ferdinando Luberto.</p>
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		<title>Le strategie per insabbiare, La Stampa 30.11.10</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
				<category><![CDATA[PROCESSO ETERNIT]]></category>

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		<description><![CDATA[PROCESSO.TORNA IL CONSULENTE AMERICANO CASTLEMAN E PARLA L’IGIENISTA INDUSTRIALE STEFANO SILVESTRI “Il cartello internazionale dei produttori fece di tutto per celare conoscenze note dal 1898” «Rilievi del Sil ben sotto i limiti per evitare di pagare sovrappremio asbestosi all’Inail» La «dose» di esposizione conta: più vittime a Casale per l’Eternit e a Bari per la [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman;"><strong>PROCESSO.TORNA IL CONSULENTE AMERICANO CASTLEMAN E PARLA L’IGIENISTA INDUSTRIALE STEFANO SILVESTRI<br />
</strong></span><span style="font-family: Times New Roman;"><strong>“Il cartello internazionale dei produttori fece di tutto per celare conoscenze note dal 1898”<br />
</strong></span><span style="font-family: Times New Roman;"><strong><em>«Rilievi del Sil ben sotto i limiti per evitare di pagare sovrappremio asbestosi all’Inail»<br />
</em></strong></span><span style="font-family: Times New Roman;"><strong><em>La «dose» di esposizione conta: più vittime a Casale per l’Eternit e a Bari per la Fibronit<br />
</em></strong></span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">SILVANA MOSSANO<br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">TORINO<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">Correva l’anno 1898 e l’oggetto di discussione dell’odierno processo Eternit &#8211; corre l&#8217;anno 2010 &#8211; era già conosciuto. In un trattato di ben più di un secolo fa, si indicano gli «effetti dannosi delle polveri inalabili», asbesto incluso. Il testo è stato citato dal dottor Stefano Silvestri, dell’Epidemiologia Ambientale Occupazionale Istituto Studio e Prevenzione oncologica di Firenze, consulente della procura, nella trentesima udienza di ieri. Centododici anni fa, nel trattato si prescriveva che «l’operaio va protetto dalla inspirazione di qualunque specie di polvere con tutti i mezzi possibili»; raccomandava di «non mischiare abiti da lavoro con quelli con cui si va a casa» per non contaminare i famigliari e di «anteporre i sistemi di aspirazione delle polveri alle protezioni individuali». Già alla fine del XIX secolo, infatti, ci si poneva il problema dell’aderenza perfetta della maschera al volto, perché se la polvere passa sotto la precauzione è inutile, ed evidenziava la difficoltà per l’operaio di indossare le mascherine (quante volte lo hanno ripetuto gli ex operai dell’Eternit: «Non si potevano tenere a lungo, perché mancava il respiro!»). Silvestri ha segnalato altri testi più «recenti»: 1908 e 1910, in cui si suggeriva l’uso di un aspiratore al posto della scopa per pulire la fabbrica, si elencavano sistemi di protezione dell’ambiente esterno perché le polveri non raggiungessero le abitazioni circostanti». <span id="more-706"></span><br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">E, allora, se si erano già raggiunti questi livelli di conoscenza scientifica, com’è che se n’è saputo assai poco e fino a molti decenni dopo? La risposta l’ha data il professor Barry Castleman, consulente americano chiamato dall’avvocato Sergio Bonetti, per conto di vittime parti civili, tornato ieri al processo perché i difensori dell&#8217;imputato parevano, inizialmente, ansiosi di controesaminarlo.<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">Dunque: quale fu il corto circuito tra il sapere scientifico (nei campi medico e di igiene industriale) e la percezione reale del rischio? «Nel 1929 i principali produttori di 10 Paesi europei diedero vita a un cartello internazionale, per stabilire i prezzi dei prodotti e monopolizzare i mercati. Costoro cercarono di mantenere il più assoluto riserbo in merito al grave pericolo dell’amianto per la salute» per non compromettere i loro affari. Ecco spiegato il perché. Castleman ha parlato di «insabbiamento della questione amianto». Lo ha fatto, questa volta, con la traduzione eccellente da parte di un’interprete di grande valore utile a sottolineare la fama dello studioso, compromessa, alla passata udienza, da una traduzione molto approssimativa.<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">Ieri, in controesame, l’americano ha risposto alle domande dei pm Raffaele Guariniello e Gianfranco Colace. Ha spiegato che «nel 1950 erano già state pubblicate almeno 80 opere sul possibile sviluppo di tumori causati da inalazione di polvere di amianto». Castleman ha poi consegnato copia del regolamento che l’Osha, agenzia americana per la sicurezza sul lavoro, diramò nel 1972, con obblighi specifici, ad esempio sull’esposizione di etichette alle confezioni di amianto e ai manufatti, che avvertissero «in modo ben visibile» i rischi gravi per la salute; sull’uso di sacchi sigillati e impermeabili; sul trattamento degli sfridi e così via. E «i leader mondiali ne erano a conoscenza». Ma opposero forti resistenze e fecero di tutto per minimizzare e celare. Nel 1986, in un’audizione all’ente americano per la protezione ambiente (Epa), cui parteciparono anche i vertici dell’Eternit, i produttori chiesero di non vietare la crocidolite (amianto blu) per i tubi, fino a che non si fosse trovato un materiale sostitutivo su cui si stavano facendo sperimentazioni. Aveva ben ragione l’allora sindaco di Casale, Riccardo Coppo, a ritenere che «ci stavano prendendo in giro», visto che già alla fine degli Anni ‘70 veniva sbandierata la favola dello studio di fibre alternative all’amianto. E, in Italia, in una riunione ad Assocemento, presente Emilio Costa, il presidente di Confindustria, su pressione degli amiantiferi, insistette e ottenne dall’Enpi di rallentare l’emissione delle norme sui limiti delle polveri.