… per scalzare la concorrenza
SILVANA MOSSANO
TORINO
All’Eternit avevano capito come fare per contenere la polverosità al di sotto del limite di 1 fibra per centimetro cubo. Ma un esame incrociato di documenti, appunti, verbali di audizioni fa emergere che lo sforzo degli amiantiferi, negli stabilimenti italiani, con i campionamenti sulla polverosità eseguiti dal Sil che faceva capo a Ezio Bontempelli, non era motivato da convinta sensibilità ambientale.
Il dottor Stefano Silvestri, ricercatore dell’Epidemiologia Ambientale Occupazionale Istituto Studio e Prevenzione oncologica di Firenze, consulente della procura al processo Eternit di Torino, ha sì riconosciuto che, specialmente da fine Anni ’70 ai primi anni ’80, a Casale investimenti ne furono attuati, ma lo scopo primario era migliorare e incrementare il sistema produttivo. Certo che aver adottato apparecchiature più moderne ed efficienti ha avuto, come conseguenza, anche una diminuzione della polverosità, ma il sistema di prevenzione, non attuato nella sua completezza, è stato inefficace; il consulente ha fatto notare che è risultato monco in alcune parti essenziali: di formazione degli addetti non c’è traccia così come della realizzazione di una lavanderia interna per evitare che gli abiti da lavoro uscissero dalla fabbrica per essere portati a casa, con ovvia dispersione di fibre lungo il tragitto e, soprattutto, nelle abitazioni degli operai. Negligenze veniali a fronte di uno sbandierato esempio di imprenditoria illuminata e attenta ai problemi ambientali o furono messe in atto sottili furberie? Il dottor Silvestri le ha stanate. Leggi il resto