<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">«Quindi &#8211; ha chiosato il pm Guariniello &#8211; se i produttori avessero adottato tutte le precauzioni note, ci sarebbero stati meno morti sia tra i lavoratori sia tra i cittadini?». Lapidario l’americano: «È fuori discussione». La tranciante risposta ha tolto ai difensori del belga e dello svizzero ogni velleità a procedere al controesame del consulente.<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">La strategia mondiale di mistificazione è stata ulteriormente rimarcata dal professor Silvestri. Tema: i monitoraggi sulla concentrazione delle polveri dentro e anche fuori degli stabilimenti. Li ha esaminati tutti: quelli del Sil, dell’Università di Pavia, del perito Occella, del perito Alberti, dell’Inail. «Qualche intervento &#8211; dice &#8211; si è fatto, perché, ad esempio a Casale, tra il 1977 e il 1985, si registra una riduzione della concentrazione in tutti i reparti» e per i campionamenti il Sil, ha riferito il consulente della procura, adottava strumenti idonei per l’epoca. Argomenti che hanno indotto la difesa a una cauta distensione. Errore, perché Silvestri aveva ben altro da dire, in particolare sul campionamento che, per essere efficace, deve potersi comparare in condizioni esattamente riproducibili. E invece? Nei monitoraggi del Sil non si annotano dati sulle macchine in funzione, sulla descrizione della situazione al momento del prelievo, sul numero di addetti presenti, sul microclima, sulle finestre aperte o chiuse e non si sa quanto è durato il campionamento; inoltre, non ci sono schede di monitoraggio in mensa o negli spogliatoi, o a seguito di incidenti o di rottura di sacchi, o di intasamento dei filtri, non ci sono indagini nei luoghi dove i manufatti venivano frantumati con la pala meccanica, durante le operazioni di pulizia, o nei turni di notte.<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">Altro passaggio è cruciale. Ha spiegato Silvestri: «Eternit si era autoimposta di rimanere al di sotto di 2 fibre per centimetro cubo, neppure obbligatorio all’epoca. E, come risulta dai report dei campionamenti, quasi sempre rimane addirittura al di sotto di 1 fibra». Frutto di una grande sensibilità? Certamente: la sensibilità al profitto. Infatti, rimanendo sotto quella soglia, la legge consentiva di evitare il versamento all&#8217;Inail del cosiddetto «sovrappremio asbestosi», con cui l’Istituto paga gli indennizzi ai lavoratori colpiti da patologie da amianto: dal ‘76 all’81 l’esborso di Eternit passò &#8211; traducendolo nella moneta attuale &#8211; da 216 mila a 46 mila euro. E l’Inail, che confermò la riduzione della polverosità eseguendo propri campionamenti anche questi deficitari, non fece certo un bell’affare, perché i soldi per chi si è ammalato ha dovuto e deve tirarli fuori.<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">«L’Eternit &#8211; ha concluso Silvestri &#8211; ha presentato una situazione ambientale non veritiera. C’era molto più inquinamento di quello dichiarato: i Registri dei tumori ne sono la conferma, perché la patologia è strettamente legata al rapporto dose effetto. Infatti, l’esposizione a manufatti di amianto è stata democratica in tutta Italia (con coperture, tubazioni, freni, coibentazioni e altro), ma in certe zone, quelle appunto dove si è lavorato in modo massiccio, ci sono molte più vittime, tra ex lavoratori e semplici cittadini». Quali zone? ha domandato Guariniello. «La Casale dell’Eternit e la Bari della Fibronit».<br />
</span></p>
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		<title>Le lobbies industriali dell&#8217;amianto, Stampa Web 29.11.10</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:18:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
				<category><![CDATA[PROCESSO ETERNIT]]></category>

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		<description><![CDATA[Così la lobby dell&#8217;amianto bloccò  misure di prevenzione del cancro ALBERTO GAINO TORINO Pericolosità dell’amianto, «i valori limite proposti dall’Enpi nel 1978 non sono mai stati tradotti in provvedimento normativo. Soltanto nell’agosto 1991 venne recepita la Direttiva Cee 477 del 1983 che introduceva la soglia di 1 fibra per centimetro cubico per il crisotilo e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>Così la lobby dell&#8217;amianto bloccò  misure di prevenzione del cancro<br />
</strong></span></p>
<p>ALBERTO GAINO<br />
TORINO<br />
Pericolosità dell’amianto, «i valori limite proposti dall’Enpi nel 1978 non sono mai stati tradotti in provvedimento normativo. Soltanto nell’agosto 1991 venne recepita la Direttiva Cee 477 del 1983 che introduceva la soglia di 1 fibra per centimetro cubico per il crisotilo e di 0,2 ff/cc per la crocidolite, l’amianto blu, il più letale per la salute». <span id="more-703"></span></p>
<p>Processo ai vertici della multinazionale Eternit per disastro doloso: la trentesima udienza ci porta dentro il mondo delle lobbies industriali che, per 13 anni, hanno bloccato nel nostro paese l’adozione di efficaci misure di prevenzione del cancro nelle aziende di estrazione e produzione di amianto, oltre che negli ambienti circostanti. Nel caso di Casale Monferrato, ricomprendono un’intera città di 40 mila abitanti e il suo circondario di oltre venti comuni per l’«abitudine» dell’azienda di disfarsi degli scarti di lavorazione &#8211; tra cui il cosiddetto polverino &#8211; regalandoli a chi ne faceva richiesta o disperdendolo con le acque reflue sulla sponda destra del Po. A Bagnoli, Napoli, non c’era la corsa a farsi consegnare gratis pezzi di lastre o di onduline Eternit per risistemare sottotetti o anche solo il pollaio dell’orto. In ogni caso, là, i riscontri epidemiologici rispetto al territorio sono ancora fermi all’anno zero.</p>
<p>Torniamo a quei 13 anni di colpevole assenteismo dello Stato e a come l’enorme responsabilità si materializza. Stamane, il dottor Stefano Silvestri, igienista del lavoro e consulente della Procura di Torino, consegna ai giudici il verbale della riunione svoltasi presso la sede romana di Assocemento il 17 novembre 1978: «Angelotti esprime la preoccupazione dei soci Ania per l’iter della proposta di legge sull’amianto, Costa (direttore dell’Amiantifera di Balangero di proprietà Eternit) dà notizie sulla proposta di legge: il ministro del Lavoro, Scotti, ha chiesto all’Enpi di parlare dei limiti delle polveri». L’annotazione comprende informazioni sui direttori generali dei tre ministeri che «dovranno esaminare la proposta di legge di concerto con i rappresentanti di categoria».</p>
<p>Di seguito, il verbale infila la notizia più ghiotta: «Il dottor Annibaldi della Confindustria è intervenuto sull’Enpi per rallentare l’emissione di normative sui limiti. Il dottor Maggio ha aderito a tale sollecitazione. Il ministro della Sanità, Anselmi, ha confermato tale fatto». Silvestri, in aula: «I limiti davano noia».</p>
<p>Le pressioni lobbistiche, così efficaci, tolgono un alibi storico ai produttori di manufatti con amianto che le hanno sollecitate. Ma emerge di più seguendo il filo rosso del business. E’ ancora Silvestri a metterci sulle sue tracce: «Nel 1975 la legge 780 modifica i criteri di conteggio della polizza assicurativa aggiuntiva (il cosiddetto sovrappremio asbestosi) che si traduce in un aumento consistente delle cifre dovute all’Inail da parte delle aziende coinvolte nel rischio amianto, perché lo utilizzavano come materia prima. L’Eternit vi rientrava».</p>
<p>Silvestri aggiunge: «Sin dal 1966 il valore di prudenza adottato era di 1 fibra per centimetro cubico (1ff/cc). Il doppio riferimento è importante per spiegare come e perché l’anno dopo, a Neuss, in Germania, presso il laboratorio del dottor Robock, Eternit inaugura una nuova strategia di attenzione per la prevenzione che si traduce, fra l’altro, nella scelta di istituire il Sil, Servizio di igiene del lavoro, con la funzione di misurare la polverosità nei reparti delle fabbriche».</p>
<p>«Le analisi effettuate da questo servizio negli anni successivi riscontrano nell’80-95 per cento dei casi valori sotto l’1 ff/cc». Silvestri le collega «alla riduzione del sovrappremio dovuto all’Inail dall’Eternit: passa da 212 mila a 42 mila euro». Stiamo su tutt’altro versante di interessi rispetto a quelli tratteggiati dai consulenti della difesa: Eternit in perdita costante, nonostante ciò Stephan Schmidheiny investì generosamente in quegli stessi anni nella «speranza» della ripresa del settore.</p>
<p>Silvestri demolisce i metodi di analisi utilizzati dal Sil, dall’Università di Pavia, dallo stesso Inail. E aggiunge un elemento di valutazione: «La teoria che basta l’inalazione di una fibra per causare una neoplasia non ha fondamento scientifico. Comunque, tutte le analisi pubblicate indicano bassi livelli di esposizione che, rispetto ai tremila lavoratori e cittadini colpiti da malattie professionali specifiche, avvalorano un autentico boomerang per la difesa».</p>
<p>E’ la sua risposta alle valutazioni del consulente della difesa, professor Nano, che aveva parlato in aula di limiti assai più rispettosi per la salute, nonostante tutti quei morti e malati. Silvestri: «Gli studi epidemiologici effettuati in Toscana sui lavoratori che costruivano materiali rotabili ferroviari evidenziano un tempo di latenza di 34,2 anni e l’insorgenza delle neoplasie ad un’età media di 63,1 anni sino a quando si utilizza la crocidolite in quel tipo di lavorazione. In seguito, con la sua eliminazione, quelle soglie si alzano».</p>
<p>«Un’analoga valutazione si può fare per i lavoratori degli stabilimenti italiani dell’Eternit: a Casale Monferrato e a Bagnoli si usò l’amianto blu sino alla chiusura, a metà degli anni 80. A Rubiera, Reggio Emilia, dove i servizi Asl furono molto efficienti e non si producevano tubi, si accantonò la crocidolite molto prima». La sua conclusione: «In Emilia la latenza dei mesoteliomi è significativamente più lunga». Si muore sempre d’amianto, ma vivendo di più.<br />
<span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;"><br />
</span></p>
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		<title>Non basta sapere che sapevano, La Stampa 28.11.10</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:16:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SILVANA MOSSANO TORINO Più del sapere che sapevano, fa rabbia apprendere che, sapendo, imbrogliavano. Il professor Francesco Carnevale, consulente della procura di Torino al processo Eternit, ha confermato con pacata determinazione quel che aveva già detto nella sua prima audizione: «Ribadisco che, sui rischi dell’amianto, nel 1960 si sapeva già tutto». E tutti gli amiantiferi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman;">SILVANA MOSSANO<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">TORINO<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">Più del sapere che sapevano, fa rabbia apprendere che, sapendo, imbrogliavano. Il professor Francesco Carnevale, consulente della procura di Torino al processo Eternit, ha confermato con pacata determinazione quel che aveva già detto nella sua prima audizione: «Ribadisco che, sui rischi dell’amianto, nel 1960 si sapeva già tutto». E tutti gli amiantiferi lo sapevano, perché, come ha spiegato poi il professor Barry Castleman, documenti alla mano (contenuti in un tomo di 900 pagine circa, consegnato al presidente del Tribunale Giuseppe Casalbore), i produttori erano sì in concorrenza economica tra loro, ma, per contrastare le tesi sulla pericolosità dell’amianto, adottarono un’unica strategia. Castleman non l’ha chiamata «complotto» perché il vocabolo va di moda in Italia, mentre lui, che è americano, ha parlato di propaganda. <span id="more-700"></span>Nonostante la traduzione lasciasse a desiderare, bene si è compreso quando ha raccontato dei due medici statunitensi che avevano pubblicato su un’autorevole rivista scientifica i risultati di uno studio da cui emergeva la relazione amianto-mesotelioma. Gli stessi scienziati, però, in un numero successivo pubblicarono considerazioni diverse. Si seppe dopo che un avvocato di John Manville, patron della Johns Manville Corporation, colosso americano dell’amianto, aveva fatto pressioni affinché i due medici modificassero l’esito dei loro studi. E John Manville conosceva bene gli Schmidheiny, tanto che sono documentate frequentazioni casa-casa.<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">Nascondimenti. Imbrogli. Ma basta questo per un riconoscimento penale di responsabilità? Ci sono due piani diversi di giudizio. Sul piano etico sapere che Louis de Cartier e Stephan Schmidheiny continuarono a lavorare e produrre manufatti di amianto pur conoscendone i rischi e la capacità di sviluppare non soltanto l’asbestosi, ma pure il mesotelioma anche a basse esposizioni, li rende moralmente colpevoli. Ma questo al tribunale non basta.<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">In ambito processuale, il percorso è un po’ più complicato. Perché, di fatto, l’amianto in Italia non fu vietato fino al 1992. E, quindi, sotto questo profilo non erano fuorilegge. Allora, al processo si tratta di dimostrare che gli imputati sapevano che faceva male e tuttavia lo usavano senza adottare le precauzioni, le apparecchiature e le protezioni (personali e ambientali) che le conoscenze e le leggi prevedevano. Ecco perché si insiste molto, prima con i testimoni, ora con i consulenti, sull’impiego delle mascherine, sull’obbligatorietà a utilizzarle e sul modello efficace sia a trattenere le fibre sia a essere indossate senza togliere il respiro. Ecco perché si cerca di puntualizzare l’aspetto della divisa da lavoro, se e dove ci si cambiava, chi la lavava. Ecco perché si insiste sulla reale consistenza ed efficacia degli investimenti fatti dalla proprietà per contenere l’inquinamento ambientale dentro e fuori la fabbrica (che funzione avevano, ad esempio, i cosiddetti «ventoloni»?). Ecco perché si vuole sapere se quegli investimenti, scritti nelle carte dei bilanci, furono poi trasformati concretamente in apparecchiature idonee ad abbattere le fibre con l’obbiettivo del rischio zero (cui, per il professor Luigi Mara, si doveva tendere, non secondo i difensori degli imputati). Ecco perché si pretende una descrizione precisa di come e quando avvenivano i campionamenti: bastava farli due volte all’anno? Aveva senso preavvertire, in modo che fosse predisposta una preventiva pulizia? Che valore hanno le analisi fatte sul pulito?<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">Sono gli aspetti da far emergere, perché sono queste le contestazioni mosse dal pm Raffaele Guariniello che ha aggiunto, alla imputazione iniziale di disastro doloso, anche la qualificazione «permanente»: ovvero nessuno dei due imputati &#8211; e più amministratori pubblici, da Nord a Sud, lo hanno riferito senza tentennamenti -, anche dopo la chiusura della fabbrica, si è mai fatto vivo per offrire risorse finalizzate alla bonifica dei siti produttivi e delle città (specialmente Casale), dove in lungo e in largo l’amianto si è sparso negli andirivieni dei camion scoperti, nella distribuzione disinvolta di scarti e polverino, nello smaltimento di rifiuti e reflui. Già sembra di sentirlo l’alibi: dopo il fallimento dell’86, la responsabilità era tutta del curatore. Storiella obsoleta alla Ponzio Pilato!<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span><span style="font-family: Times New Roman;">Carica d’attesa l’udienza di domani, cui sarà presente una troupe di Rai3 che, con l’inviato Santo Della Volpe, registrerà un servizio in onda martedì alle 12,30. Per il controesame di Castleman, considerato tra i maggiori esperti al mondo di amianto, il tribunale ha chiamato questa volta una interprete professionista, con curriculum di alto livello. Poi toccherà a un altro consulente della procura: l’igienista industriale Stefano Silvestri.<br />
</span><span style="font-family: Calibri, Verdana, Helvetica, Arial;"><br />
</span></p>
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		<title>&#8220;Rovinato&#8221; da una pessima traduzione, La Stampa 23.11.10</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:10:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[SILVANA MOSSANO TORINO Sara&#8217; pure uno dei maggiori esperti al mondo di amianto, ma alle 200 e piu&#8217; persone &#8211; tra magistrati, avvocati, cittadini e studenti dei licei casalesi Sociale e Sociopsicopedagogico del Lanza &#8211; presenti ieri al processo ETERNIT a Torino e&#8217; risultato assai difficile percepire il valore del consulente americano Barry Castleman, incaricato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>SILVANA MOSSANO</div>
<div>TORINO</div>
<div>Sara&#8217; pure uno dei maggiori esperti al mondo di amianto, ma alle 200 e piu&#8217; persone &#8211; tra magistrati, avvocati, cittadini e studenti dei licei casalesi Sociale e Sociopsicopedagogico del Lanza &#8211; presenti ieri al processo <span>ETERNIT</span> a Torino e&#8217; risultato assai difficile percepire il valore del consulente americano Barry Castleman, incaricato da alcune parti civili. Lo studioso ha lavorato per l&#8217;agenzia governativa americana che si occupa di prevenzione all&#8217;inquinamento ed e&#8217; stato chiamato a esprimere pareri in circa 400 processi nel suo Paese. Ma le grosse aspettative nei suoi confronti, lievitate nelle ultime settimane, ieri si sono schiantate contro la barriera della lingua straniera: la traduzione scolastica e frammentata, affidata a un interprete scelto dal tribunale, ma forse non preparato a un contesto cosi&#8217; specifico e delicato come il processo <span>ETERNIT</span>, ha vanificato la portata delle argomentazioni, incanalandole talora sui binari del ridicolo («letteratura dei dottori» anziche&#8217; letteratura medica, o «giornale enorme» per autorevole rivista scientifica, «spedizionieri» anziche&#8217; sindacalisti). <span id="more-697"></span>E, tuttavia, dribblando tra traduzioni stentate si e&#8217; riusciti a cogliere, in risposta alle domande del legale di parte civile Sergio Bonetto e alle puntualizzazioni del presidente Casalbore, alcuni aspetti importanti nella causa per disastro doloso permanente di cui rispondono Stephan Schmidheiny e Louis de Cartier. Punto primo: da quando i produttori di amianto erano consapevoli che la fibra fa male? Castleman: «Nel &#8217;29 sono documentati, in Usa, risarcimenti per l&#8217;asbestosi: se si paga un indennizzo per un danno &#8211; e&#8217; il ragionamento del consulente &#8211; e&#8217; perche&#8217; si e&#8217; consci del danno stesso». Punto secondo: «Da quando i produttori furono coscienti che l&#8217;amianto causava anche il cancro e, in particolare, il mesotelioma? ». Risposta: «Dagli Anni &#8217;30. Nel 1939, in Germania si pagavano indennizzi ai lavoratori che, a causa dell&#8217;amianto, avevano contratto il tumore al polmone. E, nel &#8217;43, le riviste scientifiche riconobbero il mesotelioma come cancro causato dall&#8217;amianto». Negli Anni &#8217;60, poi, c&#8217;e&#8217; la divulgazione degli studi di Irving Selikoff che collega il mesotelioma anche a chi non maneggiava la fibra (sia famigliari di operai sia chi abitava nei dintorni dei siti produttivi). Una divulgazione che si tento&#8217; in ogni modo di tacitare, ha ribadito Castleman, con una propaganda massiccia a favore dell&#8217;amianto. Ha citato uno studio del &#8217;34, pubblicato su una rivista americana, in cui due medici stabilivano il collegamento tra amianto e cancro; in una successiva edizione, la tesi fu corretta e mutilata di quel riferimento per intervento di John Manville, uno dei maggiori produttori statunitensi: ci sono documenti che consentono di fare il raffronto tra la prima e la seconda stesura dell&#8217;articolo, ha precisato Castleman. Ma, a suo parere, la consapevolezza dei produttori circa i pericoli, anche mortali, trova ulteriori conferme. Intanto, in America si da&#8217; per scontato che un industriale conosca le caratteristiche e i rischi dei suoi prodotti, e se li tace e&#8217; condannato a pagare risarcimenti a chi si ammala; per tutelarsi, quindi, gli amiantiferi avevano deciso di apporre sui sacchi di amianto e ai manufatti delle etichette con sopra indicato che «questo prodotto, a lungo termine, forse puo&#8217; fare male». Pur con questa formula blanda, in Europa l&#8217;etichetta fu fortemente osteggiata, secondo Castleman in primis dagli svizzeri che preferivano «non svegliare il can che dorme» benche&#8217; sapessero che, Oltreoceano, si andavano moltiplicando le cause legali contro la Johns Manville Corporation con richieste di risarcimenti per l&#8217;incremento di casi di mesotelioma. E se gli svizzeri, dei processi americani, avessero solo percepito una lontana eco? Macche&#8217;, ha replicato Castleman, John Manville e Max Schmidheiny (padre di Stephan) si conoscevano e si incontrarono nella stessa casa dello svizzero (oggi del figlio Stephan). Ogni argomentazione, ha detto l&#8217;americano, e&#8217; provata da documenti contenuti in un tomo di 867 pagine che i difensori si sono impegnati a leggere in 7 giorni per controesaminare Castleman il 29. Per il controesame e&#8217; tornato, ieri, il consulente della procura Francesco Carnevale, ma, a parte qualche puntualizzazione richiesta dai legali delle societa&#8217; responsabili civili, la difesa non ha ritenuto di interrogarlo: la sua relazione era gia&#8217; stata chiarissima, a stuzzicarlo con istanze di precisazioni si sarebbe rischiato di fargli ribadire argomenti ulteriormente compromettenti per gli imputati. Carnevale ha rimarcato la «teoria del grilletto»: e&#8217;, si&#8217;, una sola fibra a causare il mesotelioma, ma a fronte di una congrua esposizione; e questo spiega perche&#8217;, nei luoghi circostanti i siti produttivi, c&#8217;e&#8217; una percentuale elevata di mesotelioma che, invece, non si riscontra in altre citta&#8217; dove pure i manufatti furono impiegati per tetti e tubature. Quanto alle fibre ultrafini (richiamate dall&#8217;avvocato Laura Mara), considerate in uno studio del professor Gerolamo Chiappino le vere responsabili del mesotelioma e delle quali nessun accorgimento potrebbe impedire l&#8217;inalazione, Carnevale ha precisato che la tesi, da lui non condivisa, fu pubblicata solo sulla rivista diretta da Chiappino e da nessun&#8217;altra. Infine, Carnevale ha ribadito con convinzione che «nel &#8217;60 sui rischi dell&#8217;amianto si sapeva gia&#8217; tutto».</div>
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		<title>La congiura del silenzio, La Stampa 21.11.10</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:08:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SILVANA MOSSANO CASALE MONFERRATO I produttori di amianto sapevano che l&#8217;esposizione alla fibra causa l&#8217;asbestosi. E sapevano del rischio di cancro alla pleura. Sapevano inoltre che il mesotelioma &#8211; il tumore dell&#8217;amianto &#8211; prende anche chi non ha lavorato nella fabbrica, ma ha respirato la fibra diffusa nei luoghi circostanti. Sapevano, e per contrastare la [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>SILVANA MOSSANO</div>
<div>CASALE MONFERRATO</div>
<div>I produttori di amianto sapevano che l&#8217;esposizione alla fibra causa l&#8217;asbestosi. E sapevano del rischio di cancro alla pleura. Sapevano inoltre che il mesotelioma &#8211; il tumore dell&#8217;amianto &#8211; prende anche chi non ha lavorato nella fabbrica, ma ha respirato la fibra diffusa nei luoghi circostanti. Sapevano, e per contrastare la propagazione di queste notizie hanno organizzato la «congiura del silenzio». E&#8217; cosi&#8217; che lo studioso americano Barry Castleman, giunto ieri a Casale per presenziare, domani, al processo <span>ETERNIT</span> di Torino, ha definito la somma di iniziative da decenni messe in atto dalle societa&#8217; mondiali che hanno prodotto e lavorato l&#8217;amianto (e in molti Paesi continuano tuttora) per soffocare quelli che, in una relazione di industriali del settore datata 1971, furono definiti «eccessivi clamori». <span id="more-694"></span>Castleman, in una conversazione al suo arrivo in Italia, fa cenno anche a contatti tra i produttori e l&#8217;Istituto superiore di sanita&#8217;, in Italia, proprio a inizio Anni Settanta. «Sarebbe interessante indagare su quegli incontri per sapere che cosa si dissero», non escludendo tentativi di convincere i membri dell&#8217;Iss a minimizzare i rischi, pur gia&#8217; da anni accertati da scienziati e medici. Ovunque, spiega lo studioso, «le compagnie crearono agenzie incaricate di svolgere una sistematica azione di propaganda a favore dell&#8217;amianto contro la voci allarmate di sindacati e associazioni». Domani al processo contro Stephan Schmidheiny e Louis de Cartier (partecipano oltre 150 casalesi, tra cui gli studenti di due quinte del Liceo Sociale e Sociopsicopedagogico), Castleman, consulente di parte civile, parlera&#8217; della «conoscenza dei rischi dell&#8217;amianto fin dagli anni &#8217;30; degli effetti cancerogeni dagli anni &#8217;40, della correlazione tra amianto e mesotelioma da inizio anni &#8217;60». Ma c&#8217;e&#8217; anche «una corrispondenza, degli anni &#8217;50, tra produttori svizzeri e olandesi che annotavano gli effetti dell&#8217;amianto». Nel 1971, poi, a Londra si svolse una conferenza tra industriali del settore e di questo tema si discusse. Il governo inglese, seguito da altri, «aveva iniziato a darsi regolamenti che prevedevano indennizzi a favore di chi si ammalava per l&#8217;amianto». Castleman, tra l&#8217;altro, fa presente che, in America, e&#8217; scontato che, in ogni settore, un industriale debba essere a conoscenza delle caratteristiche dei prodotti che impiega e degli eventuali rischi. Le compagnie amiantifere reagirono creando le agenzie di controinformazione. «Nel &#8217;69 in Inghilterra erano 7, due anni dopo in Europa erano gia&#8217; 11 e altre in Usa». Castleman cosi&#8217; riassume la loro mission: «Cospirazione tra chi conosceva il problema e tentava di nasconderlo. Congiura del silenzio» cioe&#8217; «c&#8217;era interesse a zittire». In America, il governo, a sua volta, costitui&#8217; in quegli anni l&#8217;Agenzia per la protezione dall&#8217;inquinamento (Epa) e Castleman, ingegnere chimico che aveva ben presto capito di non essere tagliato per lavorare in aziende che causavano inquinamenti, entro&#8217; nell&#8217;agenzia governativa. Ha testimoniato in circa 400 processi per i danni causati dall&#8217;amianto. Le sue esperienze e i suoi studi trovano una sintesi in un volume di circa 900 pagine pieno di documenti ineccepibili, gia&#8217; passati a contropelo da tutte le multinazionali contro cui lo studioso ha testimoniato in qualita&#8217; di consulente accreditato presso la Corte di Giustizia americana dal 1979 a oggi.</div>
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		<title>&#8220;Schmidheiny ridusse i rischi&#8221;, La Stampa 16.11.10</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:05:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[PROCESSO ETERNIT. INGEGNERE DEL POLITECNICO CONSULENTE DELL&#8217;IMPUTATO ELVETICO &#8220;Schmidheiny fece investimenti efficaci per migliorare sicurezza e salubrità&#8221;. Ma le sue conclusioni lasciano perplessita&#8217; nel pm, nel presidente e nelle parti civili SILVANA MOSSANO TORINO L&#8217;obbiettivo di Stephan Schmidheiny si delinea in modo via via piu&#8217; nitido: dimostrare che, da quando afferro&#8217; le redini di ETERNIT [...]]]></description>
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<tbody>
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<td width="430" align="left" valign="top">
<div><span style="font-family: Georgia; color: #00528a; font-size: large;">PROCESSO ETERNIT. INGEGNERE DEL POLITECNICO CONSULENTE DELL&#8217;IMPUTATO ELVETICO</span></div>
<div><span style="font-family: Georgia; color: #00528a; font-size: large;">&#8220;Schmidheiny fece investimenti efficaci per migliorare sicurezza e salubrità&#8221;. Ma le sue conclusioni lasciano perplessita&#8217; nel pm, nel presidente e nelle parti civili </span></div>
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</tr>
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</td>
</tr>
<tr>
<td>
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<tr>
<td width="430">
<div>SILVANA MOSSANO</div>
<div>TORINO</div>
<div>L&#8217;obbiettivo di Stephan Schmidheiny si delinea in modo via via piu&#8217; nitido: dimostrare che, da quando afferro&#8217; le redini di <span>ETERNIT</span> in Italia, fece tali e tanti investimenti per migliorare le condizioni di sicurezza e salubrita&#8217; negli stabilimenti da non sentirsi responsabile di malattie e morti causate dall&#8217;amianto. Quella polvere non era colpa sua. Caso mai e in gran parte (lo ha detto il suo consulente professor Gaetano Cecchetti lunedi&#8217; scorso) era dei cementifici circostanti. Se, poi, l&#8217;<span>ETERNIT</span> c&#8217;entrava qualcosa, questo riguardava il periodo precedente l&#8217;ingresso svizzero. Quello del coimputato Louis de Cartier, dunque. Le argomentazioni dei consulenti di Schmidheiny, insomma, mirano a delineare una demarcazione netta tra la gestione belga, prima, e quella elvetica, dal 73 in poi.<span id="more-690"></span> La relazione dell&#8217;ingegner Giuseppe <span>NANO</span>, ieri, alla ventottesima udienza del processo di Torino, ha segnato un ulteriore avanzamento nel percorso di diversificazione tra i due imputati. Il consulente di Schmidheiny, preparato docente universitario di tecniche di sicurezza al Politecnico di Milano, e&#8217; stato determinato. Gli investimenti per il miglioramento della sicurezza furono fatti? «Si&#8217;» afferma. La fonte delle sue valutazioni sono i report aziendali in cui erano indicati progetti e successive fatturazioni per gli interventi, anche se ammette di non aver avuto a disposizione tutti i report. Non e&#8217; in grado di dire quanti soldi furono spesi e se effettivamente furono impiegati allo scopo indicato sulla carta, come gli ha domandato il pm Gianfranco Colace, perche&#8217;, si giustifica, e&#8217; materia che compete a chi esamina i bilanci (per inciso, chi ha analizzato i bilanci per conto dell&#8217;<span>ETERNIT</span> aveva affermato che la propria competenza non andava oltre l&#8217;esame dei numeri, senza poter dire a quali voci tecniche potevano essere abbinate le cifre). Ma il consulente <span>NANO</span> e&#8217; convinto che quando un&#8217;azienda fa investimenti di miglioramento degli impianti ai fini produttivi, gia&#8217; ottiene automaticamente anche un miglioramento ambientale. Cio&#8217; che conta e che e&#8217; stato fatto, riferisce, sono gli interventi di aspirazione localizzati, specifici per le singole postazioni. «E il ricambio generale dell&#8217;aria nello stabilimento?» si informa l&#8217;avvocato di parte civile Sergio Bonetto. «Conta, ai fini del rischio, la situazione localizzata» replica il consulente. «Volume dell&#8217;ambiente e portata del sistema di aspirazione non sono stati considerati?» incalza l&#8217;avvocato Laura Mara, anche lei di parte civile. «E&#8217; la ventilazione localizzata che conta; quella generale e&#8217; sussidiaria». L&#8217;avvocato Mara non e&#8217; soddisfatta: «Ma ci sono molti spazi temporali vuoti, intere annate di report mancanti». Secondo <span>NANO</span>, i valori medi che e&#8217; riuscito a evidenziare nel suo approfondito studio sono sufficienti. Bonetto prova a insistere: «Ma se sono stati fatti tutti questi investimenti, le molteplici richieste di miglioramento avanzate verbalmente e per iscritto dai lavoratori erano assennate o prive di fondamento?». Il consulente ammette che erano «legittime», ma non hanno incidenza sulla sua fotografia tecnica. L&#8217;ingegner <span>NANO</span>, per dare prova all&#8217;efficacia degli investimenti fatti dallo svizzero, ha esaminato i dati dei campionamenti ambientali reperiti in perizie ufficiali (Universita&#8217; di Pavia, Salvini e Occella, con maggiore attenzione a quest&#8217;ultima da lui ritenuta la piu&#8217; completa) e ha concluso che, a suo parere, le indicazioni di investimenti citate sui report corrispondono, dal 73 in avanti, a una diminuzione delle fibre rilevate. Per <span>NANO</span>, dunque, dall&#8217;ingresso degli svizzeri i termini dell&#8217;equazione sono questi: piu&#8217; investimenti rispetto alla gestione precedente; interventi efficaci secondo la verifica sui campionamenti e rispettosi delle vigenti «norme di buona tecnica». Risultato: «L&#8217;esposizione al rischio e&#8217; molto bassa da quando sono arrivati gli svizzeri». «Ma il rischio di che cosa?» domanda il presidente del tribunale Giuseppe Casalbore. «Non so rispondere sul significato del rischio dal punto di vista medico» dice il consulente. Il presidente incalza: «Lei parla in questo processo, non puo&#8217; essere astratto». Prova a cambiare le parole: «Tutti i valori di concentrazione da lei citati come necessari per valutare l&#8217;indice di rischio sono finalizzati a tutelare la salute?». Prevale la forma mentis dell&#8217;ingegnere: «Hanno un valore statistico matematico». Casalbore non molla: «Insomma, l&#8217;efficacia di cui lei parla e&#8217; statistica o sostanziale?». «Numerica» e&#8217; l&#8217;inossidabile risposta del consulente. Ma, scendendo a un livello meno tecnico, se tutto e&#8217; stato fatto per bene com&#8217;e&#8217; che si moriva e si muore? Lo svizzero, tramite i suoi consulenti, se ne tira fuori. Lunedi&#8217; tornera&#8217;, per la procura, il professor Francesco Carnevale e, per le parti civili, arrivera&#8217; dall&#8217;America il professor Barry Castleman. Intanto ieri e&#8217; stato anche ascoltato un altro consulente della procura, Roberto Martina, funzionario dell&#8217;Inail: ha riassunto i costi sostenuti dall&#8217;Istituto (e solo con decorrenza dal 1988, quando i dati sono stati informatizzati) per pagare le rendite dirette, cioe&#8217; le «pensioni» a chi ha contratto malattie professionali legate all&#8217;amianto: 224 milioni 623.842 euro (di cui 158.373.118 euro per 1536 casalesi). Dalla cifra sono esclusi gli esborsi per le cure termali, le rendite di passaggio e le prestazioni ambulatoriali; inoltre non sono conteggiati ne&#8217; gli interessi ne&#8217; le previsioni per il futuro (ovvero per quanto tempo chi percepisce la pensione ancora continuera&#8217; a prenderla).</div>
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		<title>Ventottesima udienza, su La Stampa 14.11.10</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>silvana</dc:creator>
				<category><![CDATA[PROCESSO ETERNIT]]></category>

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		<description><![CDATA[Al processo Eternit i silenziosi &#8221;custodi&#8221; dei ricordi della strage Chi pensava che la partecipazione massiccia al piu&#8217; grande processo per reati ambientali in un posto di lavoro che si fosse mai messo in piedi si esaurisse per sfinimento o per noia aveva fatto previsioni errate. I «casalesi del lunedi&#8217;» non si stancano: anche domani [...]]]></description>
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<div><span style="font-family: Georgia; color: #00528a; font-size: large;">Al processo Eternit i silenziosi &#8221;custodi&#8221; dei ricordi della strage </span></div>
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<div>Chi pensava che la partecipazione massiccia al piu&#8217; grande processo per reati ambientali in un posto di lavoro che si fosse mai messo in piedi si esaurisse per sfinimento o per noia aveva fatto previsioni errate. I «casalesi del lunedi&#8217;» non si stancano: anche domani partiranno due pullman per la ventottesima udienza del processo <span>Eternit</span> celebrato a Torino contro lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis de Cartier, imputati di disastro ambientale permanente. Prima, molti di questi cittadini neppure sapevano come era fatta un&#8217;aula di giustizia; adesso confrontano tesi processuali e ne giudicano l&#8217;efficacia. E quando ascoltano storture si arrabbiano; <span id="more-687"></span>in aula no, nemmeno la mimica del viso per timore di essere ripresi dal severo presidente Giuseppe Casalbore, ma, nel corridoio, sfogano la loro indignazione. Alla passata udienza, il professor Cecchetti, uno dei consulenti di Schmidheiny, ha mostrato foto di apparecchiature all&#8217;avanguardia per l&#8217;epoca dal punto di vista della sicurezza e che, a suo dire, erano in uso nello stabilimento del Ronzone: gli ex operai, pero&#8217;, non le hanno affatto riconosciute. Hanno poi ascoltato con stupore l&#8217;affermazione che la «prefrantumazione» degli scarti, da riutilizzare nel mulino Hazemag per nuovi impasti di cemento-amianto, avveniva in una zona protetta e con strumentazioni adeguate. Ma, a loro memoria, quello che il tecnico ha definito «prefrantumatore» era un cingolato con cui schiacciavano quei pezzi rotti rovesciati sotto una pensilina nell&#8217;area dell&#8217;ex Piemontese. Protetta? «Ma ci faccia il piacere! Ci e&#8217; mai stato lui all&#8217;<span>Eternit</span>?» domandano. Il consulente ha detto di si&#8217;, ma gli ex operai stentano a riconoscere nella fabbrica perfetta descritta dal professor Cecchetti quella dove hanno lavorato loro. Il perito ha parlato poi di notevoli investimenti fatti dallo svizzero (il suo committente), ma non ha saputo dire in che maniera siano stati spesi i soldi per migliorare la sicurezza e la salubrita&#8217; dentro e fuori dallo stabilimento casalese. Ha preferito passare la palla su questi aspetti all&#8217;altro consulente di igiene ambientale ingaggiato da Schmidheiny, il professor <span>Nano</span>: e&#8217; certo che domani tanto i pm dello staff di Raffaele Guariniello tanto i legali di parte civile chiederanno anche a lui quanti soldi furono investiti per contenere al massimo i rischi &#8211; conosciuti &#8211; dell&#8217;amianto. Finora, diversi periti, anche quelli che hanno esaminato i bilanci, hanno parlato di «grossi investimenti» senza pero&#8217; mai riuscire ne&#8217; a quantificarli ne&#8217; a qualificarne le caratteristiche. Sul questo aspetto resta ancora un punto interrogativo che il presidente Casalbore e&#8217; ben deciso a chiarire. Oltre al professor <span>Nano</span>, sara&#8217; ascoltato un altro esperto di igiene ambientale nominato dalla procura della Repubblica.</div>
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